Mabel dice sì

Ah, Luca Ricci. Quando mi chiedono “qual è il tuo libro/film/gruppo/show/autore preferito?”, spesso non so cosa rispondere: per limitarsi all’ambito dei libri, “consumo” le letture talmente in fretta, e spazio a tal punto di qua e di là, che tutt’al più riesco a definire un genere o un filone o una tematica che apprezzo, o al contrario cosa non mi piace. Però Luca Ricci riuscì a impressionarmi a tal punto con la sua opera La persecuzione del rigorista che da allora, pur sapendo che con me questa definizione non ha grande valore, mi capita di annoverarlo fra i miei “autori preferiti” e credo di possederne l’opera omnia, o quasi (non è stata un’impresa poi così ardua, avendo egli esordito di recente e non avendo un catalogo di titoli vastissimo alle spalle). Anche questo ultimo Mabel dice sì (2012) l’ho acquistato “sulla fiducia”, senza farmi troppe domande (beh, le uniche perplessità erano sul prezzo del volumetto, tanto è vero che ho aspettato di trovarne una copia usata).

 

Non succede mai molto, nei suoi libri, anzi, quello che ci si aspetterebbe viene continuamente rimandato e poi al dunque finisce per passare quasi inavvertito, oppure non avviene mai, e si rimane “in sospeso”, “abbandonati” dall’autore che ci ha condotto passo passo fino a un certo punto e poi improvvisamente ci nega la via d’uscita ovvia, ci toglie “il tappeto” da sotto i piedi, o se ne esce non visto dal retro mentre noi ci aspettiamo chissà che, lasciandoci con una sensazione di non finito, di interrotto sul più bello. Quei suoi protagonisti/voci narranti senza nome che ci dicono, sì, cosa succede, ma solo fino a un certo punto, mostrandosi improvvisamente reticenti o vaghi o fumosi, si adattano bene all’atmosfera sempre un po’ “impenetrabile” dei suoi romanzi.

Pisa: un giovane studente del conservatorio, aspirante pianista, “si adatta”, per guadagnare qualcosa, a fare da portiere di notte in un albergo. Fra i suoi colleghi vi è anche una ragazza, di nome Mabel, all’apparenza neanche particolarmente attraente o brillante, che però esercita sugli uomini un fascino magnetico e irresistibile. Mentre si ritrova ad essere spettatore voyeur della vita di questa ragazza enigmatica che a malapena conosce, ma il cui mistero lo intriga, e dei suoi tanti uomini, il protagonista, poco a poco, “rinuncia” alla sua vita, finisce per essere sempre più assorbito, risucchiato dal microcosmo dell’hotel, dai suoi ritmi e dalle sue mansioni, dal via vai di tanti “tipi umani” fra la clientela con le sue stranezze e sgarberie. Si rende conto insomma che la sua vita al di fuori del lavoro non esiste quasi più, i rari contatti che ancora prova a coltivare (l’amica Giusy) sono superficiali e insoddisfacenti, e soprattutto la carriera da musicista gli appare sempre più come un sogno adolescenziale patetico, non gli interessa più. La rinuncia alle velleità artistiche e la scelta di un impiego “grigio” e stabile possono essere visti sia come un arretramento sia, al contrario, come una crescita verso l’età adulta: le rinunce sono dolorose ma logiche, il “sacrificio” del pianoforte ormai inutilizzato e l’accettazione della promozione sono una sconfitta o una vittoria? Non c’è una risposta definitiva, “giusta”, così come il destino finale di Mabel non viene mai chiarito, rimarrà un episodio “anomalo” e dal vago ricordo inquietante nella biografia del protagonista, al pari della permanenza nel paesino abruzzese del giovane prete protagonista di La persecuzione del rigorista: parentesi apparentemente insignificanti che però, nel bene e nel male, ci restano addosso perché mai completamente chiuse o comprese.

Luca Ricci, Mabel dice sì, voto = 4/5
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Treasure Island

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A dire il vero, non avevo in programma di leggere Treasure Island di Robert Louis Stevenson, almeno non a breve: però, a giugno leggerò La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson per il Gruppo di Lettura del mese, e volevo dunque “prepararmi” con l’originale per apprezzare meglio come Larsson avesse riscritto la storia.

Nell’unico precedente tentativo con R.L. Stevenson (ma dovrei aver letto anche La freccia nera da ragazzina, anche se forse era una riduzione), e cioè Lo strano caso del dottor Jekyll e mr Hyde, non ero rimasta particolarmente colpita: sarà perché il “colpo di scena” è ormai arcinoto, sarà che non ero stata in grado di andare oltre il significato evidente della storia, ma mi aveva lasciato un po’ freddina. Ciò nonostante, Stevenson mi sta “simpatico”: forse mi ricorda Edimburgo (dove ho visitato o casa sua o un museo su scrittori celebri edimburghesi, non ricordo bene), forse perché la sua biografia, con la decisione di andare a vivere in un paradiso tropicale, le isole Samoa in mezzo al Pacifico, ci fa un po’ invidia, forse perché è il sosia dell’attore David Thewlis.

Stavolta è andata decisamente meglio. La fama di Treasure Island è ben meritata: è davvero una lettura avvincente e gradevolissima. Poiché, fra l’altro, sapevo ben poco della trama, ha riservato anche una buona dose di sorprese, cosa che non sempre avviene leggendo un “superclassico”. Oltre tutto, l’azione è sempre ben bilanciata da una bella dose di umorismo e ironia, di stampo molto british, e da una grande eleganza: non so come meglio definirla, e anche così è molto vago, ma in un romanzo d’azione odierno non crederei possibile trovare dialoghi tanto compìti e trattative elaborate come quelle che si svolgono a più riprese fra i personaggi della storia; danno un’aria da “vecchi gentiluomini all’antica” sudditi di Sua Maestà Britannica e e da “vecchi lupi di mare, pirati ma con un loro codice d’onore”, il cui fascino fa ancora presa su di me. Molto evocativo il “piratese”, quell’inglese spesso sgrammaticato, pieno di parole storpiate e modi di dire, anche se a volte mi sono trovata in difficoltà a capire il senso di certe frasi (in effetti il voto non arriva a un 4/5 tondo tondo solo per questo motivo: alcune parti, infarcite anche di termini marinareschi, non sono semplici, e io sono stata troppo “pigra” per controllare ogni cosa sul vocabolario). A parte la grande avventura del tesoro, per me molte “chicche” durante la lettura si sono nascoste nei dettagli: come il confronto fra il dottore e il vecchio Bill alla locanda, la visita del dottore ai pirati ammalati (in generale, tutte le scene col dottore!), gli screzi iniziali fra Trelawney e il capitano Smollett, l’ambasceria di Silver e il suo colloquio col capitano, le paure dei pirati superstiziosi… L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa è pensare che il ragazzo protagonista, Jim Hawkins, senza nessuna esperienza di navigazione, potesse impadronirsi e governare praticamente da solo l’Hispaniola, sottraendola ai pirati ammutinati: questo l’ho trovato un po’ strano, ma non mi pare il caso di essere eccessivamente puntigliosi.

Ora sono curiosa di sapere se il romanzo di Larsson sarà una riscrittura della stessa storia, magari da un altro punto di vista, o un prequel, o un sequel, o si svolgerà in un “universo parallelo” in cui gli eventi legati all’Isola del Tesoro avverranno in un modo completamente diverso.

Come ultima postilla, aggiungo che mi piacciono sempre di più le avventure marinaresche: la lettura di questo classico mi ha fatto tornare in mente una serie che mi attira ma non mi sono mai decisa a iniziare, cioè le avventure di Jack Aubrey, di Patrick O’Brian (quello di Master and Commander, per capirci). È molto lunga (sono 20 romanzi, più un ventunesimo rimasto incompiuto per la morte dell’autore), e questo non mi incoraggia (temo la stanchezza, il declino, a lungo andare, nella qualità, l’indigestione di gergo e termini tecnici poco comprensibili), ma in generale è giudicata positivamente e prima o poi vorrei provare.

Robert Louis Stevenson, Treasure Island, voto = 3,5/5
Disponibile (gratis) su Amazon.it (versione per Kindle, in inglese)

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The Linnet Bird

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Il libro in questione, a differenza di tanti che mi trascino dietro in “lista d’attesa” da anni, è un acquisto di impulso, causato dalla lettura di questa discussione su Goodreads, nel gruppo in cui chi desidera sapere il titolo di un romanzo da tempo dimenticato cerca di esporre a grandi linee la trama, nella speranza che qualcuno lo riconosca (a rileggerla ora, nella discussione è svelata nel dettaglio tutta la storia, quindi, se vi venisse voglia di acquistare il libro, vi consiglio di non aprirla): sono rimasta incuriosita dalla vicenda, e ho acquistato una copia usata. Tra l’altro, anche se, come si vedrà più avanti, non si è poi rivelata una scelta particolarmente fortunata, questo libro rimane comunque legato ai bei ricordi della breve vacanza a New York, visto che l’ho preso in una splendida libreria, Strand Bookstore, che consiglio a chiunque si trovi a Manhattan e ami i libri di visitare senz’altro.

In sintesi (per maggiori dettagli vedere appunto il link sopra), il romanzo narra le peripezie di Linny Gow, partita dalle sudice strade di Liverpool della prima metà dell’Ottocento, costretta fin da giovanissima a lavorare come prostituta, e finita, attraverso una serie di circostanze imprevedibili, sotterfugi e inganni, scelte rischiose o coraggiose, a essere la ricca e annoiata moglie di un gentiluomo inglese nell’India britannica. Mi aspettavo quindi una lettura avvincente e ricca di salti e di sorprese.

L’inizio però mi ha destato qualche perplessità, poiché la trama, pur con un’ambientazione diversa (sempre Inghilterra del XIX secolo, ma là Londra nel 1875, qui Liverpool nel 1823), mi ha ricordato fin troppo Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber. Tra Linny e Sugar, la protagonista de Il petalo, le somiglianze erano significative: una povera, giovanissima prostituta, con un passato di sfruttamento e sopraffazione, carica di rabbia verso gli uomini, che però è determinata a non finire i suoi giorni sulla strada e che ha qualcosa di “speciale” che la distingue dalle centinaia di altre anonime disgraziate che fanno la sua stessa vita, maggiore educazione, modi delicati che, per una serie di circostanze, la faranno emergere in società.
Il problema è che chiunque si metta in competizione con quel romanzo, uno dei miei preferiti di sempre, ai miei occhi non riuscirà mai a eguagliarne lo stile, la ricchezza, l’accuratezza della ricostruzione storica, la varietà e la bellezza dei personaggi. Pertanto The Linnet Bird, nei primi capitoli, soffriva del confronto impari e risultava inevitabilmente schiacciato dal paragone: sapeva di già sentito, e meglio.

Andando avanti, per fortuna, ha saputo però trovare una sua strada originale, anche se, purtroppo, neppure questo l’ha aiutato molto. La svolta principale della storia, ovviamente, è la decisione di Linny, spinta dall’amica Fanny, a lasciare l’Inghilterra per andare a vivere in India: per Fanny è un’occasione per trovare finalmente marito (in India la proporzione fra uomini e donne è nettamente a favore dei primi, e sono molte le ragazze che tentano questa strada), per Linny al contrario è l’opportunità di lasciarsi alle spalle un passato traumatico (che è riuscita a tenere nascosto a quasi tutti i suoi conoscenti) e iniziare una vita nuova, diversa. Naturalmente, come è prevedibile, questo dà modo all’autrice di esplorare gli usi e costumi indiani, ma in modo particolare della classe dei colonizzatori britannici in India, le novità che le due ragazze incontrano, nonché le persistenti difficoltà di Linny nell’adattarsi a un mondo, quella della “buona società”, che sente estraneo e costrittivo. Tutto buono e interessante, se non che i temi sono esposti in modo molto on the nose, con poco spazio per la sottigliezza e le sfumature. La protagonista, a dispetto della volontà dell’autrice di presentarcela come “una dura”, forte e non convenzionale, ha tutte le qualità di un’ottima persona, tutte le opinioni giuste che un lettore del XXI secolo vuole sentire: e quindi gli uomini sono tutti dei mascalzoni e le donne dovrebbero avere più diritti e libertà, tutti gli inglesi sono dispotici, razzisti e ingiusti con gli indiani, non si curano minimamente di comprenderne la millenaria cultura e li trattano come “selvaggi”, mentre tutti gli indiani sono campioni di rettitudine, e quanto dovremmo imparare dalla semplicità dei loro costumi o dalla loro antica saggezza… La “trasformazione” della protagonista da misera donna di strada a signorina della buona società avviene in modo fin troppo liscio e veloce. Oltre tutto, per inserire i suoi bravi commenti sulla situazione dell’India sotto gli Inglesi l’autrice sceglie quello che secondo me è l’espediente più “pigro” in assoluto, la lettera all’amico rimasto in Inghilterra (che poi, se non sei un abile scrittore, queste lettere suonano assolutamente “false”, troppo pulite, dei “mini-saggi” in cui apparentemente il destinatario non esiste, nessuno scriverebbe così). Anche la forma scelta, la narrazione in prima persona, alla lunga stanca, con quest’ossessivo io, io, io, io, io, io, io… Ogni tanto avrei voluto ci si concentrasse anche su altri personaggi… anch’essi però lasciano un po’ a desiderare. Sì, perché nel corso del libro ne vengono introdotti svariati, che però vivono il loro “momento di gloria” nell’arco di poche pagine o di pochi capitoli, e poi vengono “abbandonati” senza troppe cerimonie (perché la vita di Linny entra in una nuova fase, ed è tempo di presentare ancora nuovi comprimari; fa eccezione il personaggio di Somers, che però per certi versi non sfugge a questa regola, perché a un certo punto del libro l’autrice lo rigira come un calzino e da quel momento in poi è quasi da considerarsi un personaggio completamente diverso): tutti costoro non mi sono mai sembrati realmente vivi e interessanti, “servono” solo fintanto che la protagonista si muove attorno a loro (è anche inevitabile, essendo il racconto in prima persona), ricoprono dei ruoli abbastanza generici (la Madre dolce e sventurata, il Patrigno cattivo, l’Amico segretamente innamorato, l’Amica deus ex machina per il viaggio in India, la Signora antipatica e altezzosa, la Cameriera affezionata e fedele, il Marito crudele, lo Straniero fascinoso…). Se proprio dobbiamo proseguire il paragone col capolavoro di Faber, uno dei suoi pregi era proprio l’imprevedibilità e la complessità dei personaggi (Sugar non era “la buona”, William non era “il cattivo”, e così Agnes, Henry…), qui invece una volta che ciascuno ha ricevuto il suo imprinting, c’è poco spazio per una successiva evoluzione.

Particolarmente sgradevole e mal utilizzato il personaggio del marito: ha bisogno di una moglie per nascondere la propria omosessualità, e quindi propone a Linny la finzione del matrimonio per consentire a entrambi di continuare una vita tranquilla in India senza paura che i segreti di entrambi vengano a galla. All’inizio figura complessa, affascinante, quasi un alleato per la protagonista… nello spazio di poche pagine diventa un mostro di crudeltà, un demonio incarnato, un’anima nera come non se ne vedevano da tempo (SPOILER: per non parlare, ma ormai a quel punto la lettura era già diventata piuttosto pesante per me, vedi più avanti, della scena della “agnizione” finale che mi è sembrata superflua, perché nulla aggiunge al personaggio, di una melodrammaticità stucchevole e inverosimile all’estremo), francamente quasi una caricatura… che perde all’istante ogni motivo di interesse per il lettore. Insomma, non mi è piaciuta questa caratterizzazione eccessiva e platealmente negativa, in cui l’orientamento sessuale sembrava quasi una “aggravante” (vero è che più che omosessuale il tizio sembra piuttosto un pedofilo, anche se non è chiarissimo, nel testo si parla di “men”, ma poi alcune scene sembrano suggerire che i suoi partner siano giovanissimi e non consenzienti).

Comunque tutto andava benino fino ai tre quarti del libro, un “onesto” 3/5: a farlo scivolare al di sotto della sufficienza è stato il romanzetto Harmony con l’esotico straniero fascinoso e di nobile animo (tanto diverso da quegli schifosi degli uomini occidentali! Anch’egli era uno stereotipo vivente, naturalmente, e la vicenda nient’altro che un calco della fantasia della bella che viene rapita dallo sceicco di tanti romanzi sentimentali), e allora la melensaggine ha causato un crollo nella qualità. Senza contare il finale soporifero e senza una reale sorpresa (perché, non appena si è saputo della malattia di Somers, si è capito subito che Linny lo avrebbe avvelenato, facendo poi credere che la morte del marito fosse avvenuta per cause naturali: e tutto inoltre si risolve nello spazio di 2-3 paginette). Insomma, un romanzo troppo pieno ed esagerato, in cui si è voluto mettere di tutto e di più, ma con poca originalità e poco “mordente”.

Ora però basta con i romanzi deludenti!

Linda Holeman, The Linnet Bird, voto = 2,5/5
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Gli Schwartz

Ok, credo di dover scrivere la recensione del libro Gli Schwartz, di Matthew Sharpe. Il blog funziona così, a libro letto corrisponde recensione, l’ho deciso io, e quindi mi tocca. È un romanzo uscito in Italia nel 2005 che da tempo volevo leggere, cioè da quando ne parlarono (in termini favorevoli) in questo articolo del Corriere della Sera. Come spesso mi succede, sono passati tanti e tanti anni da quel giorno, ma ancora una volta hanno “deciso” per me gli altri proponenti del “Pozzo letterario” del mese di Goodreads Italia, nel senso che qualcuno ha tirato fuori proprio questo titolo, riportandomelo alla mente.

Il problema però, evidentemente, è che se fai passare troppo tempo dal momento in cui un libro cattura il tuo interesse a quello in cui lo leggi,  nel corso degli anni i tuoi gusti possono cambiare, e possono non essere più validi i motivi per cui quel libro ti diceva “qualcosa”. Come che sia, mi sono accorta subito che stavo partendo con qualche pregiudizio, e anche con scarsa convinzione. E spesso, quando inizio una cosa con una certa “impostazione mentale”, non mi è facile poi modificarla. Ma di interrompere la lettura non mi andava, anche perché volevo dare un riscontro alla persona che l’aveva consigliato.

Quindi ok, mettiamo pure in conto la mia “impostazione mentale” del 2013 diversa da quella del 2005. Ma non potrà essere solo colpa mia se Gli Schwartz è stata una delle letture più penose che io ricordi. Fin dalle prime pagine mi è sembrato un libro in cui l’autore avverte il bisogno di farci capire ad ogni frase quanto sia arguto, quanto la sua trama sia originale e stramba (come il Libro Che Non Può Essere Nominato, con cui guarda caso vedo molti punti di contatto).

Bernard Schwartz, padre divorziato (la moglie lo ha abbandonato e ora vive in California) e depresso di Chris, diciassettenne nerd e intellettuale, e Cathy, quindicenne da poco diventata da ebrea fervente cattolica, sbaglia la dose di medicinali e finisce in coma. I due ragazzi si ritrovano da soli ad affrontare l’adolescenza e la vita, e a badare a Bernie quando questi esce finalmente dal coma… Seguono tante buffe e strampalate avventure ma anche oh!, tanti toccanti momenti di amore familiare descritti in modo non convenzionale e con graffiante ironia e… oddio, ma perché spreco tempo a riassumere questa roba? Per favore, se vi interessa la trama, leggetela qui o qui o qui.

Ora, io non ricordo molto bene il film I Tenenbaum, cui questo libro viene spesso accostato, ma mi sembra che mi fosse piaciuto: perché purtroppo il suo equivalente letterario si è rivelato secondo me un autentico disastro? Perché, sempre secondo me, se ad ogni pagina a emergere devono essere solo l’ego, il “brillante umorismo” e il “mestiere” di Sharpe, rimane poco spazio per i personaggi, per farli diventare qualcosa di più che megafoni per i suoi pensieri arguti, e per far sì che possa fregarmene qualcosa di ciò che succede loro. Questo libro è illeggibile: una manciata di tizi stupidi (che però si sentono molto intelligenti) e caricaturali che straparlano e sparano di continuo idiozie e fanno cose stupide. Di cui non ci importa nulla. Che per giunta non fanno ridere, per quanto l’autore si sforzi disperatamente e spasmodicamente di farci sbellicare a ogni riga. Né tanto meno fanno “riflettere”. Non lo so perché l’ho finito, forse per cocciutaggine, avrei potuto abbandonarlo subito, anche considerando lo strazio e il malessere fisico e la sensazione di disperazione che si provano ad andare avanti a leggere un libro che stai odiando.

Ma, a parte tutto, non posso dare un buon voto a un libro in cui si leggono idiozie come questa (si parla di Edith Stein): “Papa Pio XII l’aveva beatificata nel 1987” (p. 34). Sì, come no. Ho riletto tre volte per assicurarmi di non avere le traveggole. Non so se la colpa è di Matthew Sharpe, del suo editor, o di qualcuno alla Einaudi, ma chiunque sia dovrebbe andare a nascondersi. Al pari di quello che a p. 93 non ha corretto la frase dì un’altra cosa buffa: invece di di’, seconda persona singolare dell’imperativo del verbo dire. Se lo trovo scritto su Facebook posso anche chiudere un occhio, ma tu fai il correttore di bozze e lavori alla Einaudi, accidenti. Poi un’altra quantità di errori assortiti qua e là, a p. 270 un personaggio di nome Lila che viene confuso con un altro di nome Lisa… Non si salva niente, niente.

Ben presto (all’incirca a pagina 10), il pensiero ricorrente durante la lettura di questo libro è stato “coraggio, non lo vorrei abbandonare, vediamo di arrivare in fondo il più in fretta possibile”: di conseguenza, alle volte scorrevo le righe senza preoccuparmi eccessivamente di assimilare tutte le frasi, tutte le perle di sarcasmo e tutte le Profonde Verità Espresse In Modo Molto Originale che vi erano disseminate, perciò ecco perché questa “recensione” appare molto sbrigativa.

Matthew Sharpe, Gli Schwartz (trad. Matteo Colombo), voto = 1/5

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Monsieur d’Eon è una donna

Un aprile ben misero, in quanto a letture: sono stata distratta da questo e da quello, e ho impiegato un mese per finire “appena” due libri, e temo anche di non aver dedicato loro la dovuta concentrazione.

Non so ricostruire il percorso che mi ha portato alla lettura di questo saggio, sicuramente ho appreso la curiosa e affascinante vicenda del Cavaliere d’Eon da una pagina di Wikipedia, ma non ricordo se vi ero giunta per caso o per altri collegamenti. La biografia scritta da Gary Kates è stata acquistata in un maxi-ordine on line del 2010 su IBS, forse il mio maggior “colpo”: fatto approfittando di una di quelle promozioni sui Remainders, libri che quasi ti tirano dietro, per cui più ne acquistavi più aumentava lo sconto, e questo l’avrò preso con lo sconto dell’80% o giù di lì. Poi è rimasto a prendere polvere per anni, ma la sfida della “parola del mese” su Goodreads Italia (viene scelta una parola, bisogna leggere entro il mese un libro che la contenga nel titolo) l’ha riportato alla ribalta (la parola era “donna”).

La storia del cavaliere D’Eon fu uno dei più chiacchierati “scoop” del XVIII secolo; D’Eon, proveniente da una famiglia della piccola nobità della Borgogna, ufficiale dell’esercito francese, distintosi per coraggio e abilità nella guerra dei sette anni, fu per lunghi anni una spia al servizio di Luigi XV, dapprima in Russia, quindi a Londra. Negli anni sessanta del Settecento, a causa di complicate congiunture politiche, si ritrovò improvvisamente in disgrazia col suo Ministero degli Esteri, sospettato di tradimento e praticamente in esilio in Inghilterra. Proprio mentre questa situazione si andava lentamente e faticosamente ricomponendo, si fece sempre più strada, fino ad acquistare la parvenza della verità, quello che all’inizio era un pettegolezzo di incerta origine (ma probabilmente messo in circolo da D’Eon stesso), e cioè che egli fosse in realtà una donna, allevata fin dall’infanzia come un maschio. Nel 1776, infine, fu lo stesso Luigi XVI a sancire che sì, D’Eon era effettivamente una donna. Riabilitato dal suo governo, D’Eon poté tornare in patria, smise gli abiti da uomo e visse tutti gli ultimi anni della sua vita come una donna. Ma quando morì, nel 1810, di nuovo a Londra dove aveva trascorso gli ultimi anni quasi in miseria, ecco la sconcertante scoperta che sparigliò nuovamente le carte in tavola: D’Eon era, invece, senza ombra di dubbio un maschio.

Di donne che si travestirono da uomini, generalmente per sfuggire alle limitazioni imposte alla loro condizione e/o perseguire carriere politiche o militari, la Storia è piuttosto prodiga di esempi, ci dice l’autore. Il caso di un uomo che consapevolmente sceglie di “trasformarsi” in una donna è, invece, più unico che raro: Kates indaga quindi su cosa possa aver spinto D’Eon a intraprendere questa decisione radicale.
Chi si aspettava una storia piccante (e, lo ammetto, nel gruppo c’ero anch’io) rimane però sorpreso, anche perché Kates mette subito le cose in chiaro: nella scelta di D’Eon non hanno influito le preferenze sessuali (anzi, al riguardo D’Eon sembra essere stato per nulla interessato al sesso, vergine o comunque castissimo), non fu un travestito (non risulta che avesse mai avvertito, prima della “trasformazione”, l’esigenza di vestirsi da donna e anzi, anche dopo che venne dichiarato “ufficialmente” tale, resistette a lungo prima di abbandonare a malincuore l’amata uniforme del corpo dei Dragoni) né un transessuale.

La crisi personale che D’Eon visse negli anni sessanta (gli intrighi politici sono piuttosto complessi, ma, per quanto ho capito io, le cose andarono così: esisteva in Francia una rete di ambasciatori e diplomatici “ufficiali” che faceva capo al re e al Ministero degli Esteri… e contemporaneamente anche un’altra di spie e agenti segreti selezionatissimi, chiamata appunto il “Segreto”, che faceva capo direttamente al re Luigi XV e al potente Principe di Conti, che spesso e volentieri perseguiva obiettivi anche in contrasto con la politica “ufficiale”: in questa situazione abbastanza paradossale, D’Eon si trovava in Inghilterra in veste duplice di funzionario del ministro degli Esteri e agente del Segreto… da ciò la sua difficoltà nel districarsi fra ordini contraddittori e istruzioni riservate, e il suo apparentemente “inspiegabile” rifiuto di ubbidire al Ministro degli Esteri quando questi, inconsapevolmente, si metteva contro le direttive del Segreto… Lo so, non si capisce, Kates ha a disposizione pagine e pagine per spiegarlo, io solo poche righe), la sua condizione di “traditore della patria” (mentre il re sapeva benissimo il motivo della sua apparente “insubordinazione”!), gli intrighi dei suoi tanti nemici a corte contribuirono ad alimentare in lui una profonda disillusione e disaffezione verso la politica dell’ancien régime. A un certo punto dovette sembrargli che l’unica possibilità per “ripartire da zero”, ricostruirsi una reputazione immacolata e venire riaccolto in patria fosse cancellare definitivamente la sua identità precedente, sviare l’attenzione e “rinascere” come donna: da figura ambigua e sospetta a singolarissima eroina che per anni aveva servito il proprio sovrano in mezzo ai pericoli di un mondo dominato dagli uomini. Nel testo si afferma che tutti i tentativi di D’Eon di mistificare le sue origini, raccontando, nei tanti scritti autobiografici che lasciò, di essere nato femmina ma di essere stato educato come un maschio per volere del padre, sono assolute falsità, il cavaliere stesso si costruì il suo “mito”.
Tuttavia, la motivazione per il “cambio di sesso” può essere stata contingente… ma dall’analisi di Kates emerge che il cavaliere non vi arrivò “per caso”, e che anzi da tempo le sue riflessioni e i suoi studi (egli non fu solo un militare e un diplomatico, ma anche un uomo di lettere) vertevano sulla questione femminile, sul ruolo delle donne nella società.

La vicenda si colloca in un momento, il Settecento, in cui l’influenza delle donne nella politica e negli affari di Stato raggiunse forse il culmine, e in cui anche lo stesso mondo maschile (si parla, naturalmente, sempre e solo delle classi più alte) stava andando incontro a un processo di “femminilizzazione”; sono tanti gli esempi possibili, dalle organizzatrici dei salotti in cui si riuniva il fiore dell’intellighenzia del tempo, alle celebri figure di sovrane come Caterina II e Maria Teresa: il caso più vicino alla vicenda di D’Eon, anche perché i rapporti con quella che egli considerava sua acerrima nemica furono fondamentali nel determinare gli eventi della sua vita, è naturalmente quello di Madame de Pompadour, amante e consigliera di Luigi XV, per lunghi anni arbitra della politica francese e delle fortune e sfortune di ministri e funzionari a lei graditi o meno. Paradossalmente, i maggiori critici di questa situazione sono proprio coloro che meno ci saremmo aspettati, i philosophes illuministi (Rousseau ad esempio, anche se il suo pensiero in alcuni punti è ambiguo) e, più tardi, la Rivoluzione francese, che, almeno in alcune delle sue fasi, giocò un ruolo importante nel propagandare gli ideali di domesticità, mitezza e confinamento nella sfera privata della donna che poi sarebbero stati dominanti nel XIX secolo.

Analizzando l’enorme biblioteca di D’Eon, Kates scopre quindi che le riflessioni sulla condizione femminile, la cosiddetta Querelle des femmes che impegnava molti intellettuali francesi fin dai tempi di Christine de Pizan nel XV secolo, appassionavano molto il cavaliere. Molti scrittori, uomini e donne, nel corso del tempo avevano preso la penna in mano per sostenere che la donna non era in alcun modo inferiore per virtù all’uomo, e che, se non riusciva ad ottenere gli stessi risultati nella sfera pubblica, ciò era dovuto non all’incapacità ma alla situazione di oggettivo svantaggio, in termini di istruzione e opportunità, in cui era posta dalla società tradizionale. In Francia, poi, un modello importante cui appoggiarsi, e cui sicuramente D’Eon si ispirò per adattare (a posteriori, quando aveva già deciso di far credere di essere nata donna) la propria biografia, fu quello della celebre eroina nazionale, Giovanna d’Arco, giovane donna, vergine, che indossò l’armatura e combatté come un uomo per servire il proprio re e il proprio paese.

Quello che è interessante è che D’Eon, anche se la decisione di farsi considerare una donna fu forse, almeno in parte, un espediente per venir fuori da una situazione personale senza via sbocchi, non per questo considerò a quel punto chiusa la sua carriera: per anni continuò a rivendicare, senza successo, lo stesso ruolo nella diplomazia e anche nell’esercito francese che aveva avuto fin quando era stato considerato un uomo, sostenendo di non capire perché non potesse continuare a servire il suo Paese anche in quanto donna (anche alla luce di ciò, secondo Kates, va interpretata la sua estrema riluttanza a decidersi a rinunciare all’uniforme dei Dragoni e a indossare in modo definitivo abiti femminili, che avrebbero sancito anche esteriormente la sua uscita di scena dal palcoscenico della vita pubblica).

Nell’ammirazione di D’Eon per il sesso femminile ebbero una parte importante anche la sua interpretazione della fede cristiana, che abbracciò con slancio in tarda età, e la sua lettura di alcuni passi di Agostino e san Paolo; nella sua visione (non pienamente sistematica, poiché non era un filosofo, e le sue riflessioni erano anche in parte un modo per razionalizzare la propria singolarissima vicenda biografica) Dio aveva creato l’umanità senza distinzione di sesso, ma era stato in particolare il genere maschile ad allontanarsi maggiormente dalla volontà divina, mentre le donne avevano meglio coltivato le virtù cristiane e l’ideale di purezza e alta spiritualità di questo essere umano “prima della Caduta”.

Per tornare a un livello più terra terra, molte pagine sono dedicate agli anni di “incertezza”, quando le voci sul cavaliere sono ormai l’argomento di conversazione più succulento fra Londra e Parigi e nell’Europa intera. L’enorme curiosità suscitata dalla sua vicenda attirò ovviamente su D’Eon l’interesse quasi “morboso” dell’opinione pubblica e della stampa, che prese a perseguitarlo in tutti i modi: naturalmente a Londra fiorirono le scommesse sul suo sesso, le stampe, gli opuscoli osceni, le canzonature, le intrusioni nella sua privacy da parte di persone interessate a scoprire il suo segreto, ma anche si profilarono scenari ben più inquietanti come il rischio di essere rapito o addirittura ucciso (da emissari del suo governo decisi a recuperare i documenti riservati in suo possesso, da scommettitori che volevano accertare in modo definitivo se fosse uomo o donna)… e, insomma, in queste pagine, dopo aver letto in lungo e in largo dei mille intrighi della diplomazia, tocchiamo con mano anche il lato più umano e privato della vicenda: dal libro e dai brani delle sue lettere si avverte chiaramente che, per un uomo così riservato e anche intriso di una alta opinione di sé e della propria dignità, dovettero essere anni molto sofferti e umilianti.

Ultima nota a margine nella lettura è l’interessante contrasto fra il sistema politico inglese, avanzatissimo per l’epoca e già garante di numerosi diritti del cittadino, e quello francese: si veda lo stupore in Francia per il fatto che il re inglese non potesse semplicemente a suo arbitrio far arrestare D’Eon ed estradarlo oltre Manica, visto che… non aveva violato alcuna legge.

Un libro che, come dicevo all’inizio, ho trascinato più a lungo del previsto, che ha sorpreso le mie aspettative, in parte positivamente (gli spunti interessanti annotati qua sopra), in parte no (a onor del vero le macchinazioni politiche e gli intrighi dietro alla caduta in disgrazia di D’Eon, dopo un po’, sono diventati piuttosto indigesti): spero di averlo riassunto e analizzato in modo quanto meno comprensibile, perché a volte alcuni passaggi sono apparsi poco chiari anche a me.

Gary Kates, Monsieur d’Eon è una donna (trad. Sergio Minucci), voto = 3/5

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La chimera

Da qualche tempo, l’ho già detto, cerco di acquistare solo libri usati, per quanto possibile. Si può fare benissimo, e spesso più comodamente, tramite Internet, ma poche cose, per l’amante dei libri, battono la soddisfazione e il piacere di trovare in modo insperato un libro che stavi proprio cercando in un mercatino dell’usato, visitato tanto per “dare un’occhiata”. Immaginate quindi la mia gioia nel vedere in una bancarella assolutamente improvvisata per la strada questo romanzo di Vassalli, acquistato subito per la modica somma di 2 euro (e pazienza se in effetti è ridotto un po’ male, con qualche macchia sulla copertina).

Scritto nel 1990, La chimera narra la breve vita di Antonia, abbandonata in fasce e cresciuta in un ospizio per trovatelli di Novara, adottata a dieci anni da una coppia di contadini del minuscolo paese di Zardino, apparentemente destinata, assieme ai suoi compaesani, a svanire nel nulla del Tempo e della Storia nell’indifferenza dei posteri se, nell’estate del 1610, all’età di vent’anni, non fosse stata accusata di stregoneria, non avesse subito un processo e fosse stata condannata al rogo come eretica impenitente. Vassalli parla di fatti e personaggi realmente accaduti su cui costruisce ipotesi verosimili, peccato però che non sia preciso nel citare la fonte (sarò pedante io, però, se volessi consultare gli atti originali del processo, dove li trovo?).

Paradossalmente, se il romanzo si fosse limitato a narrare le piccole e grandi gioie e miserie quotidiane di un minuscolo paese del Ducato di Milano, senza arrivare al processo, avrebbe ricevuto da me un giudizio migliore: belli infatti i capitoli sull’infanzia di Antonia nel ricovero degli esposti, con la monotonia quotidiana delle suore e delle lezioni interrotta dagli occasionali “eventi memorabili” come la visita del vescovo, preparata con comica sollecitudine, o sul contrasto fra il quistone don Michele, prete-mago e avventuriero più che sacerdote, e il giovane don Teresio, figlio della Controriforma, con le sue prediche e il suo attivismo sfrenato, o anche quello, bellissimo, sui gesuiti e il loro “zoo” di animali esotici impagliati per informare i villani sui successi delle loro missioni in Oriente, o sul pasticcio delle reliquie false recuperate dalle catacombe romane, imbroglio di cui cade vittima il collaboratore del vescovo, mons. Cavagna… perfino il “contorno” alla scena finale del rogo, in contrasto stridente e voluto, nella sua allegria e vivacità, con l’evento tragico della morte della protagonista. Un tema che ricorre con frequenza nel libro è la contrapposizione fra quello che è andato completamente perso e cancellato dalla memoria (i nomi, le persone, i paesaggi, i luoghi, le vanità di questo o quello) e quello che invece rimane sempre uguale a se stesso (atteggiamenti, modi di pensare, cattiverie, ipocrisie, prepotenze del potere).

Ma naturalmente il fulcro del romanzo è il processo e la condanna della ragazza, narrati nella seconda parte, che, invece, segue un “copione” piuttosto prevedibile. Forse per “deformazione professionale”, non mi convincono mai del tutto, o mi lasciano sempre un po’ fredda, le ricostruzioni in cui non si sa mai quanta parte è tratta dai documenti e quanto invece è frutto della fantasia dell’autore (e Vassalli poteva anche aggiungere un’appendice in cui citava con precisione la fonte del processo). Forse, visto che, pur senza esagerare, un certo numero di saggi incentrati su vicende giudiziare li ho letti, mi ha un po’ annoiato anche il modo estremamente didascalico (utile però per il pubblico non esperto) di trattare gli atti e le fasi del processo (tutte quelle traduzioni del latino, in originale più che comprensibile! Ma, ripeto, questo fastidio è dovuto alla mia personale esperienza di lettrice, più che a un “difetto” dell’opera).

Più in generale, e di nuovo qui entrano in gioco le mie opinioni personali (ma non potrebbe essere altrimenti), non mi ha entusiasmato l’ossessivo anticlericalismo di maniera, secondo cui in pratica tutti i preti sono cattivi o avidi o fanatici o stupidi o imbroglioni, e il loro unico interesse è taglieggiare e opprimere la povera gente. È un tema su cui si insiste fin troppo, sul quale presumibilmente l’autore vuole tracciare un parallelo col presente (assieme all’altro, altrettanto evidente e scontato, del malgoverno spagnolo). Questo era l’intento e il motivo ispiratore dell’opera, evidentemente, ma quanto più intriganti, secondo me, i saggi in cui viene fatto il tentativo di calarsi anche nella psicologia dei giudici, di comprenderne, alla luce del contesto, motivazioni che oggi risultano perverse e/o assurde (mi viene in mente l’esempio classico della Storia della colonna infame o anche I diavoli di Loudun). Oltre tutto, non sono d’accordo con alcune affermazioni di Vassalli, come quando sostiene che l’immagine della strega brutta e vecchia sarebbe di origine romantica (io credo piuttosto il contrario), o che la pratica della tortura sublimerebbe gli istinti sessuali repressi degli inquisitori, che mi sembra una generalizzazione poco fondata.

Comunque, non è certo un brutto libro: la ricostruzione del microcosmo della diocesi di Novara, delle sue caratteristiche, delle sue problematiche particolari, mi è molto piaciuta. Da archivista, però, mi sento “punta sul vivo” da questo passaggio della Premessa (p. 5):

Un episodio a suo tempo clamoroso era scivolato fuori dal cerchio di luce della storia e si sarebbe perso irreparabilmente se il disordine delle cose e del mondo non lo avesse salvato nel più banale dei modi, facendo finire fuori posto certe carte, che se fossero rimaste al loro posto ora sarebbero inaccessibili, o non ci sarebbero più…

Sarà stato questo il caso eccezionale del processo alla “strega di Zardino” (l’autore ci informa che tutto il resto dell’archivio del tribunale dell’Inquisizione di Novara è andato completamente perduto), ma, caro Vassalli, è proprio quando le carte finiscono “fuori posto” che diventano introvabili e inaccessibili o rischiano di scomparire senza lasciare più traccia, non il contrario!

Sebastiano Vassalli, La chimera, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

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The Good Wife

Scusate l’assenza, la lettura era stata temporaneamente abolita causa colpo di fulmine per la serie televisiva The Good Wife, di cui per una decina di giorni ho fatto indigestione (e nel frattempo è anche ricominciato Mad Men). Le “recensioni” dovrebbero riprendere a breve.

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