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Un regalo del Führer

Il libro per il Giorno della Memoria 2015, scoperto esaminando le ultime novità in uscita sul sito della Einaudi: un libro bellissimo, cui non saprò fare giustizia.

Estate 1944. A Theresienstadt, il “lager modello”, dove sono rinchiusi gli ebrei più eminenti, gli artisti, le personalità di riguardo, il prigioniero Kurt Gerron viene convocato dal comandante del campo, Karl Rahm. Il berlinese Kurt Gerron era stato un celebre attore teatrale e cinematografico: partito dal cabaret, il grande successo era arrivato grazie all’Opera da tre soldi di Brecht, in cui cantava la famosa canzone d’apertura, quella di Mackie Messer (qui la potete ascoltare nella versione in cui la conobbi io, cantata da Ute Lemper), poi vennero i film, e in particolare L’angelo azzurro, di von Sternberg, con Emil Jannings e Marlene Dietrich, poi aveva scoperto la passione per la regia, firmando vari film di successo.

Ora però non è più nulla, e anzi la sua vita ormai conta così poco che si sente fare questa proposta (proposta? Si fa per dire, in realtà un ordine…) terribile: perché non gira un bel film di propaganda che mostri al mondo come è bella la vita nel lager, come fervono le attività produttive, come sia vasta e apprezzata l’offerta di attività culturali, ricreative e sportive disponibili? Per tre giorni Gerron si tormenta, chiedendosi se debba tradire le sue origini, i suoi compagni di sventura, la sua arte, e rendersi complice dei suoi aguzzini. E, accanto a queste angosciose riflessioni, in parallelo si snoda nella sua memoria tutta la sua vita, la famiglia, i genitori distanti e così rigidamente “tedeschi”, ma comunque amatissimi, oggi anch’essi deportati, chissà dove, sicuramente uccisi; la scoperta, da bambino, grazie al nonno materno, del mondo meraviglioso del teatro e del cinema, divenuto la vera vocazione di tutta la sua vita; l’esperienza traumatica della guerra, con i giovani della sua generazione andati (o spinti) entusiasticamente incontro a un inferno terribile, esperienza da cui esce col corpo lacerato e il carattere per sempre cambiato; l’incontro con Olga, l’amore, il matrimonio; il debutto e i primi successi, nell’atmosfera irripetibile della Berlino dei primi anni Venti, Brecht, i colleghi con le loro storie, gelosie, rivalità, grandezze e piccolezze… Tutte cose che un tempo erano la sua vita, che erano per lui il centro del mondo, mentre nel frattempo… Nel frattempo, nell’indifferenza di tutti, sotto lo sguardo fra il divertito e lo sprezzante di Gerron e degli altri che, come lui, la sapevano più lunga di tutti, la Germania si consegnava ai nazisti. Fino a che, il 1º aprile 1933, l’inizio della fine: è negli studi dell’UFA, sta girando, come tutti i giorni, una scena del suo ultimo film, quando, l’annuncio: tutti gli ebrei lascino immediatamente gli studi. Anni di esilio tra l’Austria, la Francia e l’Olanda, con la moglie e i vecchi genitori al seguito, a fare affidamento sugli aiuti dei colleghi che hanno avuto più successo di lui, più fortunati o più previdenti. Ma sempre, sotto sotto, il pensiero che certe cose non possano accadere sul serio… perché, chi potrebbe mai pensare…? E, naturalmente, tornano alla memoria tutte le occasioni di fuggire sprecate, perché… perché chi avrebbe immaginato che…? Tutte le volte che la sua storia personale avrebbe potuto prendere una piega diversa, se avesse preso la decisione giusta al momento giusto, mentre invece il tempo, gli spazi, le opportunità, la libertà poco a poco si assottigliano sempre di più, da Berlino all’Austria, a Parigi, assieme ai tanti altri esuli tedeschi, all’Olanda, a Westerbrok, e poi… eccoci, Theresienstadt, uno squallido tugurio sopra le latrine, la fame che ormai non ti abbandona più, senza essere riusciti a fermare l’onda, senza aver capito che l’onda non si sarebbe più fermata, e dopo c’è solo il trasporto a est, i treni che partono regolarmente, Auschwitz. E, accanto ai ricordi, l’interrogativo sempre più angoscioso: girare il film o no? Ma, in realtà, sta solo cercando di ingannare se stesso, perché ha veramente una scelta? Il film lo girerà, perché è un ordine, perché non vuole morire, non vuole essere deportato e soprattutto non vuole che la moglie Olga venga deportata con lui per colpa sua.

E così, iniziano le riprese, con gli altri internati del lager a fare da attori/comparse, tra scene surreali di raccolte di pomodori, divertenti bagni nel fiume, deliziosi quadretti con famiglie felici a cena. Una montatura allucinante, ma, per quanto possa sembrare paradossale, alla fine a quel lavoro Gerron finisce per dedicarsi anima e corpo, vuole farlo bene, sa di poterlo fare bene. Perché più si renderà utile e si dimostrerà bravo, più aumentano le possibilità per lui e Olga di non essere deportati, certo. Perché, allo stesso modo, può cercare di “proteggere” i suoi collaboratori, utili alla realizzazione del film e quindi anche loro esclusi, almeno temporaneamente, dal trasporto, certo. E però anche perché fare film è ciò che è, ciò che ama, e allora, finché non gli avranno portato via anche questo, avrà conservato un margine di libertà, così come l’anziano professore di filosofia che ora, nel lager, viene utilizzato come guardiano dei cessi, eppure non ha rinunciato al gusto della dialettica.

Come avvisa l’autore, questo è un romanzo e molte cose nel libro sono inventate o sviluppate liberamente a partire da fatti storici. Alcune cose sono assolutamente vere, però: la prima è che Kurt e Olga Gerron vennero deportati da Theresienstadt ad Auschwitz e lì vennero uccisi, subito dopo l’arrivo, nelle camere a gas nell’ottobre 1944, poco tempo prima che il lager cessasse l’attività. La seconda è che il film propagandistico sulla “città modello” di Theresienstadt che Gerron fu costretto a girare è terribilmente vero: non servì a Gerron a salvarsi la vita (o forse anzi fu proprio perché vi aveva lavorato che venne eliminato) e non fu lui a montarlo, e l’andamento della guerra nel 1944-1945, con la sconfitta sempre più imminente per la Germania, impedì che venisse mai effettivamente mostrato. Oggi rimangono solo alcuni spezzoni: ecco la voce su Wikipedia e qui si possono vedere alcuni minuti (non è il titolo ufficiale, ma il film finì per essere noto soprattutto col titolo Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, “il Führer regala agli ebrei una città”, da cui il titolo dell’edizione italiana del libro, Un regalo del Führer, più efficace per una volta dell’originale, Gerron).

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer (trad. Valentina Tortelli), voto = 4/5

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Cento giorni

Senza neanche saperlo prima di consultare Wikipedia, ho iniziato questo libro a esattamente (giorno più, giorno meno) 20 anni di distanza dal genocidio ruandese, che era in atto da tempo ma si scatenò su larga scala a partire dal 6 aprile 1994.

Cento giorni è un romanzo e non ha intenzione di tracciarne la storia: leggendolo, però, si imparano varie cose e soprattutto ci si imbatte in interessanti spunti di riflessione. David Hohl è uno svizzero che, nel 1990, giunge a Kigali, Ruanda, per lavorare nella sede della Direzione dello sviluppo e della cooperazione svizzera di quel Paese (dal 1961, anno in cui finì la dominazione belga e il Ruanda divenne una repubblica, la Svizzera è fra le nazioni più attive nel Paese). È pieno di buone intenzioni e di ottimismo, è più politically correct che mai (azzeccato il breve episodio sulla squadra del Camerun a Italia ’90!), e convinto che anche il suo piccolo contributo possa fare una differenza nel mondo. Non si trova di fronte a scene apocalittiche, come si immaginava lui e come noi immaginiamo, in un calderone indistinto, tutta la realtà africana. In Ruanda, forse il più “svizzero” fra gli Stati centrafricani, la cooperazione sta dando buoni frutti, il lavoro procede, la situazione politica si può definire stabile, una condizione che certo agli europei non dispiace. Al di sotto della quotidiana gestione di progetti, accordi, iniziative, però, nessuno si accorge che esiste un’altra realtà parallela, chiarissima a tutti i nativi (così come esiste la lingua francese della comunicazione “ufficiale”, e la lingua bantu, per lo più incomprensibile ai personaggi europei), oppure, se qualcuno si accorge, se qualcosa traspare, viene liquidata in fretta, sottovalutata, volutamente interpretata nel modo più comodo e conveniente perché il lavoro di tutti possa andare avanti sostanzialmente come prima.

Una bella personificazione di questa sconcertante incapacità di andare a fondo è il personaggio femminile di Agathe, una donna ruandese con cui David intreccia una relazione, molto cruda e fisica, in cui però l’uomo sembra sempre “un passo indietro”, smanioso di capire e controllare e afferrare qualcosa di “definitivo”, ma senza riuscirci mai. Agathe all’inizio del romanzo è una persona assolutamente indifferente alla situazione politica del Paese (la ragazza ha studiato in Belgio, e non desidera altro che tornarci e lasciarsi alle spalle il Ruanda); col tempo, però, anche la donna si lascia coinvolgere dal clima di odio esasperato, “si adatta”, come dice il narratore, come se il massacro finale fosse una conclusione ineluttabile e inevitabile, date le premesse maturate per anni, uno sbocco “naturale”, e ben poco potessero fare i singoli per contrastare questo esito (anche se non vorrei che questa mia frase desse adito a un’interpretazione del genocidio ruandese come una “esplosione” di violenza “tribale”, “istintiva” e incontrollata: da quel che si legge nel libro, infatti, fu tutt’altro: preparata, metodica, organizzata).
Si giunge quindi al fatidico aprile 1994, quando David, con una decisione quasi impulsiva e irrazionale, sceglie di non lasciare il Paese assieme al resto della delegazione svizzera, e assiste così alla fase più intensa della tragedia (i cento giorni del titolo) prigioniero del “fortino” della propria casa.

A scrivere di più su cose che non conosco bene, rischio solo di fare errori. Mi limito a dire che, dal punto di vista di un lettore europeo, la “scossa” che presumo volesse dare questo romanzo è efficace proprio perché David, i suoi colleghi, gli ex colonizzatori ora diventati cooperanti, esprimono quello che pensiamo dovremmo sentire anche noi, tutto ciò che ci sembrerebbe giusto e ragionevole fare in quella situazione… e tutto questo si rivela assolutamente insignificante, o peggio controproducente, nel migliore dei casi ingenuo

Il romanzo si chiude su toni sconfortanti, sottolineando questo senso di incomprensione e fraintendimento, finanche di “derisione” delle effettive capacità di “intervento” che ci illudiamo di avere (vedi l’ultimo incontro fra David e Agathe), oppure al contrario il paradosso di una “acculturazione” fin troppo efficace (l’ordine e la precisione “svizzeri” che finiscono per essere proprio i fattori che più agevolano la metodica ed efficientissima attuazione del massacro, la Ruanda come “Svizzera d’Africa” o la Svizzera “Ruanda d’Europa”?).

Lukas Bärfuss, Cento giorni (trad. Daniela Idra), voto = 4/5

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L’Armada

Esplorando le più recenti pubblicazioni della casa editrice Sellerio ho scoperto questo romanzo semi-dimenticato di un autore altrettanto sconosciuto e misterioso, Franz Zeise: L’Armada ha per protagonista la figura “leggendaria” di don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo dell’imperatore Carlo V, guardato con dissimulata diffidenza e sospetto dal fratellastro, Filippo II, comandante in capo dell’esercito della Lega santa che sconfisse la flotta ottomana nella memorabile battaglia di Lepanto del 1571, morto di lì a poco ancora giovanissimo. In effetti però non siamo di fronte a un romanzo storico “tradizionale”, la ricostruzione degli ambienti è dettagliata e notevole, ma forse la verosimiglianza delle scene è piegata alle esigenze di drammaticità, per dar vita a un quadro violento, “malato”, fosco, foschissimo, con i personaggi che si muovono spesso in modo apparentemente irrazionale ed esagitato o al contrario assente e allucinato, quasi come se ci trovassimo di fronte a un quadro del geniale El Greco (più che Bosch, citato da Sciascia nella prefazione come esempio delle suggestioni pittoriche che sembrano ispirare il romanzo), con le sue figure ossute e dagli sguardi che sembrano sempre inquieti.

Sempre Sciascia insiste molto sul tema della follia strisciante che si trasmette dall’una all’altra di queste terribili, patetiche e spesso incomprensibili e sfuggenti figure di grandi uomini di potere, e il parallelismo fra la “melanconia” di Carlo V nell’incipit del romanzo e quella di don Juan nelle ultime pagine è reso evidente dall’autore grazie all’uso di frasi quasi identiche per descriverne gli strani comportamenti. Non è casuale, forse, quest’insistenza sugli aspetti più maniacali, sanguinari e deviati della psicologia dei governanti in un romanzo scritto da un autore tedesco nel 1936.

Un romanzo percorso da una luce sinistra e che rende bene l’atmosfera un po’ stereotipata ma non per questo meno affascinante della “leggenda nera” del regno di Filippo II (e forse siamo anche un po’ suggestionati dalla vicenda biografica dell’autore, morto in un ospedale psichiatrico), ma che non è affatto facile o “piacevole” da leggere e seguire, proprio per lo stile tortuoso, denso e pesante che Zeise sceglie di usare. In definitiva non posso dire di essermelo “goduto” o che ne porterò vivo il ricordo negli anni a venire, però, quando finalmente la vicenda si mette in moto (ma siamo già all’ultimo terzo del libro), sono molto belli i capitoli dedicati all’Armada cristiana accampata nei pressi di Messina in attesa di prendere il largo e quello sulla battaglia di Lepanto. Peccato per i nomi tedeschi tradotti in italiano (la traduzione italiana risale agli anni cinquanta).

Franz Zeise, L’Armada (trad. Anita Rho), voto = 2,5/5
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Il caso Collini

Di questo libro parlò molto bene D’Orrico nella sua rubrica settimanale qualche mese fa: dei suoi consigli non mi fido più molto, ma lo stesso giudizio estremamente positivo è stato espresso anche da un mio “vicino” su aNobii, che addirittura lo ha additato come uno dei romanzi più belli degli ultimi anni. Ciò nonostante, tra i millemila libri che vorrei leggere avevo pensato che di questo, probabilmente, avrei anche potuto fare a meno: questo finché il caso non ha voluto che venisse proposto nel “Pozzo letterario” di febbraio di Goodreads Italia. A questo punto, visto che gli altri titoli non mi attiravano o erano già prenotati, perché no?

A Berlino, Hans Meyer, venerando capo di un potente gruppo industriale, viene ucciso dall’anziano operaio italiano in pensione Fabrizio Collini. Costui, fino ad allora irreprensibile e solitario, non oppone resistenza all’arresto, confessa subito il delitto, ma mantiene per tutti i mesi delle indagini un silenzio impenetrabile sul movente. Al suo fianco è chiamato il difensore d’ufficio, Caspar Leinen, giovane avvocato alle prime armi: il lavoro di questi, però, è notevolmente complicato, oltre che dal misterioso silenzio del suo cliente, anche dall’affetto che lo legava alla vittima, nonno di un suo carissimo amico d’infanzia. Siccome è un romanzo e tutti i nodi devono giungere al pettine, e poiché è ampiamente anticipato dal risvolto di copertina, non è per noi una grossa sorpresa (tuttavia “coprirò” ugualmente la frase seguente: per leggerla evidenziate) quando si scopre che la vittima era in realtà un criminale nazista che, durante la guerra, ordinò una feroce rappresaglia a seguito di un attentato partigiano, e fra gli ostaggi trucidati c’era anche il padre del piccolo Fabrizio Collini.

Il genere legal thriller non mi ha mai detto molto, però i resoconti delle schermaglie in aula, la tensione, le attese, il dettaglio che può fare la differenza e quello che può avere mille interpretazioni diverse, hanno comunque un certo fascino, se resi non in modo sensazionalistico ma rimanendo aderenti alla realtà (potrebbe sembrare il contrario, invece a me sembra più interessante il minuzioso funzionamento dell’intero meccanismo piuttosto che la singola arringa enfatica e definitiva). Qui sicuramente una certa dose di luoghi comuni non manca (giovane avvocatucolo idealista “contro” principe del foro e mega colosso industriale, processo il cui verdetto sembra già scritto in partenza ma che poi viene scosso da un inaspettato colpo di scena, doloroso coinvolgimento personale nel caso, obbligatoria, ma fortunatamente non enfatizzata, “storia d’amore”), tuttavia la freddezza della scrittura riesce a evitare le derive hollywoodiane.

In effetti, più che “l’indagine”, inesistente (e che tra l’altro arriva a una svolta solo grazie a una coincidenza fortunatissima), il romanzo decolla realmente solo nell’ultima parte (ma anche il capitolo sull’autopsia è notevole), con uno scontro su varie interpretazioni dei fatti fra parte civile e difesa, e soprattutto, indirettamente, il gigantesco spettro che da decenni tormenta la società tedesca, cioè quanto effettivamente le generazioni passate, quelle più direttamente coinvolte, siano state disposte ad affrontare le loro responsabilità (tra l’altro, sarà stato un libro “difficile” anche per lo stesso autore, visto che è il nipote del gerarca nazista Baldur von Schirach), come sia possibile giudicare, e quindi razionalizzare, l’inconcepibile, se la Legge e il diritto possano essere strumenti adeguati o se sia lecita la ricerca della Vendetta (come ricorda alla fine Collini, ormai i morti non desiderano più la vendetta, sono sempre i vivi a volerla). Chi è credente, può pensare che (spoiler) l’estremo gesto di Collini possa significare che egli si sia sottratto alla giustizia umana perché imperfetta, e in effetti non sapremo mai come il processo si sarebbe concluso, e abbia deciso di presentarsi di fronte a un altro tribunale per spiegare le sue ragioni e attendersi una condanna o un’assoluzione.

Ferdinand von Schirach, Il caso Collini (trad. Irene Abigail Piccinini), voto = 3/5
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Ognuno muore solo

Otto ed Elise Hampel furono due coniugi di mezza età vissuti nella Berlino nazista, coppia tranquilla, appartata, anonima, due bravi cittadini non particolarmente interessati alla politica, anzi ben disposti verso il regime che aveva risollevato la Germania dalla spaventosa crisi economica, finché, nel 1940, proprio nel momento di maggior trionfo di Hitler, qualcosa cambiò: mossi dalla rabbia verso la corruzione e l’ingiustizia generali, da un lutto privato (il fratello di Elise era morto in guerra), decisero insieme di attuare una loro piccola resistenza. Nei due anni successivi scrissero centinaia di cartoline postali anonime con messaggi che invitavano ad aprire gli occhi sulla violenza del regime, sull’inutilità del sacrificio di tante vite, sulla necessità di boicottare lo sforzo bellico diminuendo il proprio ritmo di lavoro, che Otto distribuiva di nascosto lasciandole per le scale e negli atri dei palazzi più frequentati di Berlino. Andarono avanti per mesi facendo impazzire la Gestapo sulle tracce dell’imprendibile e sfuggente scrittore di cartoline sovversive, finché, nel 1942, a seguito di una sfortunata coincidenza, furono scoperti, arrestati, processati e condannati alla ghigliottina nell’aprile del 1943.

A questi fatti realmente accaduti, che poté apprendere direttamente dai documenti d’archivio dell’indagine e del processo, si ispirò Hans Fallada per il suo ultimo romanzo, Ognuno muore solo (1947). Si prende alcune libertà, ovviamente: la ricostruzione della vicenda reale si può leggere in un suo articolo in Appendice a questa edizione; oltre a cambiare i nomi dei protagonisti in Otto e Anna Quangel e ad arricchire la storia di comprimari ed episodi di sua invenzione, l’autore soprattutto presenta una sua versione delle motivazioni ideali dei coniugi (la morte in guerra del loro unico figlio) e si discosta dalla realtà nel narrare poi il loro atteggiamento dopo la cattura (Fallada riferisce che gli Hampel, per tentare di sottrarsi alla pena capitale, si dichiararono pentiti del loro “tradimento”, mentre i Quangel del romanzo vanno incontro alla morte con fermezza). Questi discostamenti dalla realtà storica servono quindi all’autore per elevare la vicenda a celebrazione della resistenza dei tedeschi al nazismo, resistenza di gente “normale”, non politicizzata, ma decisa a difendere fino in fondo la propria onestà e integrità morale, la propria coscienza di esseri umani in mezzo alla barbarie (a non diventare mai come “loro”, tutti gli altri). Resistenza che fallì miseramente all’atto pratico, come Fallada (egli stesso non immune dai sensi di colpa per un atteggiamento, se non di adesione, però neppure di aperta opposizione nei confronti del regime) riconosce e sottolinea più volte: non vi fu in Germania nessuna manifesta ribellione della popolazione al nazismo, che crollò per l’azione vittoriosa degli eserciti stranieri, e le stesse cartoline scritte e disseminate dagli Hampel/Quangel, che la coppia sognava sarebbero passate clandestinamente di mano in mano e avrebbero finalmente risvegliato le coscienze, furono quasi tutte consegnate immediatamente alla polizia dagli spaventatissimi rinvenitori casuali (e ora sono allegate al fascicolo e alcune di esse sono riprodotte nell’Appendice al volume). Ciò nonostante Fallada ritiene che non sia stata vana, che chi per il suo gesto di ribellione, magari minimo e dalle conseguenze pratiche nulle, immediatamente represso, ha perso la vita non l’abbia fatto inutilmente, e abbia comunque contribuito a restituire la dignità al popolo tedesco.

Non tutto funziona sempre, in questo romanzo: è scritto nel risvolto di copertina che Fallada lo scrisse alla fine della sua vita, malato e alcolizzato, in 24 giorni, e purtroppo un po’ si vede: soprattutto nella prima parte, alcuni punti sono abbastanza confusi e scollegati, il punto di vista cambia vorticosamente e senza preavviso (sarà colpa anche della traduzione? Infatti, come si vedrà più avanti, quest’edizione non mi è sembrata esente da difetti), molti personaggi e molte storie vengono messi sul tavolo, ma non tutti i filoni della storia vengono seguiti con la stessa lucidità (e alcuni quasi del tutto abbandonati: vedi Fromm, vedi i Persicke). Tuttavia, soprattutto a partire dall’ultimo capitolo della prima parte, la storia in sé ha una tale forza che si perdonano questi difetti, e nella seconda parte, quando tutto si fa inevitabilmente più cupo e claustrofobico, è anche il momento in cui si sale di livello, l’attenzione dell’autore si concentra sulla vicenda principale, la penna si fa più “spietata” nel raccontare l’orrore nudo e crudo degli interrogatorî, della prigionia, del processo-farsa, dell’esecuzione.

I Quangel non sono mai rappresentati con la magniloquenza riservata agli eroi: sono due poveri vecchi, lui d’aspetto neanche troppo gradevole, burbero, taciturno, avaro, di scarsa cultura, lei una donna modesta, abituata ad ubbidirgli. Ma di loro risalta sempre la fortissima solidarietà che li lega, che si esprime in modi sempre molto pudichi, riservati, quasi impacciati, mai esaltati ma profondamente autentici e commoventi, e soprattutto il fatto che sono fra i pochi personaggi che, dal momento in cui prendono la loro decisione di agire, poco a poco, fino agli ultimi momenti, riescono a liberarsi dalla paura, pur vivendo nel costante pericolo. È la paura infatti la grande e vera protagonista del romanzo, che tutti hanno interiorizzato come l’aria che respirano, dal miserabile  e disprezzabile Enno Kluge al viscido Borkhausen, dalla disgraziata e perseguitata ebrea Rosenthal alla coppia dei giovani Trudel e Karl, buoni ma troppo terrorizzati dall’idea del mettere in pericolo la loro tranquillità domestica per fare realmente qualcosa di concreto. E i tanti tedeschi senza nome che trovano le cartoline, ne leggono le prime righe e subito le gettano via come se scottassero, o le portano immediatamente alla Gestapo, rivolgendo la loro rabbia non al regime che li tiene schiavi, ma, in un ribaltamento di prospettiva amaramente paradossale, verso lo sconosciuto che scrive questa roba e così facendo mette nei guai il prossimo! Ed è una paura che non risparmia nessuno, nemmeno chi è dalla parte degli oppressori, perché, come dimostrano le parabole del commissario Escherich e del vecchio nazista Persicke, in questo sistema disumano che si regge sulla sopraffazione e sull’arbitrio, basta veramente un nulla per perdere le proprie sicurezze, essere abbandonati da chi credevamo più vicino, venire spogliato di tutto e brutalmente schiacciato, per la mancanza di un momento o anche senza neppure un vero motivo.

Che brutto dover chiudere la recensione con una lamentela, ma è una cosa che mi ha fatto davvero arrabbiare. Quest’edizione Sellerio ha la sua classica, bella copertina blu, interessantissime l’Appendice di cui sopra e la biografia di Fallada a firma di Geoff Wilkes, ok ok… Però! A p. 672, è il momento in cui Otto Quangel viene fatto uscire dalla sua cella per essere condotto al luogo dell’esecuzione; passando accanto alle celle degli altri detenuti, sente qualcuno dirgli “addio”, ed egli riflette tra sé quanto sia ironico un tale saluto a uno che sta andando a morire; una opportuna nota ci spiega cosa intenda: in tedesco “addio”, Lebewohl, significa letteralmente “vivi bene”… Peccato che nella nota non ci sia scritto “bene”, ci sia scritto… “bue“! Significa letteralmente “vivi bue”!!! È inevitabile, ti scappa da ridere, e non vorresti farlo, ti sembra persino irrispettoso in questo momento così tragico: da qui la rabbia verso questa trascuratezza che ti ha irrimediabilmente rovinato la lettura di questo brano. Dice: un errore di stampa può capitare. Va bene, ma non nel punto più alto e drammatico di tutto il romanzo! E se io me ne sono accorta è solo perché ho studiato un poco il tedesco, e che wohl volesse dire “bue” non mi tornava proprio… chissà quanti hanno letto il libro e si sono chiesti “ma che c’entra adesso il bue?”, perdendosi tutto il senso della frase…

Per saperne di più, ecco la pagina di Wikipedia in inglese su Otto ed Elise Hampel e le loro schede biografiche nel sito della Gedenkstätte Deutscher Widerstand (Memoriale della resistenza tedesca): Otto ed Elise.

Hans Fallada, Ognuno muore solo (trad. Clara Coïsson), voto = 4/5
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Tristano

L’ascolto dell’opera Tristan und Isolde di Wagner, e l’aver recentemente sfogliato il manuale di storia della letteratura del liceo mi hanno invogliata a leggere questo capolavoro, una delle innumerevoli versioni del mito dell’amore tra il cavaliere Tristano e la bionda Isotta, moglie dello zio di lui, re Marco. Si tratta del poema di Goffredo di Strasburgo (prima metà del XIII secolo), ma nel volume in appendice sono presentati anche i frammenti superstiti di un’altra versione, quella di Thomas, che fra l’altro completano il racconto, ché Goffredo il suo l’ha lasciato incompiuto.

Ottima l’introduzione delle due curatrici, Maria Letizia Magini e Gabriella Agrati, autrici anche della traduzione in italiano (mi è piaciuta, anche se non era presente il testo originale, che comunque non sarei stata in grado di apprezzare).

Bellissima soprattutto la celeberrima storia dei due tragici amanti, sebbene arrivi dopo un antefatto abbastanza prolungato, con gli episodi ben noti del filtro d’amore, della sostituzione di Isotta nel talamo la prima notte di nozze, della spada snudata e della nave che arriva issando le vele bianche. Wagner ha sfrondato moltissimo e ha reso il tutto ancora più essenziale e, se possibile, ancora più tragicamente morboso e sensuale (nell’opera Moroldo, ucciso da Tristano, è il promosso sposo di Isotta, qui lo zio; in Wagner è molto più marcato e violento il contrastante sentimento di odio misto ad amore che Isotta prova per Tristano anche prima di bere il filtro, bevuto il quale, poi, i due amanti si dichiarano subito l’un l’altra, non dopo un po’ di tempo come nel poema), ma anche qui è emozionantissimo assistere al dipanarsi di questa passione assoluta e irrefrenabile, cieca e contraria a ogni prudenza.

Soprattutto, mi hanno colpito l’incanto e la semplicità con cui, con un linguaggio delicato e piano, senza bisogno di elaborate metafore, l’autore affronta il tema universale dell’amore: se fossi una abituata ad annotare i passi più significativi dei libri che leggo, qui avrei da lavorare, perché ve ne sono di bellissimi. Altro che l’artificiosità e la melensaggine di certi prodotti odierni, vedi La monaca!

Non ho letto l’opera in lingua originale, e quindi immagino che la musicalità e la dolcezza delle frasi e delle frequenti ripetizioni, che danno origine a uno stile e a dei ritmi cui certo noi lettori moderni non siamo per nulla abituati, e che quindi sulle prime possono sembrarci faticosi o pesanti, ma da cui poi finiamo per lasciarci cullare, siano state ancora più belle in tedesco, a maggior ragione dato che, suppongo, l’opera era concepita per essere cantata e ascoltata, più che letta.

Goffredo di Strasburgo, Tristano (a cura di Maria Letizia Magini, Gabriella Agrati), voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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La misura del mondo

Non ricordo assolutamente perché avessi comprato questo libro.
Una sorta di “vite parallele” tra Alexander von Humboldt e Carl Friedrich Gauss, il romanzo viene definito “filosofico” e probabilmente vuole comunicare qualcosa, ma io non ho capito cosa. Infatti mentre superavo pagina 220 o giù di lì mi è apparso chiaro che stavo arrivando alla fine senza essere riuscita a comprendere il motivo degli elogi sperticati che erano stati fatti all’opera e all’autore secondo quanto riportava la quarta di copertina.
Probabilmente un invito alla ricerca della conoscenza, ad aver fiducia nelle potenzialità della ragione e della scienza, ma forse anche no. Una riflessione sulla solitudine del genio, almeno così mi pareva all’inizio, nei capitoli sull’infanzia di Gauss, ma chissà.
Comunque, la tanto decantata ironia della scrittura ha smesso di far colpo su di me abbastanza presto: a forza di tratteggiare con “affettuosa ironia” i grandi del passato, per cercare di farli “scendere dal piedistallo” o renderli meno “polverosi”, di mostrarne anche le umane “debolezze”, è venuto fuori che Gauss e soprattutto il povero Humboldt sembravano via via matti (Humboldt), odiosi (Gauss), o asociali (Humboldt), o completamente scemi e incapaci di avere rapporti “normali” con le altre persone (sempre Humboldt) in qualche punto.
Mi è sembrato abbastanza evidente che l’autore avesse una leggera predilezione per Gauss, che, senza viaggiare per mezzo mondo come invece ha fatto l’altro co-protagonista, è riuscito lo stesso a fare scoperte di valore incalcolabile per l’umanità: sarò facilona, ma a me invece erano più graditi i capitoli che raccontavano le mille avventure e gli strambi aneddoti del viaggio di Humboldt e Bonpland in Sud America, almeno succedeva qualcosa.
Però, ripeto, nell’ultima parte, da vecchi, Humboldt diventava abbastanza rimbambito e veniva ridicolizzato un po’ da tutti, Gauss uno stronzo (a qualcuno sarà sembrato “un adorabile brontolone”, io non lo sopportavo), e poi il romanzo non finiva più e diveniva sempre più noioso, quindi, a dispetto di tutto, non mi è piaciuto, una lettura abbastanza inutile.

Daniel Kehlmann, La misura del mondo (trad. Paola Olivieri), voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Welcome Ossi!

Ti interessa questo libro? Te lo vendo io! Vedi qui.

Libro che ho visto nello scaffale di una mia “vicina” su aNobii, mi ha incuriosito e ho acquistato giusto perché era venduto con lo sconto del 50% su IBS a soli 5,94€.
Ambientato nella Germania subito dopo la riunificazione, vede come protagonista Bruno Rabau, ex poliziotto della Stasi giunto in un paesino dell’Ovest per fare un lavoretto sporco, uccidere un industriale che era, si scopre, implicato in una rete di rapporti torbidi con più o meno tutti gli abitanti dell’apparentemente tranquilla cittadina.
In realtà, dell’intreccio giallo all’autore sembra non importare molto per buoni tre quarti del libro, come non interessava poi tanto neppure a me, e quando, verso la fine del romanzo, si schiaccia l’acceleratore sulla soluzione del caso non ci ho capito nulla, vista la presenza un po’ confusa di spie, ricatti, soldi che viaggiano da Est a Ovest, etc, ma non mi sono curata di andarmi a rileggere i passi in questione.
No, mi sembra che maggiore attenzione sia dedicata all’incontro/scontro tra tedeschi dell’Ovest e tedeschi dell’Est (Ossi è il nomignolo con cui vengono chiamati gli ex cittadini della Germania Est, “Ost” in tedesco, dai Wessi), e devo dire che, sicuramente, avranno saputo apprezzare meglio questa parte del libro i lettori tedeschi: suppongo che anche per i traduttori non sia stato facile, la cosa si sarà giocata molto anche sul piano della lingua. Insomma, è un po’ come pubblicare in Germania un romanzo che tratta dei pregiudizi dei cittadini del Nord Italia verso gli immigrati del Sud, o della volontà di emergere di questi ultimi, per fare un esempio: può anche interessare, e infatti non è stata assolutamente una perdita di tempo totale, ma comunque non ne capisci appieno il contesto.
Il libro non è scritto bene, non ha alcuna pretesa letteraria, ma tutto sommato in alcune parti è anche godibile, secondo me il meglio lo dà nelle scene in cui il protagonista viene raggiunto dall’ex moglie russa e dal figlio e in cui la trama gialla viene un po’ dimenticata.

Wolfgang Brenner, Welcome Ossi! (trad. Paolo ed Eleonora Zoratti), voto = 2,5/5
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Bollettino di guerra

Bollettino di guerra, di Edlef Köppen, è un romanzo uscito nel 1930 ma andato colpevolmente dimenticato, anche a causa della condanna che gli riservarono i nazisti, e rimasto finora inedito in Italia. Ne lessi una recensione sul Corriere della Sera a marzo.
Un giovane volontario tedesco, Adolf Reisiger, parte per il fronte nell’estate del 1914: finirà rinchiuso in un manicomio nel 1918 per aver sperimentato sulla sua pelle quei quattro anni di orrori e aver deciso infine di chiamarsi fuori:

“… ho dichiarato con tutto l’ardore, a tutti i medici: signori, posso loro giurare che non sono pazzo. E che nemmeno faccio finta di essere pazzo. – Io dichiaro loro, sulla mia stessa vita: so quel che dico e quel che faccio: non si tratta nient’altro che di dire: io, io, io non ci sto più a fare la guerra. Non ci sto più a fare la guerra. […] Io continuo a consigliare loro: mi si fucili. Applichino su di me le loro ridicole leggi di guerra, e mi si fucili, una buona volta. Ma io non ci sto più. Non voglio più essere complice. Ne va di più che della vittoria, alla quale peraltro anche loro ormai credono poco. Si tratta del fatto che in ogni istante vengono ancora ammazzate, e massacrate, e mutilate delle persone – e per quale motivo? Per un’assurdità, perché non possiamo più vincere. Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.” (pp. 389-390, sono le pagine finali del libro).

In realtà, dietro la vicenda di Adolf Reisiger è da vedere quella dello stesso Edlef Köppen (1893-1939), perché il romanzo è fortemente autobiografico: leggendo la postfazione all’opera di Jens Malte Fischer, ho provato una grande ammirazione e fascinazione per questa grande personalità, e mi sono affrettata a crearne la voce su Wikipedia.
Leggete questo libro perché è veramente criminale che un capolavoro simile rimanga ancora sconosciuto a quasi 80 anni dalla sua pubblicazione. Uno dei suoi pregi è fondere pagine di azione narrativa con documenti, bollettini del comando, articoli di giornale dell’epoca, che il più delle volte fanno uno stridente ed eloquente contrasto con l’orribile realtà di fronte agli occhi di Reisiger/Köppen. Lo stile è asciutto, duro, toccante senza mai ricorrere al sentimentalismo o alla retorica.

Sarebbero parecchie le citazioni meritevoli, ma ho scelto questa, molto bella (p. 201):

ANNOTAZIONE DAL DIARIO DEL SOTTUFFICIALE REISIGER



Nella notte fra il 31.12 e l’1.1.’16, alle dodici in punto, tutte le batterie tedesche, per quanto potei sentire, hanno sparato tre scariche contro il nemico. – Il nemico non ha risposto.

Vorrei sapere chi ha dato quell’ordine. Nella batteria c’è una tale rabbia verso quel miserabile, come non ne avevo mai vista prima. È una pura e semplice schifezza. Avevamo le lacrime agli occhi. Pian piano abbiamo smesso di essere bambini piccoli, e sparare è senza dubbio il nostro mestiere, poiché siamo in guerra. Ma che ci toccasse di iniziare così il nuovo anno è stato crudele. Perché abbiamo fatto fuoco? Contro chi, per l’amor di Dio? Se andiamo avanti così, a sparare semplicemente per il puro desiderio dei botti, senza un obiettivo, senza “nemico”, senza (dovrei vergognarmi, di dire “legittimazione”?)… perché qualche imboscato si è inventato questo saluto di buon anno particolarmente originale – allora la cosa prima o poi arriverà a una conclusione che non ci piacerà affatto. – Ma sono un soldato, e devo tenere la bocca chiusa.

Edlef Köppen, Bollettino di guerra (trad. Luca Vitali), voto = 4,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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