Compagnia K

Progetto prima guerra mondiale: parte 3
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù, La paura

Spesso parlo con diffidenza dei consigli del critico letterario A. D’Orrico (in realtà penso che il suo “peccato originale” sia stato aver enfaticamente salutato Faletti come “il più grande scrittore italiano”. Lo so che l’autore è recentemente scomparso, ma non credo che rivedrò i miei pre-giudizi per questo. Da allora D’Orrico, per quanto mi riguarda, ha perso un po’ di credibilità), ma bisogna dire che qualche volta ci azzecca(va). Questo Compagnia K era infatti da lui consigliato dalle colonne del settimanale del Corriere della Sera come uno dei “libri per l’estate 2010″: curiosa definizione, perché, come si vedrà, non è esattamente una lettura da ombrellone, ma nulla da eccepire sulla qualità.

William March è un autore statunitense forse poco conosciuto da noi, ma discretamente noto in patria. Così come Chevallier, autore de La paura, era un reduce della prima guerra mondiale e, sempre per continuare coi parallelismi, anche Compagnia K, uscito nel 1933, inizialmente scandalizzò l’opinione pubblica per la violenza, l’antimilitarismo, il rifiuto di ogni retorica patriottarda. Col tempo, naturalmente, venne ampiamente rivalutato, fu un’importante ispirazione per il Vonnegut di Mattatoio n. 5 ed è in generale considerato uno dei capolavori della letteratura di guerra. Fu soprattutto, e si sente, un romanzo molto “sentito” e “sofferto” per il suo autore, che, come si legge nell’introduzione di Dario Morgante, non fu mai in grado di riprendersi totalmente dall’esperienza della guerra, che lo tormentò fino alla morte.

La struttura del libro è inusuale: protagonisti del romanzo sono gli uomini della Compagnia K dell’esercito americano, ma la storia si dipana in brevi o brevissimi capitoletti, quasi mini-monologhi, in cui a turno ciascun soldato o ufficiale prende la parola, in prima persona. Uno alla volta, “sfilano” davanti a noi il soldato semplice Edward Romano, il tenente Edward Bartelstone, il soldato semplice William Anderson, il soldato semplice Benjamin Hunzinger, il sergente Julius Pelton, il soldato semplice Richard Mundy, e tanti altri (sono in tutto 115, cioè l’intera compagnia), ciascuno per raccontare il proprio pezzetto di storia, chi è stremato per i turni di guardia in trincea di ore e ore e ore, chi ha dovuto sparare su dei prigionieri inermi, chi si è ritrovato in mezzo a un attacco col gas, chi è morto in mezzo alla terra di nessuno.

L’espediente di dare a ciascuno un nome e un cognome li rende più veri e “reali”, eppure, allo stesso tempo, non impedisce che la loro testimonianza diventi per così dire “universale” (specialmente perché, come detto, anche i defunti partecipano a questo “rito” collettivo). L’unica, significativa eccezione è “il soldato sconosciuto” (p. 167), che muore rifiutandosi di rivelare il proprio nome, perché non entri a far parte di nessun elenco degli “eroi caduti”. E dietro a ciascuno di questi nomi si può anche vedere un po’ dello stesso William March che tenta di esorcizzare e guarire le proprie ferite.

William March, Compagnia K (a cura di Dario Morgante, traduzione di Adriana Pellegrini), voto = 4/5

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Breve storia di (quasi) tutto

Questo libro è stato scelto come “lettura di gruppo” per testi non narrativi dalla comunità di Goodreads Italia: un’occasione per leggere di argomenti (astronomia, geologia, biologia, zoologia, paleontologia e altre scienze) che di solito non affronto mai.

Sì, perché la premessa dell’autore è proprio che “l’uomo della strada” sa in effetti proprio poco di… tutto quello che lo circonda, a dire il vero (da cui il titolo), il pianeta su cui vive, l’aria che respira, il terreno su cui poggia i piedi, e l’interno del suo corpo

Secondo una progressione logica, quindi, si parte… beh, dall’inizio di tutto, quando prima non c’era niente, dall’origine dell’Universo, poi ci si concentra sul nostro pianeta, del quale si passano in rassegna la storia e le caratteristiche. Si parla di ciò che compone tutto ciò che siamo e vediamo, gli atomi e le strutture che li compongono, e arriva poi il turno degli esseri viventi, dalla primissima comparsa della vita sulla Terra, alle molteplici specie che si sono succedute, per approfondire poi l’Homo sapiens e i suoi antenati.

Chiaramente, nonostante il simpatico titolo, il libro non pretende affatto di spiegare tutto, tanto è vero che talvolta l’autore “alza le mani” dicendo “questo è davvero troppo complicato, ci basti sapere che … eccetera”. Io l’ho interpretato nel senso che lo scopo è suscitare quanto meno curiosità verso materie e argomenti che al profano arrivano in modo confuso (e, spesso, vengono fraintesi), fare una prima piccola introduzione e se non altro aprirci gli occhi su un universo che probabilmente a malapena immaginavamo. Fare divulgazione non deve essere facile e, per quanto mi riguarda, in genere sono diffidente quando un autore cerca a tutti i costi di “abbassare” una materia per un pubblico di non esperti, temo sempre che esageri nel fare “il simpatico” (è un po’ il motivo per cui, pur trovando l’argomento interessante e originale, mi ha parzialmente deluso Stecchiti): qui invece il tono dell’autore si mantiene gradevole senza cercare per forza di strappare la risata (che alla lunga può anche distrarre)

Vi sono alcuni temi ricorrenti (e, in taluni casi, abbastanza sorprendenti rispetto all’opinione comune): tanto per cominciare, che questo tutto che ci viene svelato… è davvero poca cosa! Sì, leggendo scopriamo quanto poco (pochissimo!) in realtà sappiamo su un sacco di cose. E questo poco spesso è anche dubbio o controverso (o quasi… assurdo, tanto da sembrare fondamentalmente “impossibile”, ad es. nella fisica degli atomi, che spesso sembra contraddire nozioni ormai acquisite). Un altro concetto che ho ricavato è l’abilità degli scienziati di ricomporre e mettere insieme dati apparentemente disparati per arrivare all’obiettivo, cioè (per dirlo meglio) la loro capacità di trovare strade e mezzi inconsueti (quando ad es. manca la possibilità più diretta della via sperimentale) per calcolare qualcosa. Infine, il libro sottolinea spesso quanto la nostra tradizionale convinzione di essere “il vertice dell’evoluzione”, o “i padroni del creato” sia, tutto sommato, ridicola, se si guardano le cose da un’altra prospettiva: tutta la storia dell’uomo, dal momento della sua prima comparsa a oggi, è un battito di ciglia al confronto della storia della Terra, senza scomodare l’Universo intero. La nostra stessa esistenza sembra il frutto di tante, fortunatissime coincidenze più che di un disegno prestabilito, ed è a tutti gli effetti appesa a un filo: un cambiamento climatico anche minimo, un cataclisma che, nella storia del nostro pianeta, non sarebbe un evento nemmeno troppo raro (in fin dei conti se ne sono avuti a iosa in questi quattro miliardi di anni, anzi, è da un bel po’ che stiamo, stranamente, fin troppo tranquilli, dice Bryson, in confronto a quel che il pianeta ha passato), e l’umanità andrebbe a raggiungere le tantissime altre specie che nel corso del tempo hanno prosperato (spesso per tempi incommensurabilmente più lunghi di quello che finora ha visto in scena l’uomo) e che poi, semplicemente, si sono estinte. Senza contare che esistono moltissimi altri esseri viventi che, considerati obiettivamente, dal punto di vista della pura e semplice “funzionalità” alla vita (all’esistenza), non hanno niente da invidiarci: sono ben più antichi, decisamente più resistenti, più longevi e infinitamente più numerosi di noi (microrganismi, batteri, esseri unicellulari ecc.).

Insomma, il punto di forza di questo libro è secondo me il grande senso di meraviglia che sa suscitare, un’impressione di nuove e inimmaginate prospettive: tutto ciò è rafforzato dall’empatia che l’autore riesce a instaurare con il lettore, dato che, più che farci da guida, sembra che egli stia facendo queste scoperte insieme a noi. Per questo, non guastano affatto le spiegazioni molto “terra terra”, anche in termini “ingenui”, facendo paragoni fantasiosi o buffi (penso ad es. a quando Bryson tenta di dare l’idea di dimensioni, distanze, ecc. per noi difficilmente concepibili nella loro grandezza o piccolezza), e però efficaci. Un po’ più debole mi è sembrata la parte centrale, in cui si dà troppo spazio alle (dis)avventure degli scienziati, che talvolta sono anche curiose, divertenti o interessanti, ma l’aneddotica serve a poco nella prospettiva dell’opera. È vero che così rende più “umane” figure di “mostri sacri” come Newton & co., ma d’altra parte la figura del “genio eccentrico” e un po’ “mattacchione” fa talmente parte del “senso comune” che neanche stupisce più di tanto leggere di certe stranezze. Anche perché, francamente, come storico della scienza Bryson fa sentire di più il suo (mai nascosto, per la verità) status di appassionato dilettante, e alla lunga questa galleria diventa poco significativa, i nomi si succedono e si confondono.

Avventurarsi al di fuori delle letture consuete, quindi, stavolta ha pagato. Ho anche scoperto un autore che, sebbene l’avessi visto citato qua e là, non avevo mai affrontato. Compatibilmente con la lista dei “da leggere” che si allunga sempre di più, penso che lo riprenderò in mano (quando, non si sa), stavolta magari con libri con argomenti più nelle mie corde, penso ad es. a titoli quali I’m a Stranger Here Myself: Notes on Returning to America After 20 Years Away, The Life and Times of the Thunderbolt Kid e, soprattutto, At Home: A Short History of Private Life.

Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto (trad. Mario Fillioley), voto = 3/5

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Il libro dei libri

Dopo la fatica del lungo The Fatal Shore (fatica ricca di soddisfazioni, perché il libro era molto bello, ma pur sempre una fatica), ho optato per un libro che si potesse iniziare e finire in un’ora.

Questo di Luca Giorgi (l’ho scoperto grazie a un post del blog “giramenti”) è un immaginario catalogo di titoli improbabili (o fin troppo plausibili? Questo è il problema) “da non perdere”, corredati di autore con foto e mini-biografia, casa editrice, copertina, risvolto e recensioni e “fascette” entusiaste. Tutto finto, naturalmente, ma ci si diverte a prendere in giro abusate e ripetitive mode editoriali, le frasi fatte di alcuni critici, tecniche di vendita furbesche.
Non mi aspettavo che la maggior parte dei finti titoli rientrasse nel genere della “manualistica”, avrei sperato in una maggiore presenza della narrativa e, se proprio devo essere ipercritica (ma un libro come questo invita a una lettura molto “leggera”), da un grafico pubblicitario mi aspettavo maggiore originalità nelle finte copertine. Ma, per il resto, si incontrano le parodie degli innumerevoli manuali di cucina (come quello del famoso chef Pedro Ibharria, intitolato Los avancios), l’Oroscopo di precisione 2012, con previsioni tipo “Capricorno ascendente Vergine, Giovedì 15 Giugno. Ore 9,34: Incontrerete un vecchio compagno di Liceo, Goffredo Refoli, che vi restituirà un vecchio numero di Tex avuto in prestito 42 anni prima”, i romanzi del nuovo campione dell’insopportabile “giallo scandinavo”, o quelli “alla Moccia” (con titoli tipo Mi fai strippare o Ke kasino!) che invece di adolescenti hanno per protagonisti dei vecchietti, e soprattutto i saggi con l’ossessione per i templari, come ad esempio I Templari e il 2012, nella cui introduzione leggiamo “Ormai i fatti parlano da soli: come spiegarsi che, se sommiamo la data di fondazione dell’ordine cavalleresco (1139) con 873, otteniamo esattamente la cifra [sic] 2012?”, o I Templari e la crisi dell’Atalanta.

Un libro memorabile? No. Una lettura veloce e discretamente divertente e con alcune idee geniali.

Luca Giorgi, Il libro dei libri, voto = 3/5

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The Fatal Shore

Mi piacciono i libri che hanno per tema viaggi, avventure per mare, scoperte, incontri (e spesso scontri) con culture diverse e sconosciute, ambientazioni per noi “esotiche”: alcuni esempi (fra le letture migliori) sono la “trilogia degli schiavi” di Hansen, la “trilogia di Haiti” di Bell, Il cimitero del Batavia di Dash, i saggi e i romanzi sulla conquista del Messico.
Anche questo saggio di Robert Hughes, The Fatal Shore (pubblicato in Italia da Adelphi col titolo La riva fatale), ha per argomento la storia del continente ignoto per eccellenza, la mitica “terra australis” cercata per secoli e variamente collocata e immaginata, che ancora oggi per molti simboleggia l’altrove, la lontananza più assoluta: l’Australia, appunto.

Pubblicato, significativamente, nel 1987, cioè nell’anno precedente al bicentenario del primo insediamento occidentale in Australia, questo saggio però è tutt’altro che celebrativo delle “glorie passate”. Nell’introduzione, infatti, l’autore ricorda la grande “rimozione” attuata dalla storiografia e dalla società australiane sulle origini della nazione, e cioè la sua nascita come colonia penale dell’impero britannico. Sembra infatti, secondo quanto dice Hughes, che, almeno fino agli anni sessanta del XX secolo, quest’argomento fosse quasi tabù, vi si accennasse solo velatamente e senza indugiarvi, tanta era la “vergogna” degli australiani nel ricordare di essere “discendenti di criminali”. D’altra parte, il rischio opposto era l’eccessiva “romanticizzazione” di tale passato, con la convinzione consolante ma illusoria che tutti i deportati in Australia fossero perseguitati politici, combattenti per la libertà, piccoli proprietari che costituivano la “parte sana” della società britannica, o che i “bushrangers“, figura mitica della cultura popolare australiana, prigionieri evasi e riuniti in bande nascoste nello sterminato e inesplorato entroterra, incarnassero l’archetipo del “romantico brigante”, del Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
La realtà fu diversa, non serve nasconderla né abbellirla, e Hughes, nel suo ponderoso volume, procede ad abbattere un bel po’ di “falsi miti”.

Si parte con un’analisi della società britannica in epoca georgiana, un po’ più cruda dell’immagine rosata dei romanzi austeniani, in cui le classi dominanti assunsero un atteggiamento sempre più repressivo verso i reati contro la proprietà, applicando pene draconiane (spesso anche la pena capitale) per reati che oggi considereremmo “minori” (furti, anche di assai lieve entità, truffe). Vero è che questa terribile severità veniva attenuata dalla prerogativa sovrana di concedere la grazia, ma l’enorme numero di criminali condannati dava luogo al grave problema delle prigioni, che, alla fine del Settecento, erano ormai troppo poche, sovraffollate, ingestibili. La “soluzione” praticata fino a quel momento, e cioè la deportazione di parte dei detenuti nelle colonie americane, era diventata ormai, dopo l’indipendenza degli Stati Uniti, improponibile. Per una coincidenza, provvidenziale per il governo di Sua Maestà, proprio nello stesso torno di anni (1770) la spedizione capitanata da James Cook aveva finalmente scoperto la mitica terra australis, il continente australiano…
L’idea di alleggerire le prigioni spedendo i criminali letteralmente in capo al mondo sembra, sulla carta, una pazzia, e infatti si iniziò a considerarla seriamente solo dopo alcuni anni di “emergenza carceri”. Ufficialmente, la Prima Flotta partita dall’Inghilterra nel 1787 (e arrivata a Botany Bay, dove sorgerà la futura Sydney, all’inizio del 1788) aveva anche altri scopi, oltre a scaricare il primo gruppo di detenuti, uomini e donne: recupero di materie prime per la costruzione di navi, conquista di una posizione strategica nello scacchiere mondiale. In realtà, divenne ben presto chiaro che la neonata colonia del Nuovo Galles del Sud (New South Wales) non sarebbe stata di nessuna utilità per la madrepatria se non, appunto, come “discarica” in cui gettare gli elementi indesiderati.

Inizia così la storia dell’Australia, a lungo non più di una immensa prigione, popolata solo da detenuti e guardie (e poi ex detenuti), in cui i criminali condannati scontavano gli anni di pena ai lavori forzati e potevano poi scegliere se tornare a casa o cominciare una nuova vita dall’altra parte del mondo. Solo in seguito la Corona iniziò a favorire progetti di colonizzazione di sudditi liberi, cui venivano “assegnati” come lavoranti alcuni detenuti, che in tal modo scontavano la loro pena.

Ho tracciato a grandi linee il contesto in tono molto “neutro” e distaccato, ma in realtà il bel saggio di Hughes, ormai un classico, è un lungo e straziante catalogo di atrocità. Per cominciare, quelle sui detenuti, strappati brutalmente e spesso definitivamente dal loro mondo di affetti, “gettati” in una terra completamente incognita, spesso ostile. L’idea che la pena dovesse servire non solo a punire ma anche a rieducare era di là da venire: no, la deportazione, in concreto, serviva a sbarazzarsi dei detenuti in eccesso per evitare di doverci pensare più, ma anche, e forse soprattutto, come deterrente per i “potenziali” criminali rimasti in patria. Perché la prospettiva di essere spediti in Australia ispirasse l’auspicato terrore, era necessario che il trattamento dei detenuti fosse estremamente severo e disumano, e difatti queste furono a lungo le istruzioni impartite da Londra ai governatori della colonia, tanto che si rese “necessario” creare dei luoghi di reclusione di massima sicurezza, dei gulag ante litteram, destinati ai recidivi e ai prigionieri più incorreggibili, dalla fama sinistra e tremenda, quali Van Diemen’s Land (l’attuale Tasmania) e soprattutto Norfolk Island, una piccola isola dell’Oceano Pacifico, l’ultimo gradino nella scala delle crudeltà e delle umiliazioni riservate ai prigionieri.
Personaggi come Alexander Maconochie, che per alcuni anni governò proprio l’isola-prigione di Norfolk Island e che fu tra i primi a credere fortemente che fra i suoi compiti vi fosse anche quello di riabilitare i detenuti, furono rari (Maconochie era troppo avanti sui tempi e venne allontanato e dimenticato: giustamente Hughes gli dedica un ampio ritratto).
Ciò nonostante, l’autore non tralascia di ricordare le insperate opportunità che si aprivano a chi, finito di scontare la pena, decideva di stabilirsi per sempre in quel nuovo continente: intanto, non sempre i detenuti venivano messi nelle mani di sadici aguzzini, e poi vi era a disposizione una terra ancora vergine e inesplorata, a buon mercato, e il costo del lavoro era notevolmente più alto che in Inghilterra. Per cui, non furono pochi quelli che, nelle lettere a casa, arrivano a considerare una “fortuna” la deportazione, e invitano i familiari a raggiungerli.

Al “catalogo delle atrocità” di cui sopra vanno aggiunte anche quelle contro le popolazioni aborigene e (trattate meno approfonditamente) contro l’ecosistema originario australiano. Le tribù nomadi locali, sparse nell’immensità dei territori, sorpresero i primi europei per la loro cultura radicalmente diversa, che praticamente non conosceva il concetto di proprietà. Di conseguenza, all’inizio, gli aborigeni reagirono quasi con “indifferenza” di fronte alla lentissima ma costante avanzata dei colonizzatori che, metro dopo metro, si impossessavano del territorio: quando poi iniziarono a contrattaccare, era ormai troppo tardi. In verità, l’atteggiamento ufficiale del governo della colonia era improntato al massimo rispetto verso gli aborigeni: per la prima comunità, così esigua, era naturalmente conveniente avere gli aborigeni come alleati piuttosto che inimicarseli. Furono più che altro i coloni, i proprietari, di estrazione libera o ex detenuti, specialmente quelli delle zone più periferiche che più direttamente entravano in contatto con le popolazioni locali, e i detenuti ad assumere un atteggiamento ostile o violento (spesso infatti gli aborigeni, forti della loro conoscenza del territorio superiore a qualsiasi occidentale, collaboravano con le autorità per ricatturare i fuggitivi, da cui l’odio con cui erano visti dai prigionieri: Hughes fa a pezzi così un altro falso mito di una sorta di “vicinanza” fra gli “oppressi”).

Ricordo solo brevemente alcuni dei tantissimi aspetti del “transportation system” che l’autore tocca: dalle analisi statistiche sui reati e sull’estrazione sociale dei detenuti, ai racconti delle traversate oceaniche in condizioni spesso disumane; dalla storia del primo insediamento, con i durissimi problemi di carestia affrontati, a quella dell’unica minoranza socialmente e politicamente rilevante che venne deportata in Australia, gli Irlandesi; dalle storie epiche e spesso violente e tragiche dei tentativi di fuga dei più indomabili, allo strisciante “senso di inferiorità” della buona società australiana, preoccupata di conservare scrupolosamente e ossessivamente tutte le convenzioni dell’etichetta, per apparire “più inglese degli inglesi”.

Insomma, una lettura che ha richiesto molto tempo, ma interessantissima e piena di vite, di storie, di persone, di sofferenze e di riscatti.

Robert Hughes, The Fatal Shore, voto = 4/5

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The Way We Die Now

The Way We Die Now (uscito in Italia col titolo Come si muore oggi), pubblicato nel 1988, è l’ultimo romanzo della serie di Hoke Moseley: infatti, Charles Willeford morì poco dopo in quello stesso anno. Forse quindi non sarebbe stata questa la conclusione definitiva, se avesse fatto in tempo a scrivere ancora: intanto, questo romanzo, assieme a New Hope for the Dead, secondo me è il migliore, ad aumentare quindi ancora di più il rimpianto di non poterne leggere altri.*

Infatti qui, così come nel già citato secondo capitolo, e a differenza del terzo, Sideswipe (e del primo, Miami Blues, che comunque fa storia a sé), Hoke è costantemente al centro della scena, e stavolta la vicenda è più variegata che mai, con tanti subplot che fino all’ultimo non si capisce quando e se torneranno mai d’attualità, sembra quasi vengano persi e abbandonati, e invece l’autore li tiene tutti saldamente in pugno e, quando meno te lo aspetti, li ripropone e li risolve uno dopo l’altro, e magari accantona senza complimenti quello che fino a quel momento ti era sembrato il più importante, e si concentra su quello che pareva dapprima secondario. Per dire, stavolta Hoke deve “fronteggiare” il nuovo regolamento interno che proibisce di fumare all’interno della stazione di polizia, riesaminare un vecchio caso di qualche anno prima alla ricerca di nuovi indizi, capire che intenzioni ha un uomo che aveva aiutato a far condannare per omicidio e che ora, uscito di prigione, ha deciso di trasferirsi proprio di fronte a casa sua, andare in missione segreta solitaria e sotto copertura per sventare un traffico illegale di lavoratori clandestini, e poi deve, finalmente, ma non senza reticenze e forse un po’ troppo tardivamente, venire a patti coi sentimenti che prova per Ellita.

Ci si diverte parecchio (in questo episodio c’è anche più azione, e però la scena più adrenalinica non è, come si potrebbe pensare, quella finale), non manca la tensione e, alla fine, c’è posto anche per il romanticismo (e tutti i lettori che hanno imparato a voler bene a Hoke si riconosceranno nella struggente battuta finale di Aileen).

E però non è giusto che, con tutte le serie che vanno avanti inutilmente per anni e anni, questa si interrompa proprio sul più bello! :-( Il finale, proprio perché ormai immodificabile, strappa caldi lacrimoni (e naturalmente è tanto più commovente quanto il tono resta sempre dimesso e non melodrammatico), ma non ci voglio credere che finisca così per Hoke ed Ellita. Tempo di mettere in moto l’immaginazione per inventarsi un seguito più “adatto”.

* In effetti, c’è una piccola curiosità, come ho appreso su Goodreads. Come avevo già notato, Miami Blues non era stato concepito per essere il primo romanzo di una serie: fu l’editore a voler convincere Willeford a continuare a scrivere romanzi con protagonista il detective Hoke Moseley. L’autore, da principio, non ne aveva alcuna intenzione, per cui scrisse un seguito, Grimhaven, volutamente cupo e violentissimo, che poi però non fu mai pubblicato e in cui agisce un Moseley molto diverso da come poi, per fortuna, divenne nella versione definitiva. Questo testo inedito si può trovare oggi in rete: quindi, in realtà, avrei ancora una possibilità di leggere qualcosa di nuovo, ma essendo appunto un’opera poi rifiutata e dalle caratteristiche diverse dal resto del ciclo, non so quanto mi converrebbe.

AGGIORNAMENTO: Ho potuto soddisfare la mia curiosità su Grimhaven grazie a questo articolo on line. Se pensate di leggerlo, ATTENZIONE, perché nel testo, verso la fine, viene svelato l’EVENTO FONDAMENTALE della trama, che riunisce quella che poi nella versione pubblicata sarà la materia di due romanzi, l’arrivo delle figlie di Hoke (New Hope for the Dead) e il suo esaurimento nervoso (Sideswipe). Da quanto vedo, mi sembra chiaro che questa versione allucinata e volutamente mostruosa di Hoke fosse una provocazione di Willeford nei confronti del suo editore, per citare l’articolo “the ultimate fuck-you to a publisher wanting a series character”: poiché l’autore stesso in seguito l’ha disconosciuta e né lui né i suoi eredi hanno mai voluto fosse pubblicata, la mia decisione definitiva è di non leggerlo, anche perché francamente non voglio che l’ultima immagine di questo personaggio nella mia mente sia (SEGUE ENORME SPOILER, evidenziare per leggerlo) Hoke che uccide le figlie.

Charles Willeford, The Way We Die Now, voto = 4/5

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Sideswipe

Com’era prevedibile, non ho resistito alla “tentazione” e ho proseguito subito (altro che “intervalliamo con altre letture per evitare il rischio saturazione”) con la puntata numero tre della serie di Hoke Moseley, Sideswipe (Tiro mancino nell’edizione italiana): ora non si accettano scommesse sull’eventualità che andrò avanti con la successiva, The Way We Die Now.

Impossibile annoiarsi, perché, se pure si pensava di aver ormai capito qualcosa sul personaggio o sullo stile della serie, ecco che il romanzo parte e prende subito (tempo una manciata di pagine) una piega totalmente inaspettata. Sono passati circa otto mesi dalla conclusione di New Hope for the Dead, Hoke è sempre a capo della divisione cold cases della polizia di Miami, che in pratica è dove i suoi colleghi detective scaricano casi neanche troppo arretrati ma semplicemente troppo complicati da risolvere. A casa lo aspettano le due figlie adolescenti che l’ex moglie gli ha mollato, Sue Ellen e Aileen, nonché la sua collega Ellita, in congedo maternità perché ormai sul punto di partorire. Insomma, in poche parole, lo stress accumulato è tale che, di punto in bianco, decide di mollare tutto, prendersi trenta giorni di malattia non pagati, partire con il segreto proposito di non tornare, e stabilirsi a Singer Island, un’isoletta proprio di fronte Miami dove abitano suo padre e la sua seconda moglie, con la ferma intenzione di non mettere mai più piede sulla terraferma. Frank Moseley è il proprietario di un residence, e Hoke comincia a lavorare per suo padre come custode e manager. La sua nuova parola d’ordine è “semplificarsi la vita”.

Beh, in una ventina di pagine insomma viene completamente (o quasi) azzerato lo status quo raggiunto nel libro precedente, e non ci resta che “rassegnarci” a leggere le strampalate vicende di Hoke nelle sue nuove vesti di eremita volontario, al quale comunque non riesce di sottrarsi del tutto ai suoi doveri di papà.

Nel frattempo, incontriamo il tranquillo pensionato Stanley Sinkiewicz, che, dopo una vita più che ordinaria (sintetizzata in pochi brillanti paragrafi) e l’agognato ritiro in Florida, naturalmente, stile “tutto in una notte”, in un crescendo di coincidenze e decisioni assurde, si ritrova a fare squadra col pericoloso criminale Troy Louden.

Naturalmente, queste storie parallele finiscono con lo scontrarsi nelle ultime pagine del romanzo, quando la banda capitanata da Troy assalta un supermercato, ferendo Ellita che casualmente si trovava a fare la spesa e aveva cercato di intervenire e lasciandosi dietro cinque cadaveri, costringendo così Hoke a uscire dalla sua beata solitudine per dare una mano nella caccia all’uomo. A quel punto, la conclusione arriva abbastanza in fretta, ma, come ormai sembra essere la regola, non è tanto la risoluzione del caso l’importante, quanto il build up, la lenta costruzione del contesto, la presentazione del bizzarro cast di personaggi, le numerose parentesi e digressioni. Lo ammetto però, stavolta la struttura, che prevedeva una rigida alternanza fra capitoli dedicati a Hoke e capitoli dedicati a Stanley e Troy, qua e là provocava un po’ di noia e la sensazione che si stesse girando a vuoto: inizio e fine ottimi, parte centrale più debole, per cui al momento è quello che mi è piaciuto di meno.

Charles Willeford, Sideswipe, voto = 3,5/5

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New Hope for the Dead

English version (Google Translate)

New Hope for the Dead, uscito nel 1985 (in Italia l’ha pubblicato Marcos y Marcos col titolo Tempi d’oro per i morti), di Charles Willeford, è la seconda puntata, dopo Miami Blues, delle avventure di Hoke Moseley, sergente della polizia di Miami con un’aura ben poco da “maledetto”, tutt’altro: i suoi guai sono molto meschini, prosaici, ma affrontati con uno spirito pratico che lascia poco spazio all’autocommiserazione o, appunto, al “fascino” dell’antieroe perdente e in lotta con la società.

Qui la storia inizia con Hoke che deve indagare su un caso abbastanza banale, la morte di un ragazzo che, a tutta prima, sembra essere solo un’overdose accidentale di eroina. Se non che il capo decide di scaricare su lui, la sua partner Ellita Sanchez e il collega Bill Henderson il compito di occuparsi dei cold cases irrisolti che potrebbero fruttargli una buona pubblicità e una promozione (non a Hoke, al capo). Nel frattempo l’ex moglie Patsy gli scarica senza tanti complimenti le due figlie adolescenti che non vede da una decina d’anni. Per giunta, si ritrova anche ad aiutare Ellita che, rimasta incinta, è stata buttata fuori di casa dai genitori. La notizia positiva però è che, incredibilmente, potrebbe aver fatto colpo sulla matrigna del ragazzo morto, per cui potrebbe anche riuscire a portarsela a letto.

Mi sembra di capire, da commenti letti su Internet, che questa serie sia nata quasi “per caso”: il fatto che io, nella mia recensione di Miami Blues, definissi Hoke il protagonista si spiega perché scrivevo col senno di poi di chi già sa che negli anni successivi sarebbero seguiti altri 4 romanzi con questo personaggio, ma in effetti in quel primo libro Hoke Moseley sembrava quasi un comprimario, come se all’epoca l’autore non avesse ancora deciso di fare di lui il suo “eroe”, lasciandolo in ombra rispetto alla figura del rapinatore e assassino Freddy, che dominava la scena.

Ora invece l’attenzione è decisamente puntata sull’“uomo Moseley”, e anche qui “il caso” è un po’ l’ultimo dei pensieri. Anzi, se ne accumulano, come detto, almeno tre (la morte per overdose del giovane Jerry Hickey, più i cold cases su cui la squadra di Hoke viene messa a lavorare), nessuno dei quali particolarmente eccitante o notevole o con astutissimi geni del male o efferati serial killer come antagonisti, dando anche bene l’idea della routine, dell’accavallarsi di incarichi e della quantità di arretrato presenti in un commissariato in una città come Miami. Alla fine comunque si arriva a una conclusione, ma così, en passant, e in un modo ben lontano dai vari confronti “all’ultimo respiro” ben noti ai lettori di thriller. Molto più interessanti i faticosi sforzi per trovare un posto dove abitare dentro Miami, i suoi impacciati, divertentissimi e però emozionanti tentativi di fare il papà, il rapporto con la collega Ellita Sanchez, la partner che gli è stata assegnata in Miami Blues e che all’inizio aveva accettato con molta diffidenza (una donna! e per di più di origini cubane, per lui che si rifiuta pervicacemente di imparare una parola di spagnolo), e per la quale invece ora si dimostra un vero amico (questi due li voglio troppo insieme! ♥), l’apparente e forse non del tutto limpida nonchalance con cui si serve del suo status di poliziotto per ottenere qualcosa, e allo stesso tempo la scrupolosità e l’impegno che non manca mai di mettere in tutte le imprese in cui si cimenta, fossero anche le più meschine (sono sempre bellissime le scene nel pidocchioso hotel in cui lavora da guardiano notturno in cambio di alloggio gratis, con il portiere e con la “comunità” di vecchietti soli che occupa le stanze). L’intuizione di Willeford di puntare sulla forza di questo personaggio e di elevarlo a protagonista si può dire dunque azzeccatissima, visto che questo New Hope for the Dead mi sembra anche migliore del suo predecessore (se non altro, pur nella sua struttura, come ho appena detto, volutamente erratica e apparentemente inconcludente, ha un “centro” maggiormente definito).

Neanche a dirlo, fondamentale, come nel primo libro, l’incombente e ingombrante presenza di Miami, del suo clima umido e soffocante, del suo sviluppo impetuoso, della sua popolazione sempre più numerosa, eterogenea e scarsamente integrata, della sua diffusa criminalità.

Insomma, una serie che si riconferma brillantemente e che di certo proseguirò, anzi, adesso non vedrei l’ora di iniziare il prossimo: so che rifarei il mio solito “errore” di buttarmi a capofitto su una serie col risultato di arrivare spesso un po’ “stanca” alla fine, ma dubito di poter “resistere”.

Charles Willeford, New Hope for the Dead, voto = 4/5

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Se potessi avere

Visto sul catalogo della casa editrice il Mulino, questo libro presenta una serie di frammenti, in genere molto brevi (2-3 pagine in media), selezionati fra le testimonianze conservate nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo), un’istituzione che raccoglie diari, lettere, memoriali, autobiografie di gente “comune”, dalle quali si colgono tanti preziosissimi spunti di ricerca.

Il filo conduttore che i curatori hanno voluto dare a questa antologia è quello del denaro. Sono storie in cui, 9 volte su 10, il denaro è al centro del discorso per la sua mancanza, sono rari i racconti di “successo”: ci sono, quindi, tanta sfortuna e tante amare recriminazioni, ma allo stesso tempo anche voglia di fare, audacia, inventiva, solidarietà.

Naturalmente non c’è solo il denaro in queste pagine, o meglio il tema del denaro è anche un pretesto per parlare (e leggere) d’altro: lettere d’amore, diari, crisi personali, successi e rivalse (pochi), dalla fine del XVIII secolo fino ai primi anni Duemila, che vedono protagonisti tanti, diversissimi personaggi: il tenore che negli anni trenta dell’Ottocento canta alla corte di Spagna, l’emigrato toscano in Francia, il giovane orfano che, nei primi anni del Novecento, tiene nascosta alla madre ansiosa l’iscrizione al sindacato, l’adolescente fantasioso che negli anni della prima guerra mondiale fa uscire un curioso “giornale” con le notizie di famiglia, il commissario prefettizio tutto d’un pezzo che, in epoca fascista, viene mandato in un paesino siciliano controllato dalla mafia, i due giovani che organizzano la “fuitina”, la ragazzina che accumula i soldi della paghetta per comprarsi lo stereo negli anni ottanta, il consulente finanziario sempre più vittima dello stress, la precaria che deve difendersi dalle avances del capo.

L’unico “difetto” del libro è che… sono appunto frammenti, troppo brevi: abbiamo solo un rapidissimo flash su queste vite, si cambia pagina, epoca, protagonisti, e non sapremo mai (a meno di non andare a Pieve Santo Stefano a consultare l’originale, ovvio!) come finisce “la storia”.

Se potessi avere. Memorie degli italiani ai tempi della lira, a cura di Diego Pastorino, voto = 3/5

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La danese

Siamo a Copenhagen, 1925. Einar e Greta, marito e moglie, sono due artisti: lui è un paesaggista con una discreta fama, lei invece una ritrattista ben poco considerata. Sono una coppia unita, ma non potrebbero essere più diversi: lei viene dalla California, è nata in una famiglia ricchissima ma ha sempre voluto conquistarsi la propria indipendenza, è un tipo pratico, decisionista, lui è nato in un minuscolo villaggio danese in una casa poverissima, è rimasto ben presto orfano, è delicato, fragile, silenzioso. Un giorno, quasi per caso, per aiutare la moglie a completare dei dettagli del ritratto di una cantante che non può essere presente alla posa, Einar indossa dei vestiti da donna: da quel momento, si “risveglia” dentro di lui un’altra persona, Lili, un’altra identità che, poco a poco, si affianca a quella con cui ha vissuto tutta la sua vita. Einar, sostenuto anche dall’appoggio della moglie che non reagisce mai in modo inorridito ma, al contrario, si sforza di farlo star bene (anche perché Lili diventa il suo soggetto preferito, e la sua vena creativa sembra rifiorire), sempre più spesso “lascia spazio” a Lili, non si tratta solo di un cambio di abiti, è tutta la personalità dell’uomo che sembra progressivamente “ritirarsi” mentre l’altra si fa strada, fino a che questa continua “tensione” non rischierà di mettere in serio pericolo la salute di Einar/Lili e giungerà il momento di prendere una decisione definitiva.

Nel corso dei capitoli, con una serie di salti indietro nel tempo, conosciamo anche il passato dei due, le persone che furono importanti nelle loro vite prima che si conoscessero e si sposassero, e che nel caso di Hans, amico d’infanzia di lui, tornano inaspettatamente a svolgere un ruolo, le esperienze che in qualche modo hanno formato i loro caratteri… mentre, nel presente, la delicata trasformazione di Einar attraversa varie fasi, dalla pressocché totale “scissione” della personalità, tanto da considerare quasi Einar e Lili come due persone perfettamente distinte e reali, “dimenticandosi” dell’altra quando si trova a vivere nei panni dell’una, al disgusto di sé e alla disperazione più cupa, che lo spinge persino a prendere in considerazione l’idea del suicidio.

Questa è la storia di Einar/Lili e della sua ricerca di identità e di felicità, ma è allo stesso tempo anche la storia di Greta, del suo amore disinteressato, della sua visione anticonformista (che la porta, ad esempio, a “proteggere” il marito dai tentativi di alcuni medici di procedere con “terapie” invasive e violente, e in generale dai suoi sforzi tesi sempre verso l’obiettivo finale di far sì che l’uomo che ama possa essere se stesso), del suo spirito intraprendente, dei suoi sacrifici e anche, alla fine, del suo percorso di distacco definitivo da Einar/Lili e di inizio di una nuova vita accanto a un altro uomo. E forse questa è una delle parti più riuscite del libro, quando Lili, dopo l’operazione, è ormai pronta e smaniosa di costruirsi un’esistenza diversa e indipendente, e Greta non riesce a convincersi che il suo “compito” è finito, che deve lasciarla andare, che non avrà più bisogno di lei, che anzi ora è arrivato il momento di pensare a se stessa.

Alla fine del libro, l’autore avvisa che la trama prende sì spunto da un fatto realmente accaduto (nel 1930 un uomo di nome Einar Wegener si sottopose a un’operazione per il cambio di sesso), ma sono talmente tanti gli elementi aggiunti dalla sua fantasia che questa non può definirsi “la storia” di quell’evento. Nel complesso, una storia d’amore non convenzionale, forse per certi versi difficile da capire, ma non per questo meno autentico. Bello anche il piccolo contorno di personaggi secondari di questa “famiglia allargata” unita da una grande solidarietà, Hans, Carlisle (il fratello di Greta), Henrik.

David Ebershoff, La danese (trad. Anna Mioni), voto = 4/5

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La paura

Progetto prima guerra mondiale: parte 2
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù

Mi fa sempre piacere quando sono in grado di risalire con precisione al momento in cui ho scoperto per la prima volta un libro, anche se non interessa a nessuno a parte me. Questa storia in particolare poi non ha proprio niente di speciale, ma la “fisso” lo stesso qui a futura memoria, per quando un giorno rileggerò tutte le recensioni dei libri letti nella mia vita: era il 10 gennaio 2012 e, nella sala d’aspetto dell’AVIS, ho visto la recensione sfogliando la rivista “il Venerdì” di Repubblica. Chiarito questo, passiamo a cose più interessanti.

La paura uscì originariamente nel 1930; nel 1939 si pensò bene di ritirare un romanzo così “antimilitarista” e “antipatriottico” in un momento in cui ci si avvicinava a un altro conflitto. Il libro ricomparve solo nel 1951, sostanzialmente immutato (come scrive l’autore nella prefazione a questa seconda edizione), anche se non è mai diventato un “classico” della letteratura di guerra.

1914. Il diciannovenne Jean Dartemont, alter ego dell’autore, allo scoppio delle ostilità si arruola nell’esercito francese: non è un esaltato patriottismo a spingerlo, ma piuttosto la curiosità, la voglia di partecipare all’evento storico per cui il mondo intero si è mobilitato. La sua visione più che ingenua si infrangerà praticamente subito sulla realtà della guerra di logoramento, delle trincee, della fatica, dell’incubo continuo della morte che diventerà per i successivi quattro anni compagno costante dei milioni di fanti di tutti gli schieramenti, per la stragrande maggioranza giovani chiamati a combattere una guerra che non hanno scelto né voluto.

Una guerra, inoltre, che solo loro conoscono veramente: per i parenti rimasti a casa, per i civili intrisi di patriottismo che leggono i bollettini dello Stato Maggiore sui giornali, per i generali che pianificano attacchi e avanzate sulle mappe, la guerra è un concetto molto semplice: “Avanti fino alla morte!”. E poco a poco il protagonista, e in generale il soldato, si rende conto di quanto sia inutile provare a far capire al resto del mondo l’autentica realtà del conflitto: non verrai creduto, e la tua storia comunque non serve a nessuno, dà solo fastidio. Nelle ultime pagine del romanzo, quando ormai la guerra è alle battute finali, Dartemont è a colloquio con un commilitone, Negré, che incarna una visione cinica e disincantata della vita. Mentre Dartemont è convinto che la loro testimonianza possa servire a evitare altre guerre in futuro, l’altro se la ride: pensa forse che la situazione cambierà di una virgola per tutti i governanti, generali o affaristi che hanno fatto fortuna con la guerra? Quanto ai giovani del futuro che si troveranno un giorno a partire per il fronte come loro, continua Negrè, per quanto lo riguarda lui sarà lì a guardarli partire e ad acclamare il loro coraggio, perpetuando tranquillamente il ciclo infinito.

Non mi è sembrato un capolavoro (ci sarà pure un motivo se, anche dopo la ripubblicazione negli anni cinquanta, non è granché noto fra i titoli sulla guerra), c’è qualche lungaggine e, soprattutto, più di una volta l’autore inserisce le sue considerazioni mettendole in bocca a vari personaggi, creando quindi dialoghi un po’ artificiosi e pesanti. È però un’interessante testimonianza.

Ho un appunto da fare sulla traduzione, che poi è sempre il solito, in fondo: gli “adattamenti” forzati per me poco giustificabili e per di più inefficaci. Alle pp. 259-260 il protagonista racconta di ritrovarsi insieme a soldati che provengono dalla Francia meridionale: Nizza, Marsiglia, Tolone. Sono chiassosi ed espansivi e parlano un colorito dialetto, che presumibilmente si poteva leggere nell’originale francese. Qui in questa edizione viene reso con alcune battute in romanesco/napoletano. Non è la prima volta che incontro traduttori che ricorrono a questa soluzione in situazioni analoghe: a me sembra una cosa profondamente insensata e persino ridicola. Qualsiasi lettore è in grado di rendersi conto che qui l’aggettivo “meridionale” chiaramente non si riferisce agli Italiani del sud, e stona terribilmente questo inserimento incongruo. È chiaro che situazioni come questa sono “l’incubo” del traduttore, perché assai ardue da risolvere, lo capisco che non deve essere facile: l’unica alternativa che adotterei io sarebbe esattamente l’opposto, una nota in cui si informa il lettore italiano che quella parte del testo, nell’originale, non è traducibile, con tutte le sue sfumature, nella nostra lingua. Non so se sia preferibile evitare questa “ammissione di impotenza”, può darsi di sì visto che, appunto, queste bizzarre “italianizzazioni” non sono poi così infrequenti.

Gabriel Chevallier, La paura (trad. Leopoldo Carra), voto = 3,5/5

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