Il lato oscuro dell’anima

Lansdale è un autore che molti amano alla follia; non ho mai condiviso questo entusiasmo, ma negli anni qualcosa di suo l’ho letto. Un racconto compreso nella raccolta Lo schermo dell’incubo, se non ricordo male (qualcosa su un autobus pieno di suore?), un altro in Revelations (un incontro di pugilato negli anni ’10 o ’20 interrotto dallo scatenarsi di un uragano: mi pare che quest’ultimo sia stato recentemente ampliato fino a farne un romanzo, L’anno dell’uragano, appunto), In fondo alla palude e ora questo Il lato oscuro dell’anima, che era veramente tempo di togliere dallo scaffale dei “da leggere” perché era almeno dal 2005, da quando lessi questo articolo sul Corriere della Sera, che attendeva il suo turno. Ero ansiosa di togliermi dal groppone “l’ultimo Lansdale” che mi rimaneva in sospeso, di congedarmi da un autore che probabilmente (ma mai dire mai) non frequenterò più in futuro.

La storia. Fine ottobre (1987?): Monty e Becky, marito e moglie, partono per trascorrere qualche giorno in uno chalet isolato e immerso nella natura, in una località del Texas. Sperano di riconquistare un briciolo della serenità perduta, che recentemente è stata fatta a pezzi da un evento orribile e devastante: la donna è stata violentata e seviziata da una banda di balordi minorenni, il cui capo, l’unico a essere stato arrestato, si è impiccato in carcere. Da allora Becky è preda di incubi terrificanti talmente reali da farle credere che si tratti di inquietanti premonizioni, e soprattutto fra moglie e marito si è scavato un abisso: non hanno più una vita sessuale, e Monty, che pure era assente quando avvenne il fatto, si sente in colpa per non averla saputa proteggere, e si trova a dubitare di quelle che fino ad allora erano state le sue salde convinzioni, e cioè che rispondere alla violenza con la violenza è sempre sbagliato.
Sulle loro tracce però si lanciano, in cerca di vendetta, i membri superstiti della banda, capitanati ora dal “discepolo” più vicino al ragazzo defunto, che anzi ormai finisce per essere completamente posseduto dallo spirito dell’amico e soprattutto dall’entità maligna che li manovra entrambi, il Dio Rasoio, una specie di personificazione del Male Assoluto: è questo uno degli elementi di differenza con i successivi (Il lato oscuro dell’anima è del 1987) romanzi di Lansdale, e cioè che l’atmosfera lascia pochissimo spazio allo humor nero e al grottesco (anche se la descrizione del Dio Rasoio è talmente allucinata da risultare allo stesso tempo ridicola e terrorizzante) ed è decisamente horror e soprannaturale. Non c’era neanche il solito ragazzino che impara la Grande Lezione sulla Vita in quella mitica “estate in cui diventa uomo”, o qualcosa del genere, che stava diventando un leit motiv dell’ultimo Lansdale. Insomma, non è stato proprio come me lo aspettavo: credevo che avremmo assistito, dopo una rapida spiegazione dell’antefatto, a un lungo, estenuante, parossistico assedio della banda di criminali allo chalet della coppia (una sorta di Notte dei morti viventi di Romero; tra parentesi, una situazione resa ormai “obsoleta” e non più sfruttabile dall’avvento dei cellulari?). Invece la vera e propria battaglia, che avviene simbolicamente durante la notte di Halloween, si limita agli ultimi capitoli del libro, mentre prima si prepara il terreno narrando i giorni immediatamente precedenti, il progressivo avvicinamento dei ragazzi allo chalet a bordo di un’auto, in un tragitto costellato di morte e violenza, nonché, in un lungo flashback, il formarsi della banda e lo stupro di Becky.

Come sempre in Lansdale tutto è eccessivo, esasperato, estremizzato fino al delirio; qui, in più, essendo, credo, uno dei suoi primi romanzi, si sente in alcuni punti una certa rozzezza (banalissimo l’espediente delle pagine di diario per gettare una luce sulla psicologia di Brian, espediente peraltro di cui non si capisce il bisogno, visto che per il resto del romanzo si è sempre incaricato il narratore onnisciente di riferirci tutti i pensieri dei personaggi, e infatti è adottato in un paio di capitoli e poi accantonato; maldestro e buttato lì il riferimento al Superuomo di Nietzsche) e non mancano certe lungaggini (tutto il flashback sul primo incontro di Becky e Monty: va bene, l’autore voleva mostrarceli prima della tragedia, spensierati, innamorati e attratti l’uno dall’altra, per far risaltare il doloroso contrasto col dopo, ma si poteva tagliare qualcosa). Ho avuto l’impressione che il romanzo scorresse troppo velocemente, trascurando spunti potenzialmente interessanti (io avrei dato più spazio a personaggi come Jimmy e Angela, o alle scene fra Ted e Larry, visto che ormai l’autore aveva deciso di farli entrare in scena e di soffermarsi sui loro opposti caratteri). Però, a fronte di questi difetti, alcuni interrogativi angosciosi dell’autore e dei personaggi fanno centro: come si può, come si deve reagire di fronte alla minaccia di una violenza cieca e furibonda? Rispondere con le stesse armi è sempre sbagliato? Come viene distrutta la vita di una donna, di una coppia, dopo uno stupro subìto? Quali sono i confini tra condizionamento della società, dell’ambiente familiare e responsabilità individuale (anche se poi, anche qui, l’insistere sull’influsso di questa terrificante possessione diabolica sulla mente del ragazzo, Brian, non porta quasi, allo stesso modo, paradossalmente a “scagionarlo”, a renderlo quasi “vittima”?)?

Forse ho chiuso con questo tipo di romanzi che fanno dell’esplosione della violenza più brutale una forma di catarsi e di riflessione (vedi anche Chiamami Buio): non vi ricavo più quasi nessun “piacere” (se così si può dire).

Joe R. Lansdale, Il lato oscuro dell’anima (trad. Umberto Rossi), voto = 2,5/5
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