Il dialetto dimenticato

Libretto scoperto in modo totalmente casuale nel corso del mio lavoro: semplici abbozzi, quadretti, aneddoti, brevissimi, dalla vita del perugino Dino Persiani, classe 1924, parecchi per la verità abbastanza insulsi (o, per dirlo in modo meno brusco, “narrativamente” piuttosto poveri, senza un vero svolgimento e neanche così divertenti. Per il lettore perugino comunque un qualche motivo di interesse e una parte del divertimento stanno nel fatto che il libro è scritto interamente in dialetto (che comunque, come precisa l’autore all’inizio, non pretende di essere “puro”, ma ricalca semplicemente il parlato della gente).

A parte le scene dell’infanzia, degli anni della guerra (Persiani prese parte alla Resistenza) e dell’età più matura, che per la verità sono talvolta trascurabili e non offrono molto più che qualche sorrisetto qua e là, la parte più interessante sono senz’altro i capitoletti dedicati all’esperienza di maestro nelle scuole elementari e serali dei paesini umbri dell’immediato dopoguerra, con episodi gustosi e toccanti che narrano le prevedibili difficoltà di comunicazione, di metodo e naturalmente anche strettamente materiali, ma anche la passione per un mestiere che, all’epoca (e sicuramente non solo allora), non è esagerato definire “eroico”. Peccato che una materia simile non sia stata messa in mano a un autore più talentuoso che, magari integrando anche un po’ con la fantasia, poteva ricavarne un racconto meno frammentario e più elaborato.

Insomma una lettura breve e leggera leggera affrontata per pura curiosità, che sicuramente non aveva molte pretese.

Dino Persiani, Il dialetto dimenticato. Racconti veri, voto = 2,5/5

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Le navi dei vichinghi

Siamo nel X secolo, in Scania (punta meridionale della Svezia): e già questa ambientazione inusuale e affascinante forse sarebbe bastata a far scattare il mio interesse. Visto che poi la casa editrice Beat, nella scheda del libro, lo presentava con toni altamente entusiasti (“fonde nelle sue pagine … tutti gli espedienti letterari sviluppati dai grandi scrittori europei nel corso del Diciannovesimo secolo … un’epica impregnata della sensibilità antiepica di Tolstoj … l’erculea spinta narrativa, agile e potente, di Alexandre Dumas … corposo, violento, di grande respiro … Ha qualcosa da offrire a chiunque abbia l’avventura di leggerlo”), me lo sono comprato, tanto usato costava pure la metà.

E quindi ecco le avventure e i viaggi di Orm, vichingo “abile, pieno di risorse, pragmatico e lievemente ipocondriaco”, alle prese con spedizioni temerarie ma sfortunate, alcuni anni trascorsi al caldo nell’opulenta Spagna musulmana, prima a remare come schiavo e poi a combattere per Allah, banchetti di Natale un po’ “movimentati” alla corte del re di Danimarca Harald Dente Azzurro, monaci santi ma un po’ incazzosi e piuttosto “disillusi” sull’effettiva possibilità di convertire questi “bestioni” vichinghi al Cristianesimo, scorrerie e ruberie varie.

L’insieme risultante è piuttosto curioso e interessante, perché ha il “ritmo” e l’incedere di una saga medievale, ma con spruzzatine qua e là di humor e ironia tipicamente moderne che non ti aspetti. Sì, si sorride un po’ con Orm grande e grosso ma sempre in ansia per la salute e soffocato dalle cure della mamma iperprotettiva, con questi omaccioni, navigatori pragmatici poco sensibili alle prediche dei monaci, ma tutto sommato disposti a dare una chance anche al dio cristiano se si rivela più efficace a farli giungere in porto senza problemi, e visto che i suoi monaci sembrano cavarsela come medici.

Il libro ha il difetto di essere un po’ frammentario e i vari episodi non sono molto ben legati fra loro; ma la cosa non mi ha disturbato più di tanto, perché ha consentito una lettura abbastanza “distratta” e veloce (in un periodo in cui non sono riuscita a concentrarmi molto) senza che la comprensione della storia ne risentisse.

Questo romanzo, che in originale si intitola Röde Orm (Orm il Rosso), fu pubblicato in due parti nel 1941 e 1945: non ho capito se questa edizione della Beat le riunisce insieme ed è quindi completa, o se qui c’è solo la prima. Sì, perché sono 240 pagine mentre altre edizioni ne hanno 500 o giù di lì. E perché il libro termina di punto in bianco così: “Racconteremo un’altra volta delle successive gesta di Orm”. Hmm. Va beh, poco male. Devo dire la verità, anche se non fosse finita qui la storia del vichingo Orm, adesso non mi metterò alla caccia spasmodica della seconda parte. Le navi dei vichinghi mi è sembrato gradevole, ma non il grande capolavoro che l’introduzione di Michael Chabon prometteva.

Frans Gunnar Bengtsson, Le navi dei vichinghi (trad. Lucia Savona), voto = 3/5

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Il falò delle vanità

Sempre più in ritardo queste recensioni, scritte con sempre più giorni di distanza dalla lettura del libro, e perciò sempre più approssimative… Va beh.

A posteriori, sono molto contenta che per lettura di gruppo di novembre di Goodreads Italia sia stato scelto, dopo una lunga battaglia con Possessione di A.S. Byatt, Il falò delle vanità, bestseller di Tom Wolfe del 1987.
Sì perché, mentre il libro della Byatt aveva già comunque un posto nella mia lista dei “da leggere” (prima o poi), chissà se avrei mai preso in considerazione quello di Wolfe, se non fosse stato per questa occasione. In effetti, quel che sapevo finora dell’autore è che è un signore molto elegante e che ha scritto un romanzo, Io sono Charlotte Simmons, uscito nel 2003, che all’epoca mi aveva incuriosito ma presentava giudizi talmente contrastanti, e alcune stroncature così nette, da farmi passare la voglia di approfondire. Inoltre, forse proprio l’immagine da “dandy” dell’autore mi aveva fatto arbitrariamente pensare che anche la sua scrittura fosse affettata, pretenziosa, pesante, eccessivamente “letteraria”. Fatto sta, comunque, che la trama de Il falò delle vanità era sufficientemente interessante da farmi accantonare queste riserve, anche di fronte alla mole del libro (più di 700 pagine)… e, come dicevo, il risultato è che ho visto con soddisfazione smentiti tutti i miei “timori” e pregiudizi, e mi sono goduta, anzi divorata, una bellissima lettura.

Il falò delle vanità riesce a essere un libro “simbolo” degli anni ’80 e allo stesso tempo sembra scritto ieri. New York è la vera protagonista (suggerisco di tenere a portata di mano una mappa della Grande Mela durante la lettura! Inutile dire quanto ho amato immaginare di ripercorrere di nuovo quelle strade), ma New York non è una città sola: qui c’è la New York di chi abita a Park Avenue, la strada più lussuosa del borough più ricco (Manhattan) della metropoli più importante della nazione più potente del mondo, e la New York di chi, solo a pochi chilometri di distanza, vive la realtà totalmente diversa e degradata del Bronx, di come la percezione di questi due poli opposti sia giunta a dominare, in positivo e in negativo, tutte le ambizioni e le paure di chi sta “in mezzo”, di come questi due mondi, che normalmente si fondano su un tacito patto di “non ingerenza”, finiscano per incontrarsi e di come le conseguenze di ciò siano molto più sfaccettate e meno univoche di quanto si potrebbe pensare.
Ancora una volta a colpire del “mito” di New York è il suo essere luogo aperto e chiuso allo stesso tempo, dove le persone più diverse e dalle più svariate provenienze sono contemporaneamente a stretto contatto e più lontane che mai. Al di là della retorica dell’integrazione e del “melting pot”, anche qui (è un’impressione che ho avuto anche guardando la serie TV Boardwalk Empire, che pure non è ambientata esclusivamente a New York e riguarda l’America degli anni Venti… eppure, a leggere il libro, pare che negli anni Ottanta la situazione non sia molto diversa) sembra di trovarsi di fronte a “tribù” (anzi “specie”, visto che addirittura nel romanzo c’è una vera e propria “bestializzazione” della popolazione di New York, che a sua volta è una “giungla” in cui tutti sono impegnati nella “lotta per la sopravvivenza”) che si spartiscono gli spazi, e se oltrepassi alcuni “confini” entri in un “territorio” totalmente diverso, popolato da “branchi” di uomini totalmente diversi da te, che rispondono a codici e leggi completamente diverse, e la cosa è universalmente nota, accettata e persino salvaguardata, perché aiuta a dare un minimo di “senso” alle dinamiche della metropoli. E quindi abbiamo i wasp protestanti, gli ebrei, gli italiani, gli irlandesi, i neri, i britannici ex colonizzatori e ora immigrati spocchiosi. Tutte queste categorie si scrutano, si riconoscono a vicenda, si tengono a debita distanza… fin quando, come avviene in questo romanzo, il caso non le costringe a fare i conti l’una con l’altra.

Sherman McCoy, giovane “broker” di Wall Street, si ritiene a buon diritto, e senza nessuna ironia, uno dei “Padroni dell’Universo”: guadagna un sacco di soldi, con una telefonata è in grado di spostare somme enormi di denaro, abita in uno degli appartamenti più sfarzosi di Park Avenue con moglie e figlia, ha un’amante giovane e bella, non gli manca nulla. Eppure, basta che una notte, al volante della sua Mercedes, prenda l’uscita sbagliata e si ritrovi, in compagnia dell’amante, perso fra le strade malfamate del Bronx, e basta che, in un incidente dalla dinamica molto confusa, la sua auto investa un giovane nero, perché un’esistenza pienamente sotto controllo gli sfugga totalmente di mano, la sua identità stessa venga fatta a pezzi e assuma, a seconda dei casi e dei destinatari, il conveniente ruolo di arma di ricatto (per l’ambiguo leader della comunità nera, pronto a fomentare gli animi), capro espiatorio (per il politico in cerca di voti), occasione di rivalsa e trampolino di lancio (per il giornalista fallito che dà la storia in pasto all’opinione pubblica e per l’ambizioso e frustrato procuratore distrettuale), pretesto per la “buona causa” del momento (tutti coloro che sfruttano a fini di visibilità la protesta degli abitanti del Bronx). D’altra parte uguale “disumanizzazione”, ma di opposto segno, tocca all’altro protagonista della tragedia, il giovane investito. Non è un caso che l’epilogo (segue spoiler), amarissimo praticamente per tutti i personaggi, veda invece, in stridente contrasto, il “trionfo” (di proporzioni talmente esagerata da dover essere necessariamente inteso in senso ironico) del giornalista pretenzioso e cinico che, con i suoi articoli trasudanti sentimentalismo d’accatto e disinvoltamente forcaioli, dai dettagli spesso aggiustati ad arte, ha scatenato la “caccia alle streghe”.

Attenzione, non si pensi però che tutti questi Grandi Temi che ho cercato (confusamente) di rilevare rendano la lettura impegnativa, pesante, difficoltosa: come dicevo prima, tutt’altro! Il romanzo scorre via che è un piacere malgrado il fatto che, tutto sommato, le parti di azione propriamente detta non siano molte, perché il precipitare, lento ma inesorabile, degli eventi tiene comunque avvinti alla vicenda. Soprattutto, è tutto molto meno “netto” e “categorico”, più “problematico” e meno “consolante” per il lettore di quanto una sintesi, compresa la mia, possa far pensare (seguono alcuni spoiler, per leggerli vanno evidenziati): Sherman e Maria, la sua amante, sono scappati senza fermarsi perché credevano di essere vittime di un tentativo di rapina, è così o no? Se no, perché l’altro ragazzo che era presente sulla scena non denuncia subito il fatto? È proprio vero, come sostengono la famiglia di Henry Lamb (il ragazzo investito), il reverendo Reginald Bacon, la stampa, che i medici siano stati negligenti nel trattare Henry, perché il paziente era un ragazzo nero del Bronx, e l’hanno colpevolmente mandato a casa dopo avergli semplicemente fasciato il polso… o è stato inspiegabilmente e assurdamente reticente Henry a non parlare subito dell’incidente? E perché non l’ha fatto? La Procura non ha aperto subito un fascicolo perché effettivamente la vita di un ragazzo nero non vale molto… oppure è anche vero che non vi erano oggettivamente elementi sufficienti per procedere? E si può continuare ancora, con i dubbi e le domande e le incertezze, con l’autore che spinge al massimo sul pedale dell’ambiguità soprattutto nel finale, per non dare al lettore nessun “appiglio” per formulare un giudizio “facile” e “comodo” (segue mega-spoiler sul finale): sì, era un tentativo di rapina, MA per finta… Sì, la verità viene a galla, MA la registrazione che la contiene è stata fatta e ottenuta in modo illegale, e Sherman è costretto a spergiurare per farla ammettere come prova.

Devo ringraziare la mia passione per la serie TV The Good Wife se ho potuto capire agevolmente le parti più strettamente legali della vicenda!

Tom Wolfe, Il falò delle vanità (trad. Ranieri Carano), voto = 4/5

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Bring Up the Bodies

Continua la storia di Thomas Cromwell e della corte dei Tudor. Caterina d’Aragona, la ex regina ripudiata, è in fin di vita, ma lei, e soprattutto la giovane principessa Mary, continuano ad avere i loro sostenitori e fedelissimi; però, una volta che l’altera spagnola, irriducibile nella sua convinzione di essere l’unica legittima regina d’Inghilterra, muore nella sua semi-prigionia, le trattative diplomatiche fanno capire a Cromwell che, mentre finché lei era in vita andavano salvate le apparenze, ora un riavvicinamento fra Enrico e l’imperatore Carlo V, nipote di Caterina, non sarebbe poi così impossibile… C’è però sempre l’ostacolo della “scomoda” regina Anna Bolena, che quasi nessuna corte in Europa è disposta ad accettare. Anna Bolena che, fra l’altro, dopo aver dato alla luce una bambina, Elizabeth, continua a fallire nel suo “compito” di dare al re un figlio maschio, e sulla quale cominciano a moltiplicarsi i pettegolezzi, soprattutto relativi ai suoi rapporti coi giovani gentiluomini che le stanno sempre accanto. Oltre tutto, a complicare ancora di più le cose, il re ricomincia a guardarsi intorno e ultimamente si mostra sempre più interessato alla giovane, timida, remissiva Jane Seymour, che naturalmente ha dietro tutti i parenti, pronti a cogliere i segnali e ad approfittare del vento che cambia, per prendere il posto che al momento è occupato dal clan dei Boleyn.

E così Thomas Cromwell si trova nella paradossale situazione di dover disfare tutto quello che aveva realizzato nel primo romanzo, il “capolavoro” politico dell’annullamento delle nozze del re con Caterina, dell’Act of Supremacy e dell’incoronazione di Anna, e di doversi alleare con quelli che in realtà considera i peggiori nemici suoi e del re, la vecchia nobiltà del sangue e gli irriducibili pretendenti al trono dei Tudor, da sempre ostili ad Anna Bolena e ai suoi invadenti e avidi familiari, in un rischioso esercizio d’equilibrismo che, se lo conferma al centro degli eventi e delle macchinazioni, gli fa anche capire di non avere alcun alleato fidato (non Anna e i Boleyn, che pure ha aiutato a far arrivare al potere, non l’antica nobiltà, che lo disprezza per le sue umili origini ed è rimasta per lo più fedele a Roma) a parte, unicamente, il re, il cui favore però è sempre volatile…

Non mi dilungo troppo, perché vale quel che ho già scritto per Wolf Hall; anzi, avendoli letti l’uno di seguito all’altro, a dire la verità per me i due libri si sono “fusi” in un unico, lunghissimo romanzo.

Per la serie “non capisco il titolo”, stavolta “Bring Up the Bodies” è la frase pronunciata quando vengono condotti al patibolo George Boleyn e gli altri gentiluomini accusati di essere gli amanti della regina. In Italia se la sono cavata scegliendo di intitolare il libro Anna Bolena, una questione di famiglia: non è che mi piaccia molto, sebbene, a essere sinceri, stavolta anche l’originale non era granché.

Thomas Cromwell continua a essere l’unico che capisce sempre tutto e non sbaglia mai. Se gli altri lo ostacolano, è perché o sono ottusi o è lui a essere troppo avanti sui tempi. Io neanche sapevo che fosse mai esistito un Thomas Cromwell, quindi non so, forse è vero che era un grande, un genio. Certo, dopo circa 1000 pagine (più o meno il totale sommando quelle di primo e secondo libro), Thomas Cromwell e la sua infallibilità cominciano a diventare un po’ antipatici, e forse si avrebbe anche voglia di leggere un punto di vista diverso.

E in effetti Bring Up the Bodies, per quanto pregevole, fino a tre quarti della sua lunghezza si stava collocando un gradino sotto il suo predecessore, perché l’interminabile serie di colloqui di Cromwell con questo o quell’altro personaggio (ché, così come in Wolf Hall, non si può dire che succedano molte cose nel romanzo) cominciava a essere stancante. Però la Mantel si “riscatta” con un’ultima parte più avvincente, in cui avvengono (non penso ci sia bisogno di mettervi in guardia dallo spoiler, no? È Storia. Va beh, lo nascondo comunque) il processo e la condanna a morte di Anna Bolena.

E ora mi dispiace di non potermi “tuffare” subito nella lettura della terza e ultima puntata, The Mirror and the Light (sempre criptici questi titoli), che uscirà nel 2015. Mi dispiace anche perché, a dirla tutta, mi ero ormai abituata allo stile di narrazione non certo facile: così invece, tra qualche mese, dovrò rifare nuovamente fatica!

Hilary Mantel, Bring Up the Bodies, voto = 4/5

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Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

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Guns, Germs, and Steel

Questo famoso saggio di Jared Diamond, uscito in Italia col titolo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 13.000 anni (e il sottotitolo italiano, a differenza del titolo, non è fedele all’originale: l’originale inglese è “The Fates of Human Societies”, i destini delle società umane, che, come si vedrà, è molto più pertinente), è il secondo libro, dopo Breve storia di (quasi) tutto, selezionato per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia.

La domanda alla base della ricerca di Diamond è di quelle che neanche ci poniamo più, tanto ormai lo status quo ci appare “inevitabile” e “scontato”, e invece non è per niente peregrina: ma perché alcune società umane sono arrivate ad avere un predominio schiacciante sulle altre, in campo tecnologico, politico, militare, culturale e chi più ne ha più ne metta?

Non che Diamond sia il primo a porsi quest’interrogativo, ma finora le spiegazioni tentate gli appaiono carenti oppure si fondano su presupposti non più accettabili, ovvero sulla convinzione che alcune società, in pratica quella dell’uomo bianco nord-occidentale, siano sostanzialmente “migliori” di altre, da un punto di vista biologico, razziale, antropologico. Diamond, chiaramente, non accetta alcuna teoria razzista, e anzi nel suo libro si sforza di dimostrare che, se è innegabile che le disparità esistano, se si risale alle loro cause più remote esse sono spiegabili senza doverne attribuire alcun “merito” alle società più avanzate, che hanno potuto sfruttare meglio, o da più tempo di altri, particolari vantaggi o condizioni “fortunate”.

Il “segreto” della diversità delle sorti delle varie società umane, per Diamond, è se si sia riusciti a passare, e se sì con quale anticipo o ritardo rispetto agli altri, dalla fase di cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori-produttori di cibo. Essere in grado di produrre cibo tramite l’agricoltura fornisce il presupposto per poter sviluppare e sfruttare poi una serie di vantaggi ulteriori: la capacità di sostentare popolazioni più numerose, e di accumulare surplus di cibo, dà la possibilità di sostentare anche individui non impiegati direttamente nella produzione del cibo ma più specializzati, come artigiani, tecnici, o che svolgono funzioni di comando, come capi, guerrieri, sacerdoti. Questo permette uno sviluppo più significativo della tecnologia, a cominciare da un’invenzione fondamentale come quella della scrittura, e l’organizzazione in sistemi politici più complessi e coesi (dalla semplice banda, forma di aggregazione adatta alle società più semplici, ai regni o Stati). Ma non solo: la maggiore densità di popolazione, dovuta alla più elevata disponibilità di cibo, la presenza di più animali addomesticati, che vivono a stretto contatto con l’uomo, rendono anche più endemiche le malattie e le epidemie. L’uomo si “abitua” a convivere con una più vasta gamma di batteri e quindi diventa, col passare delle generazioni, progressivamente più resistente a una serie di malattie. Nella storia le conseguenze dell’arrivo di società portatrici di germi sconosciuti ad altre sono ben note: basti pensare al caso eclatante della conquista delle Americhe da parte degli Europei.

Ma, se in alcune zone del mondo questo fondamentale passaggio è avvenuto prima (sembra che la zona con evidenze archeologiche più antiche di società agricole sia la Mezzaluna Fertile, in Asia minore) e in altre dopo, o mai (in Australia ad esempio), ciò non vuol dire che alcune società siano più “intelligenti” di altre, ma semplicemente che hanno avuto la fortuna di vivere in ecosistemi più favorevoli e predisposti. In particolare, per Diamond, in Eurasia si è verificata una combinazione di circostanze particolarmente felici: si tratta della più grande massa di terra emersa del pianeta, orientata secondo un asse in direzione est-ovest (che facilita la diffusione delle stesse specie animali e vegetali e gli spostamenti di persone, merci, informazioni perché vi sono minori variazioni climatiche da un luogo all’altro e ovunque la medesima quantità delle ore di luce durante il giorno), e in cui si concentra la maggiore presenza di varietà di semi e di specie animali con le caratteristiche più adatte a renderli più facilmente addomesticabili dall’uomo. Tutti elementi presenti in misura molto minore, o assenti del tutto, in altre zone: come ad esempio il continente americano, che pure vide fiorire società altamente evolute e complesse, ma a cui mancarono (fino alla forzata introduzione da parte degli Europei) una varietà di semente dalle proprietà altamente nutritive come il grano, un animale sommamente utile per il lavoro agricolo, per il trasporto e per la guerra come il cavallo, e che infine presentava alcune caratteristiche fisiche che penalizzavano i contatti fra le diverse popolazioni (asse nord-sud, l’effetto “collo di bottiglia” all’altezza dell’istmo di Panama).

A giudicare da questo mio “riassuntino”, suona tutto un po’ arido e meccanico, ma in realtà il libro è interessante e accessibile anche al lettore non specializzato: forse pecca un po’ di ripetitività, ma d’altra parte è comprensibile che l’autore cerchi di portare quanti più esempi possibile a sostegno della sua tesi, o si provi ad applicarla a casi specifici in diverse zone del mondo. D’altra parte così forse riuscirò a non dimenticare tutto in breve tempo.

Jared Diamond, Guns, Germs, and Steel, voto = 3/5

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Vuoi star zitta, per favore?

Ci sono ancora, ma ultimamente “l’ispirazione” per scrivere queste (zoppicanti) “recensioni” si fa un po’ desiderare, perciò purtroppo ne vedrete ancora un paio (a partire da questa), relative a libri finiti ormai da qualche tempo, davvero “tirate via”.

Qui stiamo parlando della prima raccolta di racconti dello scrittore Raymond Carver, uscita nel 1976. Ho un’amica, su Goodreads, che ama molto questo scrittore, e vedo che nel recensirlo usa l’aggettivo perfetto; ci ho ripensato, e ciò mi fa riflettere, perché io invece se dovessi definire in poche parole questa lettura potrei dire: incredibilmente frustrante… Sono tante brevi, e meno brevi, “finestre” sulle vite di uomini e donne americani, spesso coppie, spesso affaticati e insoddisfatti, e li vediamo consumare le pagine a loro dedicate dall’autore… spesso ripetendo i soliti gesti di sempre, ma sempre con un senso di incombente… minaccia? No, non proprio, ma tensione, come se si fosse sempre più vicini a un’ipotetico “punto di rottura”. Però intanto le pagine stanno per esaurirsi, e tu sei lì che pensi “eh no, ti prego, non finire adesso!”… e invece 9 volte su 10 è come se andassero via le luci, calasse all’improvviso un sipario, lasciandoti davanti alla pagina nuova, quella mezza bianca col titolo del racconto successivo, a chiederti: “Ma che succede dopo? Sembrava proprio che stesse per succedere qualcosa… oppure niente…”.

Beh, allora mi fa un po’ sorridere pensare a questi racconti come “perfettamente compiuti”, quando io invece trovo che ci siano molte meno parole di quelle che avrei voluto… Che vorrà dire? A) io ci capisco poco (sì, questa risposta è sempre valida); B) questo effetto di brusca “rottura” era proprio quello che Carver voleva ottenere.
Mi viene in mente ora (ho finito il libro ormai da varie settimane, come dicevo) che, se ripenso ai personaggi di questi racconti, avrei voglia di incontrarli uno a uno per chiedere loro “beh, insomma come va ora? Ma senti, che è successo poi, quella volta in cui…?”, il che probabilmente è fare un complimento al libro.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore? (trad. Riccardo Duranti), voto = 3,5/5

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L’officina della guerra

Progetto prima guerra mondiale: parte 4
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù, La paura, Compagnia K

Purtroppo, per svariati motivi, diverso tempo è passato dalla fine della lettura alla stesura di questo post, pertanto quel che sarò in grado di fare sarà, più che una vera e propria “recensione”, una specie di sintesi stringatissima dei temi trattati in questo saggio. Servirà alla mia memoria e spero comunque che, magari, invogli qualcuno a prenderlo in mano.

Partito da uno spunto “casuale” (l’essersi imbattuto, nel corso di ricerche presso l’Archivio storico della Provincia di Genova, in un fascicolo dal curioso titolo “Maniaci militari”), l’autore ha deciso di affrontare, in questo saggio uscito in prima edizione nel 1991 (un periodo in cui ancora, a suo dire, l’uso delle fonti “popolari” per lo studio della Grande Guerra era a uno stadio quasi pionieristico), il problema di perché, in quanti e quali sensi la prima guerra mondiale viene generalmente, e secondo lui correttamente, vista come una frattura che introduce l’umanità nel mondo “moderno”. Solo per le sue dimensioni planetarie, o anche perché determinò precise trasformazioni nel “mondo mentale”?

Alcuni “sintomi” e anticipazioni di quel che era di là da venire si ebbero, su scala minore, nel corso della guerra russo-giapponese del 1904-1905: che le guerre fossero sempre state cruente e distruttive, dei corpi dei combattenti e dell’ambiente naturale, è certo, ma per la prima volta davanti agli occhi di chi la visse e la raccontò (ad es. il celebre giornalista italiano Luigi Barzini) si scatenò la violenza di tecnologie capaci di avvicinarsi, e talvolta addirittura di sostituirsi agli sconvolgimenti di origine naturale quali terremoti e inondazioni. Ancora di più questo doveva avvenire nella guerra del 1914-18, i cui fronti, per i soldati assolutamente impreparati a quello spettacolo, furono incredibili e assordanti scenari dove il rumore del cannone era una presenza costante e i bagliori e gli scoppi interrompevano la naturale successione del giorno e della notte.

Guerra “moderna” e “nuova” anche per l’inusitata capacità di “invasività” nella vita del singolo: sebbene già fin dall’epoca delle guerre napoleoniche il potere coercitivo dello Stato si fosse fatto sempre più stringente, mai come ora le tradizionali forme di fuga e imboscamento, di renitenza alla leva, si dimostrarono estremamente difficili se non impossibili. Gibelli intende tuttavia il potere di “mobilitazione” dello Stato anche in senso “positivo”, e cioè con uno sforzo senza precedenti sulla propaganda.

Ma, soprattutto, l’autore sottolinea il carattere “moderno” del modello di soldato cercato e plasmato dalla guerra: una massa di combattenti “anonima”, forza bruta, non specializzata, adatta a compiti ripetitivi e i cui scopi ultimi, per i più, dovevano risultare poco comprensibili, in una parola quasi “bestiale”, in parallelo con il contemporaneo sorgere dei modelli di produzione del taylorismo e del fordismo, specialmente in USA.

Di fronte a una tale macchina, l’unica via di “fuga” per il singolo (e qui si ritorna al nucleo originario della ricerca) diventa “immaginaria”, più che reale: la follia, vera o simulata, del soldato, analizzata principalmente attraverso le testimonianze dei medici militari, i quali per altro sono più agenti del potere che terapeuti, visto che la loro preoccupazione principale è cogliere gli “indizi” della simulazione, che per noi, abituati a cercare un rapporto di collaborazione fra medico e paziente, suona paradossale (qui si può parlare piuttosto quasi di una “sfida” tra medico e paziente!).

In ultimo, guerra “moderna” anche per i mezzi usati per la prima volta per raccontarla: cinema e fotografia.

Antonio Gibelli, L’officina della guerra, voto = 3,5/5

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Heads in Beds

Come accade sempre più spesso, è dai miei fidati contatti su Goodreads che scopro nuovi libri. Per il memoriale Heads in Beds: A Reckless Memoir of Hotels, Hustles, and So-Called Hospitality, di Jacob Tomsky, resoconto delle esperienze lavorative dell’autore nella “giungla” del settore alberghiero, mi aveva colpito la recensione entusiasta di una utente, di cui cito l’accattivante esordio: “something unprecedented has happened in the publishing industry: they published a book by (wait for it!) a good writer. >>gasp<< I know. I’m as shocked as you are, really”.

Devo confessare che un po’ mi aspettavo una sequela di aneddoti divertenti stile “mi ricordo quella volta che in hotel è venuto Mr ***, ah ah ah”, oppure “mi ricordo quella volta che quel cliente mi fece quella richiesta assurda, ah ah ah”. Invece il libro non è uno “Stupidario dei clienti d’albergo”, e il suo intento principale non è far ridere e basta.

Heads in Beds si apre a New Orleans, verso la fine degli anni novanta, allorquando “Thomas Jacobs” (alter ego di Jacob Tomsky: l’autore ha modificato tutti i nomi di luoghi e persone presenti nel libro) esce dal college col suo bel degree in Filosofia, e ben presto si accorge che non gli servirà assolutamente a nulla. Il suo ingresso nel business alberghiero avviene quindi dal gradino più basso della piramide, il valet parking, cioè quel servizio, tipicamente americano, in cui un addetto parcheggia e poi riporta la macchina del cliente, che può quindi comodamente scendere e risalire davanti all’ingresso, per un albergo di lusso appena aperto. Tra lotte spietate fra colleghi per accaparrarsi le mance (che saranno uno dei motivi fondamentali dell’intero libro), acrobazie proibite per riportare l’auto al cliente nel minor tempo possibile e incidenti solo sfiorati… o no, il giovane si fa notare, e viene promosso all’interno della struttura, alla reception. Dovrà imparare allora a trattare coi clienti in prima persona, tra incastri di prenotazioni, check-in e check-out, e sconfortante maleducazione. Poi, altra opportunità di carriera: Tom viene promosso a supervisore del personale addetto alla pulizia delle camere; e qui possiamo leggere aneddoti divertenti o comunque interessanti sulle imbarazzanti scoperte fra la spazzatura dei clienti, sulle tecniche adoperate per mettere a posto le stanze nel miglior tempo possibile, in generale su un lavoro ingrato e spesso sottovalutato.

L’autore però non si limita a raccontarci storielle: in alcuni punti il libro è un mix fra autobiografia e manuale, perché, sulla base della sua esperienza, Tomsky dà anche alcuni consigli a noi, clienti degli alberghi, consigli utili ma sempre sul tono ironico del resto del libro, per ottenere la migliore esperienza possibile. Come fare per assicurarsi che la nostra auto non sia maltrattata da un valletto? Come riuscire a farsi dare una buona stanza (come ci insegna Tomsky, una delle bugie più clamorose che possiamo sentirci dire alla reception di un albergo è: “Tutte le camere sono uguali, signore”) o a svuotare il minibar senza pagare? Nella maggior parte dei casi, non sono cose complicatissime da memorizzare, e in pratica possiamo ridurre il tutto a due regole d’oro. La prima è comportarsi civilmente e trattare il personale dell’albergo dove staremo come esseri umani: potrebbe sembrare piuttosto ovvio, ma, a giudicare dagli aneddoti riferiti da Tomsky, pare che valga la pena ripeterlo. La seconda regola è… mance. Mance mance mance: è l’ingrediente in più in grado di smuovere mari e monti. Ma mance alle persone giuste. Non era poi così impossibile da indovinare, eppure la brillantezza dell’autore rende la lettuta non scontata e divertente.

Torniamo alla folgorante carriera di Thomas: lo avevamo lasciato letteralmente sommerso dalle lenzuola sporche dei clienti dell’albergo. È il momento in cui gli giunge una dolorosa illuminazione e in cui capiamo che quello che stiamo leggendo non è, come dicevo, semplicemente uno “stupidario delle cose strane o buffe che succedono negli alberghi”. Tom realizza una cosa: che quel lavoro non gli piace, eppure lo assorbe totalmente al punto che non ha più tempo libero: il suo conto in banca non è mai stato così in saluto, perché l’assurdo è che non ha la possibilità di spendere i soldi che guadagna: durante il suo giorno libero, esausto, passa le ore a casa, a dormire e ciondolare in stato catatonico.
Si dimette, parte: passa alcuni mesi a Parigi, non gradendo particolarmente la “simpatia” dei francesi (sono i mesi dell’attacco USA all’Iraq), alcuni altri, molto più ricchi di contatti e amicizia, in Norvegia. L’anno sabbatico però non può durare per sempre: Tom torna in USA, ma non più a New Orleans, bensì a New York. Una città che rischierà di stritolarlo, che, per quanto non amata, gli sarà impossibile abbandonare a causa della sua “forza di gravità” da vero e proprio “centro del mondo”, e che finirà per trasformarlo, renderlo più stressato, forse più adulto.

L’ultima cosa che Tom vuol fare è tornare a lavorare in un albergo; gli piacerebbe scrivere, trovare un lavoro nel mondo dell’editoria, New York è la Mecca dell’editoria, no? Ce la può fare. Manda curriculum. Risultato? Zero totale. E così, dopo aver lottato invano contro la sua “vocazione”, pressato dalle bollette, cede e invia i fax “fatali” a due alberghi che cercano un addetto al front-desk. Risultato? Grazie alla sua esperienza, subito due colloqui.
Abbracciato così il suo “destino”, Tom viene assunto in un albergo di Manhattan, il “Bellevue” (non esiste, non cercatelo: il nome vero è stato modificato, come dicevo), ben lontano dagli antichi fasti dell’hotel lussuoso e appena inaugurato di New Orleans. La struttura è vecchiotta e il personale un po’ sui generis, ma in compenso New York offre allo spirito di osservazione del protagonista una clientela molto più internazionale e gustosi studi “antropologici” sui suoi colleghi: memorabile la figura del bellman newyorchese, vero e proprio “animale da preda” a caccia di mance (la sua principale fonte di guadagno): Tom ci insegna come trattarli, gli errori da non fare se proprio non intendiamoci servirci di loro (ad es. vietato dire “non voglio disturbarlo”: “Don’t want to bother him? The man has a family. No one is getting bothered here”), come rifiutarne l’aiuto con grazia e in modo da non scontentare nessuno. A New York scopre anche le gioie (e i dolori) dell’essere inquadrato in un’organizzazione sindacale, alla quale dedica righe come al solito brillanti, ma anche informative, non risparmiando critiche e stoccate, ma valorizzando ciò che di prezioso far parte della Union gli ha recato, e l’aiuto ricevuto.

Succede insomma quel che Tom non avrebbe mai pensato: il “Bellevue” e i suoi abitanti diventano la sua casa e la sua famiglia, comincia ad amarli, con tutti i loro difetti. Caspita, comincia ad amare persino il suo lavoro, è orgoglioso dell’impegno profuso per offrire sempre un ottimo livello di servizio, per quanto possibile. È proprio in quel momento che cambia tutto.

L’albergo passa sotto il controllo di una private equity firm; tutta la struttura viene rimodernata e resa “fighetta”. La dirigenza è sostituita con manager d’assalto la cui unica preoccupazione sembra essere risparmiare e spremere qualsiasi dollaro, nonché, ultimamente, cacciare a pedate gran parte del vecchio personale e portare chi rimane (che fa parte della Union e perciò non è così facile da licenziare) all’esasperazione con un mobbing continuo, provvedimenti disciplinari ingiustificati e vessazioni varie, per potersene liberare e sostituirlo con altri pagati meno. La clientela affezionata viene brutalmente “scaricata”, il target ora è un altro: cominciano ad arrivare i primi VIP.
Tom comincia a sentirsi di nuovo in trappola, a fantasticare di ripartire di nuovo da zero in Sudafrica, e a non mettere più alcun “amore” nel suo lavoro, la corda si tende sempre di più fino ad arrivare pericolosamente vicini al licenziamento…

E poi? Ce l’ha fatta Tom a liberarsi o, per citare le sue parole, “Did I make it out? Am I writing this on a mosquito-netted porch while a thick red sun sets over Africa, a book on the table next to me, its pages shifting gently in the warm, fragrant jungle breeze?”.

Questo non ve lo dirò, ma concludo dicendo che, appunto, come assicurava l’utente che mi ha fatto conoscere questo libro, la lettura di Heads in Beds si rivela varia, a sorpresa appassionante, divertente, anche toccante in alcuni punti (il ritorno nell’amata New Orleans post uragano Katrina, ad esempio), insomma decisamente piacevole.

Jacob Tomsky, Heads in Beds, voto = 3,5/5

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Rosemary’s Baby

Che allegria: dopo la straziante vicenda di Pierre Rivière, il celebre horror di Ira Levin. Ma il prossimo post sarà più divertente, prometto.

Avviso: la storia di questo libro è talmente nota, soprattutto grazie al film, che mi è sembrata superflua la cautela abituale sugli spoiler. Perciò, se vi fosse qualcuno che ancora non conosce per nulla la trama, è meglio che smetta di leggere se non vuole rovinarsi la sorpresa (e che sorpresa!). In ogni caso, mi è uscita una recensione piuttosto raffazzonata (ho lasciato passare troppi giorni dalla fine della lettura), per cui non è che ci siano molti dettagli.

Visto prima il film? Sì. Guy, un attore teatrale la cui carriera stenta a decollare, e Rosemary Woodhouse sono due giovani sposini, che riescono ad accaparrarsi uno splendido appartamento in un lussuoso condominio di Manhattan, appartenuto a una vecchia signora da poco deceduta. Di lì a poco i due fanno conoscenza con i vicini di pianerottolo, i coniugi Roman e Minnie Castevet, anziani signori gentili, forse un po’ invadenti ma tutto sommato gradevoli. La gentilezza dei Castevet aumenta quando Rosemary rimane incinta: allora tutta la banda di vecchietti del Bramford Building si prodiga in premure, fino a “soffocare” la povera ragazza, che inizia a sentirsi sempre più sola (Guy improvvisamente è riuscito ad ottenere una parte importante, ed è sempre più distante dalla moglie e intimo coi Castevet) e inquieta. La gravidanza procede tra qualche complicanza, e comincia a farsi strada, nella mente di Rosemary, il dubbio che i suoi vicini la osservino, e che vogliano fare del male al nascituro… In realtà, è vero proprio il contrario!

Chiaramente, se non sapessimo nulla, uno dei grandi punti di forza del romanzo sarebbe la costante incertezza in cui, fino all’ultimo, è tenuto il lettore: ma i dubbi e le inquietudini di Rosemary sono giustificati, o si sta immaginando tutto? Infatti, per tutto c’è una spiegazione “razionale”, in genere fornita dal marito Guy. Forse il libro riesce meglio del film a perpetuare questa atmosfera in cui tutto è ancora possibile (nel film, l’uso delle immagini, che sembrano più “vere”, soprattutto la sequenza del “sogno” e del concepimento del bambino, ci mettono subito all’erta sul fatto che ci sia effettivamente qualcosa che non va).
Visto però che, ormai, il 99% dei lettori già sa tutto, allora la lettura del romanzo è inquietante e intrigante per un altro motivo: soffriamo per la povera Rosemary, che, ignara, viene ingannata, manipolata, osservata, letteralmente venduta dall’orribile, orribile marito.

Comunque, sia che il film l’abbiate visto oppure no, questo libro, una volta iniziato, è difficile da mettere via: naturalmente, finita la lettura, sono andata subito a rivedere Rosemary’s Baby di Polanski, che è una trasposizione davvero molto fedele del romanzo (sono alcuni episodi minori sono tagliati o condensati), fino allo sconcertante finale. Perciò penso che questo sia uno dei rari casi in cui la “sfida” fra libro e film non abbia un vero vincitore e possa fare contenti tutti: chi ha visto prima il film, come me, avrà piacere leggendo nel rievocare alla mente le immagini, chi ha letto prima il libro troverà riprodotto fedelmente, fin nei dialoghi, il testo.

Ho appreso su Goodreads che esiste un seguito di Rosemary’s Baby, scritto da Levin a trent’anni di distanza: Son of Rosemary. L’opinione prevalente è che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere: il finale soprattutto ha fatto infuriare parecchi lettori. Se siete curiosi, ci sono varie recensioni su Goodreads che ne parlano. A parte questo, comunque, tutti i suoi romanzi sono classici (The Boys from Brazil, The Stepford Wives…) e sembrano interessanti.

Ira Levin, Rosemary’s Baby, voto = 4/5

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