Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

3 risposte a “Wolf Hall

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  2. ubik 2.0

    Totalmente condivisibile la tua bella recensione sia nell’illustrazione dei notevoli pregi del libro (nonostante tutto faccio fatica a definirlo “romanzo”…), sia nell’evidenza dei suoi limiti soprattutto nello stile della costruzione delle frasi (“lui” chi?) che pure dovrebbe essere un fattore decisivo nella considerazione dei giurati del Booker (mettendo da parte la ricchezza dei contenuti, pensa allo stile di un McEwan o di un Barnes, per esempio…!).
    Concordo sulla (neanche tanto nascosta) “partigianeria” della Mantel per Cromwell nei confronti di Moro: tuttavia i dialoghi/incontri fra i due nella parte finale hanno fortemente contribuito a spostare dalle 3 alle 4 stelle la bilancia del mio giudizio.

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