I cani di via Lincoln

Solo pochi giorni fa, recensendo The Deputy di V. Gischler, scrivevo che il noir con tanti morti ammazzati non riusciva più ad appassionarmi come un tempo. Invece, si trattava solo di avere fiducia e trovarne uno che meritava, perché il genere è ancora in grado di darmi belle soddisfazioni.
Di Antonio Pagliaro, autore che ho conosciuto dapprima nelle vesti di “collega” lettore e recensore (suoi molti interessanti, e cattivi quando serve, commenti a vari libri, nei soliti social network dedicati alla lettura, aNobii, Goodreads, e nel suo blog), avevo letto finora solo il più recente lavoro, La notte del gatto nero (2012), che, a dire il vero, non mi aveva entusiasmato: ebbene, sono contenta di non aver completamente chiuso la porta a quest’autore, visto che, come si sarà capito, I cani di via Lincoln (2010) è stato invece una lettura notevole.

Palermo, 2007. Nella “solita” dinamica di lotta/convivenza/connivenza fra Stato e mafia, tra uomini delle forze dell’ordine ben poco “eroici” ma determinati, magistrati stanchi e spaventati ma rigorosi, politici e notabili corrotti, mafiosi e sicari colti nella loro tranquilla vita familiare, viene a inserirsi un elemento inedito che rischia di scompaginare meccanismi collaudatissimi e che toglie certezze a entrambe le parti in gioco: la sempre crescente comunità cinese, con i suoi codici, i suoi rituali, le sue chiusure e, anche, la sua libertà di manovra rispetto alle regole consolidate. Tutto ruota attorno a un ristorante cinese teatro di attività più e meno lecite e ad una strage, di matrice evidentemente mafiosa, che vi viene perpetrata. Da chi e perché? Cosa facevano i cinesi per scatenare quella reazione? E come si organizzerà Cosa Nostra per riparare ai danni fatti e comporre con soddisfazione di tutte le parti un incidente che rischia di avere conseguenze spiacevoli? Data l’intricata maglia di trame e complicità e affari (che l’autore rivela abilmente al lettore non a furia di colpi di scena o di coincidenze fortunose, ma facendola progressivamente dipanare dai suoi protagonisti, il tenente dei Carabinieri Cascioferro, il magistrato Elisa Rubicone, il giornalista Lo Coco, e altri, in un’indagine appassionante ma realisticamente resa), non riesco a farvi un riassunto molto più dettagliato, anche perché in questi casi più cose si svelano, più si rovina la lettura ad altri. Le indagini si impastano, come ho già accennato, con le vite quotidiane dei tanti personaggi, che, per contrasto, rendono tanto più sconvolgenti le improvvise esplosioni di violenza (un appunto però, solo uno: è mai possibile che in questi romanzi le donne siano tutte grandi gnocche?).

Intendiamoci, non è che Pagliaro si inventi grandi novità o rivoluzioni il genere, ma c’è il giusto equilibrio fra tensione e normalità, quasi “banalità”, del male, e “banale” e stanca e pur sempre coraggiosa opposizione delle forze dell’ordine, non ci sono la sufficienza e la ricerca del facile effetto che talvolta si annusano in altri prodotti simili (pensando che basti mettere insieme qualche generica denuncia della corruzione dilagante e qualche brutalità efferata per avere un noir “potente”, “duro”, “coraggioso”, e altri aggettivi che si usano in questi casi).

Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che questo romanzo, in versione ebook, si trova in offerta a solo 1,99€ su tutti i principali store digitali, fino al 7 gennaio.

Antonio Pagliaro, I cani di via Lincoln, voto = 4/5
Per acquistarlo on line

2 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

2 risposte a “I cani di via Lincoln

  1. Tania9gatti

    Incuriosita dalla tua favorevole recensione sono andata a curiosare nel blog di quest’autore che non conoscevo. Mi sono persa e ho rinunciato. Ti domando: i suoi libri sono altrettanto complicati?

    • No, non li definirei complicati (parlo degli unici due che ho letto, ovviamente): certo, non sono i classici gialli lineari con delitto e tot sospettati, devono piacere le trame fitte di complotti e retroscena, e se ci si aspetta il lieto fine è meglio lasciar perdere. In questo romanzo in particolare l’autore usa abbastanza il dialetto siciliano (nei dialoghi), ma niente che mi sia sembrato incomprensibile (hai letto Camilleri, ecco, questo è molto meno difficile, secondo me).

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