L’officina della guerra

Progetto prima guerra mondiale: parte 4
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù, La paura, Compagnia K

Purtroppo, per svariati motivi, diverso tempo è passato dalla fine della lettura alla stesura di questo post, pertanto quel che sarò in grado di fare sarà, più che una vera e propria “recensione”, una specie di sintesi stringatissima dei temi trattati in questo saggio. Servirà alla mia memoria e spero comunque che, magari, invogli qualcuno a prenderlo in mano.

Partito da uno spunto “casuale” (l’essersi imbattuto, nel corso di ricerche presso l’Archivio storico della Provincia di Genova, in un fascicolo dal curioso titolo “Maniaci militari”), l’autore ha deciso di affrontare, in questo saggio uscito in prima edizione nel 1991 (un periodo in cui ancora, a suo dire, l’uso delle fonti “popolari” per lo studio della Grande Guerra era a uno stadio quasi pionieristico), il problema di perché, in quanti e quali sensi la prima guerra mondiale viene generalmente, e secondo lui correttamente, vista come una frattura che introduce l’umanità nel mondo “moderno”. Solo per le sue dimensioni planetarie, o anche perché determinò precise trasformazioni nel “mondo mentale”?

Alcuni “sintomi” e anticipazioni di quel che era di là da venire si ebbero, su scala minore, nel corso della guerra russo-giapponese del 1904-1905: che le guerre fossero sempre state cruente e distruttive, dei corpi dei combattenti e dell’ambiente naturale, è certo, ma per la prima volta davanti agli occhi di chi la visse e la raccontò (ad es. il celebre giornalista italiano Luigi Barzini) si scatenò la violenza di tecnologie capaci di avvicinarsi, e talvolta addirittura di sostituirsi agli sconvolgimenti di origine naturale quali terremoti e inondazioni. Ancora di più questo doveva avvenire nella guerra del 1914-18, i cui fronti, per i soldati assolutamente impreparati a quello spettacolo, furono incredibili e assordanti scenari dove il rumore del cannone era una presenza costante e i bagliori e gli scoppi interrompevano la naturale successione del giorno e della notte.

Guerra “moderna” e “nuova” anche per l’inusitata capacità di “invasività” nella vita del singolo: sebbene già fin dall’epoca delle guerre napoleoniche il potere coercitivo dello Stato si fosse fatto sempre più stringente, mai come ora le tradizionali forme di fuga e imboscamento, di renitenza alla leva, si dimostrarono estremamente difficili se non impossibili. Gibelli intende tuttavia il potere di “mobilitazione” dello Stato anche in senso “positivo”, e cioè con uno sforzo senza precedenti sulla propaganda.

Ma, soprattutto, l’autore sottolinea il carattere “moderno” del modello di soldato cercato e plasmato dalla guerra: una massa di combattenti “anonima”, forza bruta, non specializzata, adatta a compiti ripetitivi e i cui scopi ultimi, per i più, dovevano risultare poco comprensibili, in una parola quasi “bestiale”, in parallelo con il contemporaneo sorgere dei modelli di produzione del taylorismo e del fordismo, specialmente in USA.

Di fronte a una tale macchina, l’unica via di “fuga” per il singolo (e qui si ritorna al nucleo originario della ricerca) diventa “immaginaria”, più che reale: la follia, vera o simulata, del soldato, analizzata principalmente attraverso le testimonianze dei medici militari, i quali per altro sono più agenti del potere che terapeuti, visto che la loro preoccupazione principale è cogliere gli “indizi” della simulazione, che per noi, abituati a cercare un rapporto di collaborazione fra medico e paziente, suona paradossale (qui si può parlare piuttosto quasi di una “sfida” tra medico e paziente!).

In ultimo, guerra “moderna” anche per i mezzi usati per la prima volta per raccontarla: cinema e fotografia.

Antonio Gibelli, L’officina della guerra, voto = 3,5/5

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Heads in Beds

Come accade sempre più spesso, è dai miei fidati contatti su Goodreads che scopro nuovi libri. Per il memoriale Heads in Beds: A Reckless Memoir of Hotels, Hustles, and So-Called Hospitality, di Jacob Tomsky, resoconto delle esperienze lavorative dell’autore nella “giungla” del settore alberghiero, mi aveva colpito la recensione entusiasta di una utente, di cui cito l’accattivante esordio: “something unprecedented has happened in the publishing industry: they published a book by (wait for it!) a good writer. >>gasp<< I know. I’m as shocked as you are, really”.

Devo confessare che un po’ mi aspettavo una sequela di aneddoti divertenti stile “mi ricordo quella volta che in hotel è venuto Mr ***, ah ah ah”, oppure “mi ricordo quella volta che quel cliente mi fece quella richiesta assurda, ah ah ah”. Invece il libro non è uno “Stupidario dei clienti d’albergo”, e il suo intento principale non è far ridere e basta.

Heads in Beds si apre a New Orleans, verso la fine degli anni novanta, allorquando “Thomas Jacobs” (alter ego di Jacob Tomsky: l’autore ha modificato tutti i nomi di luoghi e persone presenti nel libro) esce dal college col suo bel degree in Filosofia, e ben presto si accorge che non gli servirà assolutamente a nulla. Il suo ingresso nel business alberghiero avviene quindi dal gradino più basso della piramide, il valet parking, cioè quel servizio, tipicamente americano, in cui un addetto parcheggia e poi riporta la macchina del cliente, che può quindi comodamente scendere e risalire davanti all’ingresso, per un albergo di lusso appena aperto. Tra lotte spietate fra colleghi per accaparrarsi le mance (che saranno uno dei motivi fondamentali dell’intero libro), acrobazie proibite per riportare l’auto al cliente nel minor tempo possibile e incidenti solo sfiorati… o no, il giovane si fa notare, e viene promosso all’interno della struttura, alla reception. Dovrà imparare allora a trattare coi clienti in prima persona, tra incastri di prenotazioni, check-in e check-out, e sconfortante maleducazione. Poi, altra opportunità di carriera: Tom viene promosso a supervisore del personale addetto alla pulizia delle camere; e qui possiamo leggere aneddoti divertenti o comunque interessanti sulle imbarazzanti scoperte fra la spazzatura dei clienti, sulle tecniche adoperate per mettere a posto le stanze nel miglior tempo possibile, in generale su un lavoro ingrato e spesso sottovalutato.

L’autore però non si limita a raccontarci storielle: in alcuni punti il libro è un mix fra autobiografia e manuale, perché, sulla base della sua esperienza, Tomsky dà anche alcuni consigli a noi, clienti degli alberghi, consigli utili ma sempre sul tono ironico del resto del libro, per ottenere la migliore esperienza possibile. Come fare per assicurarsi che la nostra auto non sia maltrattata da un valletto? Come riuscire a farsi dare una buona stanza (come ci insegna Tomsky, una delle bugie più clamorose che possiamo sentirci dire alla reception di un albergo è: “Tutte le camere sono uguali, signore”) o a svuotare il minibar senza pagare? Nella maggior parte dei casi, non sono cose complicatissime da memorizzare, e in pratica possiamo ridurre il tutto a due regole d’oro. La prima è comportarsi civilmente e trattare il personale dell’albergo dove staremo come esseri umani: potrebbe sembrare piuttosto ovvio, ma, a giudicare dagli aneddoti riferiti da Tomsky, pare che valga la pena ripeterlo. La seconda regola è… mance. Mance mance mance: è l’ingrediente in più in grado di smuovere mari e monti. Ma mance alle persone giuste. Non era poi così impossibile da indovinare, eppure la brillantezza dell’autore rende la lettuta non scontata e divertente.

Torniamo alla folgorante carriera di Thomas: lo avevamo lasciato letteralmente sommerso dalle lenzuola sporche dei clienti dell’albergo. È il momento in cui gli giunge una dolorosa illuminazione e in cui capiamo che quello che stiamo leggendo non è, come dicevo, semplicemente uno “stupidario delle cose strane o buffe che succedono negli alberghi”. Tom realizza una cosa: che quel lavoro non gli piace, eppure lo assorbe totalmente al punto che non ha più tempo libero: il suo conto in banca non è mai stato così in saluto, perché l’assurdo è che non ha la possibilità di spendere i soldi che guadagna: durante il suo giorno libero, esausto, passa le ore a casa, a dormire e ciondolare in stato catatonico.
Si dimette, parte: passa alcuni mesi a Parigi, non gradendo particolarmente la “simpatia” dei francesi (sono i mesi dell’attacco USA all’Iraq), alcuni altri, molto più ricchi di contatti e amicizia, in Norvegia. L’anno sabbatico però non può durare per sempre: Tom torna in USA, ma non più a New Orleans, bensì a New York. Una città che rischierà di stritolarlo, che, per quanto non amata, gli sarà impossibile abbandonare a causa della sua “forza di gravità” da vero e proprio “centro del mondo”, e che finirà per trasformarlo, renderlo più stressato, forse più adulto.

L’ultima cosa che Tom vuol fare è tornare a lavorare in un albergo; gli piacerebbe scrivere, trovare un lavoro nel mondo dell’editoria, New York è la Mecca dell’editoria, no? Ce la può fare. Manda curriculum. Risultato? Zero totale. E così, dopo aver lottato invano contro la sua “vocazione”, pressato dalle bollette, cede e invia i fax “fatali” a due alberghi che cercano un addetto al front-desk. Risultato? Grazie alla sua esperienza, subito due colloqui.
Abbracciato così il suo “destino”, Tom viene assunto in un albergo di Manhattan, il “Bellevue” (non esiste, non cercatelo: il nome vero è stato modificato, come dicevo), ben lontano dagli antichi fasti dell’hotel lussuoso e appena inaugurato di New Orleans. La struttura è vecchiotta e il personale un po’ sui generis, ma in compenso New York offre allo spirito di osservazione del protagonista una clientela molto più internazionale e gustosi studi “antropologici” sui suoi colleghi: memorabile la figura del bellman newyorchese, vero e proprio “animale da preda” a caccia di mance (la sua principale fonte di guadagno): Tom ci insegna come trattarli, gli errori da non fare se proprio non intendiamoci servirci di loro (ad es. vietato dire “non voglio disturbarlo”: “Don’t want to bother him? The man has a family. No one is getting bothered here”), come rifiutarne l’aiuto con grazia e in modo da non scontentare nessuno. A New York scopre anche le gioie (e i dolori) dell’essere inquadrato in un’organizzazione sindacale, alla quale dedica righe come al solito brillanti, ma anche informative, non risparmiando critiche e stoccate, ma valorizzando ciò che di prezioso far parte della Union gli ha recato, e l’aiuto ricevuto.

Succede insomma quel che Tom non avrebbe mai pensato: il “Bellevue” e i suoi abitanti diventano la sua casa e la sua famiglia, comincia ad amarli, con tutti i loro difetti. Caspita, comincia ad amare persino il suo lavoro, è orgoglioso dell’impegno profuso per offrire sempre un ottimo livello di servizio, per quanto possibile. È proprio in quel momento che cambia tutto.

L’albergo passa sotto il controllo di una private equity firm; tutta la struttura viene rimodernata e resa “fighetta”. La dirigenza è sostituita con manager d’assalto la cui unica preoccupazione sembra essere risparmiare e spremere qualsiasi dollaro, nonché, ultimamente, cacciare a pedate gran parte del vecchio personale e portare chi rimane (che fa parte della Union e perciò non è così facile da licenziare) all’esasperazione con un mobbing continuo, provvedimenti disciplinari ingiustificati e vessazioni varie, per potersene liberare e sostituirlo con altri pagati meno. La clientela affezionata viene brutalmente “scaricata”, il target ora è un altro: cominciano ad arrivare i primi VIP.
Tom comincia a sentirsi di nuovo in trappola, a fantasticare di ripartire di nuovo da zero in Sudafrica, e a non mettere più alcun “amore” nel suo lavoro, la corda si tende sempre di più fino ad arrivare pericolosamente vicini al licenziamento…

E poi? Ce l’ha fatta Tom a liberarsi o, per citare le sue parole, “Did I make it out? Am I writing this on a mosquito-netted porch while a thick red sun sets over Africa, a book on the table next to me, its pages shifting gently in the warm, fragrant jungle breeze?”.

Questo non ve lo dirò, ma concludo dicendo che, appunto, come assicurava l’utente che mi ha fatto conoscere questo libro, la lettura di Heads in Beds si rivela varia, a sorpresa appassionante, divertente, anche toccante in alcuni punti (il ritorno nell’amata New Orleans post uragano Katrina, ad esempio), insomma decisamente piacevole.

Jacob Tomsky, Heads in Beds, voto = 3,5/5

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Rosemary’s Baby

Che allegria: dopo la straziante vicenda di Pierre Rivière, il celebre horror di Ira Levin. Ma il prossimo post sarà più divertente, prometto.

Avviso: la storia di questo libro è talmente nota, soprattutto grazie al film, che mi è sembrata superflua la cautela abituale sugli spoiler. Perciò, se vi fosse qualcuno che ancora non conosce per nulla la trama, è meglio che smetta di leggere se non vuole rovinarsi la sorpresa (e che sorpresa!). In ogni caso, mi è uscita una recensione piuttosto raffazzonata (ho lasciato passare troppi giorni dalla fine della lettura), per cui non è che ci siano molti dettagli.

Visto prima il film? Sì. Guy, un attore teatrale la cui carriera stenta a decollare, e Rosemary Woodhouse sono due giovani sposini, che riescono ad accaparrarsi uno splendido appartamento in un lussuoso condominio di Manhattan, appartenuto a una vecchia signora da poco deceduta. Di lì a poco i due fanno conoscenza con i vicini di pianerottolo, i coniugi Roman e Minnie Castevet, anziani signori gentili, forse un po’ invadenti ma tutto sommato gradevoli. La gentilezza dei Castevet aumenta quando Rosemary rimane incinta: allora tutta la banda di vecchietti del Bramford Building si prodiga in premure, fino a “soffocare” la povera ragazza, che inizia a sentirsi sempre più sola (Guy improvvisamente è riuscito ad ottenere una parte importante, ed è sempre più distante dalla moglie e intimo coi Castevet) e inquieta. La gravidanza procede tra qualche complicanza, e comincia a farsi strada, nella mente di Rosemary, il dubbio che i suoi vicini la osservino, e che vogliano fare del male al nascituro… In realtà, è vero proprio il contrario!

Chiaramente, se non sapessimo nulla, uno dei grandi punti di forza del romanzo sarebbe la costante incertezza in cui, fino all’ultimo, è tenuto il lettore: ma i dubbi e le inquietudini di Rosemary sono giustificati, o si sta immaginando tutto? Infatti, per tutto c’è una spiegazione “razionale”, in genere fornita dal marito Guy. Forse il libro riesce meglio del film a perpetuare questa atmosfera in cui tutto è ancora possibile (nel film, l’uso delle immagini, che sembrano più “vere”, soprattutto la sequenza del “sogno” e del concepimento del bambino, ci mettono subito all’erta sul fatto che ci sia effettivamente qualcosa che non va).
Visto però che, ormai, il 99% dei lettori già sa tutto, allora la lettura del romanzo è inquietante e intrigante per un altro motivo: soffriamo per la povera Rosemary, che, ignara, viene ingannata, manipolata, osservata, letteralmente venduta dall’orribile, orribile marito.

Comunque, sia che il film l’abbiate visto oppure no, questo libro, una volta iniziato, è difficile da mettere via: naturalmente, finita la lettura, sono andata subito a rivedere Rosemary’s Baby di Polanski, che è una trasposizione davvero molto fedele del romanzo (sono alcuni episodi minori sono tagliati o condensati), fino allo sconcertante finale. Perciò penso che questo sia uno dei rari casi in cui la “sfida” fra libro e film non abbia un vero vincitore e possa fare contenti tutti: chi ha visto prima il film, come me, avrà piacere leggendo nel rievocare alla mente le immagini, chi ha letto prima il libro troverà riprodotto fedelmente, fin nei dialoghi, il testo.

Ho appreso su Goodreads che esiste un seguito di Rosemary’s Baby, scritto da Levin a trent’anni di distanza: Son of Rosemary. L’opinione prevalente è che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere: il finale soprattutto ha fatto infuriare parecchi lettori. Se siete curiosi, ci sono varie recensioni su Goodreads che ne parlano. A parte questo, comunque, tutti i suoi romanzi sono classici (The Boys from Brazil, The Stepford Wives…) e sembrano interessanti.

Ira Levin, Rosemary’s Baby, voto = 4/5

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Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…

Preso in biblioteca, dove ero andata per cercare Ossa nel deserto, d’impulso, naturalmente attirata dal titolo choc.
Il saggio ha per oggetto un caso giudiziario ritrovato negli archivi, un caso clamoroso per la ricchezza e la completezza della documentazione ma che, tutto sommato, attirò l’opinione pubblica solo brevemente, e finì dimenticato. Michel Foucault lo usò per un seminario al Collège de France nel 1973, il cui risultato è questo libro, diviso in due parti: la prima è l’edizione di tutti i documenti del processo, la seconda contiene dei brevi saggi di analisi di Foucault e dei suoi allievi.

Siamo nel Calvados, nella Francia del nord, nel giugno 1835: Pierre Rivière, contadino, vent’anni, massacra a coltellate la madre, la sorella diciottenne e il fratello di soli sette anni, affermando di voler “liberare il padre”, e fugge nei boschi. Viene aperta un’inchiesta, vengono ascoltati i primi testimoni, che subito riferiscono del carattere cupo e solitario del giovane, delle sue presunte “stranezze”, della sua generale fama di “idiota”, mentre si cerca in ogni dove il fuggitivo. Circa un mese dopo, Rivière viene identificato e arrestato; in un primo momento, risponde agli interrogatori in modo delirante, affermando di aver ucciso i familiari perché gliel’ha ordinato Dio in una visione. Successivamente, però, prende la penna e realizza una lunghissima, dettagliatissima memoria (le cui primissime righe, “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”, sono proprio il titolo del libro), sorprendente per un contadino che afferma di sapere appena leggere e scrivere e che era da tutti considerato scemo o mezzo matto, in cui racconta nel dettaglio le sue motivazioni. Racconta di una situazione familiare disastrata, del padre che, a suo dire, da anni era ingiustamente vessato e perseguitato dalla moglie, madre di Pierre, donna cattiva, egoista, meschina, avida e prepotente. Un racconto penoso, fra liti per motivi economici, la morte di un altro fratellino, riportato con estrema vivezza (i curatori dell’edizione hanno mantenuto la struttura, l’ortografia e la punteggiatura dell’originale, e allo stesso criterio si sono conformati i traduttori italiani) e stupefacente precisione di dettagli, in cui protagonista, più che Pierre testimone della rovina della sua famiglia, emerge suo padre, una specie di Giobbe ignaro che sta per accadergli ben di peggio. Affezionatissimo al padre, Pierre finisce per convinversi di doverlo liberare della donna che gli sta rovinando la vita, della sorella, sua alleata, e nel suo delirio progetta di uccidere anche il fratellino, perché amava la mamma e perché, poiché il padre lo aveva caro, ucciderlo avrebbe spento qualsiasi residuo di amore che il genitore poteva provare per lui, Pierre, e quindi evitare che soffrisse quando Pierre, votato al martirio per lui, sarebbe stato condannato a morte per il crimine compiuto. Il massacro in sé è trattato da Pierre in poche righe, e segue il racconto del suo peregrinare nei boschi, la realizzazione di quel che ha fatto, la disperazione, i tentativi di suicidio, i propositi di consegnarsi alla giustizia, l’indecisione, i tentativi di farsi passare per pazzo una volta arrestato.
Seguono, nel dossier, gli atti del processo, in cui la questione centrale fu stabilire se Pierre Rivière fosse sano di mente o pazzo, e quindi potesse essere responsabile delle sue azioni o no. Solo da pochi anni, infatti, in Francia erano state introdotte le circostanze attenuanti e la valutazione sullo stato mentale dell’imputato: al caso si interessarono dunque i più eminenti specialisti del tempo di una branca della medicina relativamente nuova, la psichiatria: chiaramente la memoria di Rivière e le testimonianze vennero usate per giungere a interpretazioni diametralmente opposte: i giudici cercarono di trovarvi la prova della sua normalità, i medici della sua follia. Il processo si concluse con una condanna a morte (novembre 1835), anche se nella sentenza la giuria non poté trattenersi dall’esprimere qualche dubbio: decisivo fu l’intervento di un gruppo di eminenti e influenti medici, che portarono alla concessione della grazia e alla commutazione della pena nel carcere a vita. La conclusione di questa cupa vicenda è però altrettanto dolorosa: Pierre Rivière si suicidò nella sua cella nel 1840.

Come “confessano” anche i curatori, gli atti del processo e soprattutto, naturalmente, la Memoria hanno una “bellezza” sinistra talmente potente, un “gusto” narrativo che la lettura scorre rapida, come un romanzo nero che precipita inesorabile nella catastrofe. Come ho già detto, per tutto il tempo nella mia mente non c’era tanto Pierre Rivière, sebbene fin dal titolo (“Io, Pierre Rivière…”) i curatori vogliano metterlo con forza al centro del discorso, quanto suo padre. Ma non è solo la memoria, che pure è il documento più sconvolgente, a stregare il lettore contemporaneo, anche le testimonianze degli abitanti del villaggio, con i loro racconti terrorizzati, malevoli, dubbiosi, sconvolti, i ritagli di stampa, il dossier con le differenti ipotesi sulla follia o sulla lucidità dell’imputato contribuiscono a creare questo “miracolo” archivistico. Proprio una “bella” (bella? Tragica, emozionante, dolorosa, spaventosa) lettura, nella prima parte. E la seconda parte?

La seconda parte, con i saggi di Michel Foucault e dei suoi allievi, è incomprensibile. Forse due contributi si salvano, quello di Blandine Barret-Kriegel sull’accostamento parricidio-regicidio e quello di Robert Castel sulle diverse conclusioni tratte dalla Memoria dai giudici e dai medici. Del resto, non c’ho capito niente. E dire che non vedevo l’ora di leggere la ricchezza delle interpretazioni e delle suggestioni che un documento tanto originale e tanto prezioso poteva donare. Delusione tremenda, tanto più che il documento che precedeva offriva tantissimi spunti all’analisi. Questo mi preoccupa perché avevo intenzione di leggere un altro libro di Foucault, Sorvegliare e punire: se è scritto allo stesso modo, sarà una fatica sprecata.

Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, a cura di Michel Foucault (trad. Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino), voto = 2,5/5

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Anche il Re Sole sorge al mattino

In realtà io volevo comprare La giornata di Luigi XIV, di Béatrix Saule (Sellerio), ma non si trovava. Allora ho preso questo, perché “sarà uguale”, mi sono detta. Beh, non proprio, perché mentre il libro della Saule descrive, momento per momento, una giornata in particolare della vita del sovrano, e precisamente il 16 novembre 1700, qui ci viene presentata la sua “giornata-tipo”, quindi tutte e nessuna.

Fino a qualche tempo, non mancavo mai di visitare, ove ve ne fosse una, le “reggie”: e così ho visto Versailles, Sans-Souci (Potsdam), la Residenz (Monaco), lo Schönbrunn (Vienna), Holyrood (Edimburgo), e forse qualche altro che non ricordo. Tempo fa qualcuno (mia madre? mio fratello?) mi ha fatto notare che alla fine si somigliano tutte. In effetti, non è un’osservazione del tutto sbagliata: molto spesso si finisce per vedere una serie di stanze per lo più semivuote, e non è facile farsi un’idea di come dovevano essere quelle stanze vissute e abitate e animate dalla folla di gente della corte. Naturalmente, si potrebbero fare tanti esempi di opere di finzione ambientate negli ambienti di corte, che riportano dunque quelle stanze “alla vita”: visto l’argomento di questo libro, mi viene in mente quello del film Vatel (2000): lo andai a vedere principalmente per Tim Roth, tutti lo stroncarono e probabilmente a ragione (forse aveva un tono “moralisteggiante” e antistorico), ricordo però che a me piacquero le scene della “vita di corte” (c’era Luigi XIV, ma non era Versailles). Spesso però le ricostruzioni sono belle da vedere ma trascurano, per semplicità ed esigenze di copione, tanti dettagli, non riescono a dare un’idea delle formalità e delle etichette. Questo breve libro, molto gradevole da leggere, ne dà invece un’idea: dalle sette di mattina fino a mezzanotte, assistiamo al lever del Re Sole, scena ormai famosissima, la vestizione, la rasatura e la pettinatura, con la posa dell’inconfondibile parrucca, la Messa quotidiana, il pranzo, la caccia, il ballo o gli altri divertimenti serali, la buonanotte.

Ancora una volta si può constatare quanto il XVIII secolo abbia costituito un punto di cesura e quanto del nostro gusto e dei nostri schemi mentali risalga a quell’epoca. Tante delle cose che il XVII secolo accettava come ovvie, siamo oggi portati a considerarle assurde o quanto meno incomprensibili se applichiamo la nostra scala di valori: l’indeterminatezza del confine tra privato e pubblico, l’affettazione come qualità e non come difetto, la “rappresentazione” di se stessi, il diverso concetto dell’individuo e dell’individualità in una società che invece valorizzava di più l’appartenenza a una categoria, a una discendenza ben definita (l’essere “figlio di”: figlio di re, e “nato per esserlo”, come si autodefinisce lo stesso Luigi XIV nelle sue memorie, ma anche figlio del Primo cameriere e, per certi versi, ugualmente “nato per esserlo”, visto che la mansione spesso veniva tramandata di generazione in generazione). Vengono smontati alcuni luoghi comuni o immagini cristallizzate, come l’associazione “automatica” della figura di Luigi XIV a Versailles: in realtà il re visse stabilmente in quella reggia solo nell’ultimo periodo del suo lungo regno, e a lungo proseguì la secolare tradizione dei sovrani francesi di tenere una corte itinerante e quasi sempre in viaggio. L’autore “tradisce” il suo interesse accademico per il teatro di prosa e il teatro musicale con l’ampio spazio dedicato alla figura di Molière (che fu, oltre che drammaturgo, cameriere-tappezziere del re: cioè rifaceva il letto del re ogni mattina), ai paralleli fra i personaggi e le scene della corte e alcuni passaggi delle sue opere, ai balli di corte e al ruolo che Luigi XIV vi svolgeva. Bella anche la Prefazione di Giuliano Ferrara.

Interessanti i paragoni (già notati all’epoca: anzi, il paragone lo fa proprio Luigi nelle sue memorie) tra due diverse concezioni dell’autorità regia: ad alcuni paesi (sottinteso chiaramente la Spagna) in cui l’autorità del re è tanto più grande e “terribile” quanto meno egli si mostra ai suoi sudditi, si contrappone la Francia, in cui invece il re è accessibile, esposto quotidianamente (e quasi costantemente) allo sguardo dei suoi sudditi, e teoricamente tutti possono avvicinarlo (quando il re rientrava al Louvre dopo aver assistito alla messa nell’adiacente chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois, quello era il momento in cui chiunque poteva fermarlo con richieste, petizioni, ecc.).

Purtroppo verso la fine l’autore si “distrae” e abbandona un po’ la struttura a mo’ di cronaca ora per ora della giornata-tipo del re, per mettersi a parlare (ancora!) della celebre sequenza di amanti reali (La Vallière-Montespan-Maintenon) che è già vista e rivista. Di conseguenza le ore serali sono trattate in modo un po’ affrettato (ma d’altra parte sono anche quelle più libere e meno regolamentate). Meno dettagliate anche le ore della mattina dedicate alle riunioni del re con i ministri: facile capire perché, avvenivano a porte chiuse e quindi non sono molti i resoconti, peccato, potevano essere utili a correggere un’immagine un po’ “frivola” che potremmo essere tentati di associare a Luigi XIV.

Philippe Beaussant, Anche il Re Sole sorge al mattino (trad. Laura Pugno), voto = 3,5/5

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Ossa nel deserto

Inizio con una nota che può sembrare frivola e quindi non molto appropriata, ma serve principalmente a me (mi piace ricordare come sono giunta a scoprire un certo libro), per cui questo primo paragrafo si può tranquillamente saltare: nel gioco “La parola del mese”, per agosto era stata scelta la parola deserto e, nel cercare qualche esempio, mi sono imbattuta in questo saggio, che mi ha subito attirato. Uno degli scopi del gioco è proprio scoprire, grazie alla presenza di una certa parola nel titolo, libri nuovi, per cui con me stavolta ha “funzionato”.

L’emergenza del “femminicidio” in atto da anni, almeno dall’inizio degli anni novanta, nella città messicana di Ciudad Juárez (stato di Chihuahua, proprio sul confine con gli Stati Uniti), dove centinaia di donne e ragazze vengono rapite per essere poi spesso ritrovate cadavere, vittime di violenze, o scomparire nel nulla, non è più una novità: io ricordo di averne sentito parlare per la prima volta in un articolo letto anni e anni fa sul Corriere della Sera, forse questo. Ne avevo però una conoscenza mediata dalla prospettiva di Hollywood: so che sull’argomento è stato girato un film e, più recentemente, mi è tornato in mente guardando alcune puntate della serie TV The Bridge (la versione americana: il titolo viene proprio dal ponte che collega El Paso, in Texas, con Ciudad Juárez attraverso il Rio Bravo). Tutti approcci che, probabilmente, semplificano e magari “addolciscono” la realtà, per cui questo saggio è il primo contributo “serio” che leggo su questa tragedia.

Il giornalista Sergio González Rodríguez fa qui non tanto una cronologia degli eventi (anzi, purtroppo questa è spesso ingarbugliata: vedi più avanti), bensì denuncia, con nomi e cognomi (i suoi articoli hanno procurato all’autore più di una minaccia), la catena di errori, omissioni forse non casuali, inefficenze, deliberati depistaggi, indifferenza, pressapochismo, di cui sono responsabili le forze di polizia e le autorità giudiziarie e politiche, statali in primo luogo ma talvolta anche a livello federale, che ha permesso, probabilmente persino coperto, questo olocausto (impressionante l’interminabile lista di nomi delle vittime dell’ultimo capitolo). Sembra che il Messico degli anni novanta (di oggi?), o per lo meno lo stato di Chihuahua, fosse soffocato da una rete quasi inestricabile fra politici, poliziotti, grandi affaristi, narcotrafficanti: ha poco senso, dice l’autore, parlare di “legalità” e “illegalità”, ormai siamo alla “paralegalità”: le attività illecite si svolgono quasi alla luce del sole, con una sicurezza e un senso di impunità assoluti. Per fortuna, nel corso della sua inchiesta, Sergio González Rodríguez incontra vari esponenti, soprattutto della società civile, del mondo delle associazioni, di altra pasta: si spera che negli anni le cose abbiano continuato a cambiare. A leggere le statistiche della pagina di Wikipedia, però, queste morti non sembrano diminuire. Personalmente, mi ha colpito il fatto che l’autore citi, tra i sistemi usati dalle autorità per gettare fumo negli occhi del pubblico e coprire le proprie manchevolezze o la propria complicità, oltre all’individuazione di capri espiatori di comodo, la tattica della colpevolizzazione delle vittime: le ragazze vittime degli ignoti stupratori e assassini erano giovani, spesso di basso ceto sociale, spesso frequentavano locali da ballo, amavano divertirsi, magari conducevano “una doppia vita”, e forse forse, in fondo in fondo, un po’ se la sono cercata, non sono state abbastanza prudenti… Sergio González Rodríguez (e con lui le associazioni femministe e di parenti delle vittime che ha incontrato e che ricorda) fa benissimo a stigmatizzare questa tendenza. Purtroppo, è talmente radicato, in primis in noi donne, l’imperativo della paura, dello “stai attenta!”, che anche io, talvolta, scopro con rammarico, con dispiacere, con disgusto, di non esserne immune.

Un libro forte e il cui valore è stato universalmente riconosciuto quando uscì (la prima edizione è del 2002). Eppure non nascondo di essere rimasta un po’ perplessa a fine lettura: forse occorrevano conoscenze di base che io non possiedo (un minimo di geografia e storia messicane), forse la moltitudine di nomi e di sigle e di uffici mi ha un po’ confuso o forse il fatto che il libro sia stato composto assemblando articoli usciti a più riprese su vari numeri della rivista “Reforma” ha fatto sì che fosse un po’ sconnesso in alcuni punti e con qualche ripetizione in altri, ma insomma non ho compreso appieno lo stato delle cose, l’opinione dell’autore. Sicuramente colpa mia. Sono riuscita a seguirlo meglio, piuttosto che nella sua denuncia dell’incompetenza o, peggio, della connivenza delle autorità di polizia e politiche (che pure, ripeto, è una parte essenziale del libro, sia detto a scanso di equivoci), quando traccia un rapido ritratto del contesto socio-economico della città, del ruolo delle maquiladoras come “motore” economico della zona, unico orizzonte lavorativo per la quasi totalità delle giovani, della vita notturna del luogo, di una cultura tradizionalmente maschilista e misogina, che si fa via via più aggressiva proprio perché inizia a sentirsi “minacciata” da queste giovani lavoratrici e sempre più indipendenti e che risente molto anche della fascinazione per lo stile di vita opulento e sanguinario dei narcos, propagato anche dalla musica, dall’industria dell’abbigliamento, ecc.

Sergio González Rodríguez era amico dello scrittore Roberto Bolaño, che omaggiò il suo coraggio nel romanzo 2666.

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto (trad. Gina Maneri e Andrea Mazza), voto = 3/5

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If It Ain’t Love

Tamara Allen (pseudonimo) è, o era (vedi più avanti), un’autrice di M/M Romance, con storie ambientate prevalentemente nel passato, un po’ atipica: pochi dettagli espliciti, molta atmosfera (che, in un historical romance, non mi sembra sbagliato). Apparentemente questo stile più delicato e non sensazionalistico non incontrava molto successo commerciale, per cui qualche mese fa annunciò che avrebbe smesso di scrivere (o, almeno, avrebbe abbandonato questo pseudonimo e/o questo genere), e contemporaneamente rese disponibili, per un periodo di tempo limitato, tutti i suoi titoli per il download gratuito. Mi dispiace che sia giunta a considerare questa sua esperienza un mezzo fallimento, anche se l’unico suo libro che avevo letto, The Only Gold, mi aveva soddisfatto solo in parte: prometteva molto bene fino a metà, ma poi era rovinato dal brutto finale troppo action-packed. Della sua produzione quindi mi rimanevano da leggere questo If It Ain’t Love, Whistling in the Dark e Downtime, che invece ha qualche elemento fantasy che, sulla carta, mi convince meno.

In If It Ain’t Love, siamo a New York, negli anni più neri della Grande Depressione. Whit è un bravo giornalista, ma da tempo non azzecca più la storia “giusta”, il direttore del suo giornale non lo paga e la passione per il suo lavoro lo sta abbandonando. Ormai, assieme a tanti altri poveri diavoli disoccupati e in ginocchio per la fame e la mancanza di speranze, è ridotto a dormire in una specie di alberghetto, poco più che un ricovero per senzatetto (il termine inglese è flophouse). Una notte accanto alla sua branda trova un ospite che sembra fuori posto in quel contesto: Peter, un giovane ben vestito, ma non meno disperato e isolato degli altri. Quando viene a sapere che Peter avrebbe in realtà un appartamento in cui però non vuole stare, riesce a convincerlo a farsi portare là per trascorrere la notte insieme: in fondo, pensa, per un letto comodo e un pasto decente può valere la pena ridursi a vendersi a uno sconosciuto. Naturalmente la semplice notte di sesso avrà impreviste conseguenze, visto che si scopre ben presto che Peter è il figlio di un noto affarista, morto suicida a seguito di uno scandalo finanziario, e Whit dovrebbe, se vuol tornare nelle grazie del direttore del giornale, scrivere un pezzo proprio su di lui. Eppure le cose non sono come sembrano, e inaspettatamente i due uomini, che si sono incontrati nel momento in cui entrambi avevano toccato il fondo, troveranno nell’altro un motivo di speranza e di rinascita.

Questo romanzo, o forse è meglio dire racconto, è piuttosto breve e tutto sembra avvenire molto in fretta e senza troppa “suspence”, comunque è una gradevole lettura. Tamara Allen si conferma capace di creare storie delicate, più ancorate alla realtà di molto altro romance in circolazione, romantiche pur senza dare eccessivo peso alle scene erotiche, e di costruire un’ambientazione attenta ai dettagli e alle atmosfere. If It Ain’t Love è scaricabile gratuitamente qui.

Tamara Allen, If It Ain’t Love, voto = 3/5

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La baracca dei tristi piaceri

Ho scoperto Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche ma ormai italiana d’adozione, nel 2001, da una nota sul Corriere della Sera sul suo libro forse più famoso, Lasciami andare, madre (Adelphi). La sua storia personale è tragica: quando Helga e suo fratello erano ancora bambini, nella Germania hitleriana, vennero abbandonati dalla madre, fanatica nazista, che divenne guardiana nel campo di concentramento di Ravensbrück. I due piccoli, affidati a una zia, si trovavano a Berlino negli ultimi tragici giorni della guerra, e furono persino portati nel bunker sotterraneo dove Hitler si era rifugiato. La Schneider rivide la madre solo nel 1998, e quell’incontro è appunto al centro di Lasciami andare, madre: a distanza di cinquant’anni, la figlia ritrova una vecchia che non ha rinnegato nulla della sua antica fede, che ancora è orgogliosadel suo lavoro di aguzzina, ancora sprizza odio e cieca obbedienza da tutti i pori, e che pure, incredibilmente, si ostina a cercare un riavvicinamento con la bambina che ha abbandonato senza rimpianti e che ora la guarda con orrore.

Insomma, la signora Schneider sicuramente la follia nazista la conosce bene, nulla da dire: da un po’ di tempo però ho l’impressione che come scrittrice sia sopravvalutata, che le tematiche che affronta (ovviamente, data la sua biografia, scrive per lo più, anzi quasi esclusivamente, sul nazismo e la guerra, spesso rivolgendosi anche a un pubblico di ragazzi), per quanto sicuramente educative e importanti, non riescano del tutto a mascherare le carenze della scrittura. E infatti questo suo libro, che uscì nel 2009, l’ho preso esclusivamente per l’argomento trattato, ben sapendo che molto probabilmente sarebbe stato quello il suo unico motivo di pregio.

L’esistenza dei bordelli nei campi di concentramento nazisti è stata a lungo un argomento tabù: comprensibilissime la reticenza e la poca disponibilità a parlare delle ex prigioniere costrette a prostituirsi, e altri motivi hanno fatto sì che fosse un tema poco studiato (la Schneider cita anche il timore di dare un assist ai negazionisti, che potrebbero sfruttare la presenza dei bordelli per sostenere che in fondo le condizioni di vita nei lager non erano poi così malvage). Nel 1943 il capo delle SS Himmler ritenne che, poiché i prigionieri costituivano gran parte della forza lavoro del Reich nel bel mezzo dello sforzo bellico, fosse di pubblico interesse assicurarne il “benessere” psico-fisico e una regolare attività sessuale, da cui l’istituzione dei bordelli, nei quali furono chiamate a lavorare, spesso con l’ingannevole miraggio di una più pronta liberazione, le prigioniere del lager femminile di Ravensbrück. La frequentazione dei bordelli era vietata a ebrei, Sinti, Rom e sovietici e, almeno inizialmente, anche alle SS. La baracca dei tristi piaceri segue la testimonianza di un’anziana donna berlinese di nome Herta Kiesel (sicuramente un nome di fantasia), arrestata nel 1943 perché fidanzata con un giovane di origini ebraiche. Rinchiusa nell’inferno di Ravensbrück, quando le viene proposto di lavorare con altre compagne nel bordello di Buchenwald, con la promessa che di lì a sei mesi sarebbe stata liberata (promessa che poi naturalmente si rivelerà del tutto falsa), si aggrappa a quella speranza e accetta senza neanche pensarci. Nel Sonderbau (“edificio speciale”) di Buchenwald trova in effetti migliori condizioni materiali di vita, ma a prezzo di uno sfruttamento e un degradamento ancora più schifoso, a opera prima di tutto delle spregevoli guardiane delle SS, e sfortunatamente anche degli stessi “clienti” prigionieri, poiché in un ambiente simile, purtroppo, neanche fra gli oppressi riesce a nascere un po’ di solidarietà. Herta e le altre prostitute forzate del Sonderbau sarebbero state usate anche per verificare l’efficacia della “cura dell’omosessualità” che uno dei medici nazisti del lager, Carl Vaernet, stava sperimentando sulle sue cavie umane. I traumi e le ferite di quegli anni terribili continueranno anche dopo la liberazione a tormentare Herta, che durante la prigionia è diventata dipendente dall’alcol, che solo con estrema fatica sarebbe ritornata ad avere una normale vita di affetti, senza peraltro avere mai il coraggio di raccontare la sua storia.

Questa, in definitiva, la vicenda che ha fornito alla Schneider l’ispirazione per il suo libro (o le vicende, se sono state messe insieme esperienze di più di una persona per creare una storia “esemplare”): come si vede, un tema di estremo interesse, quasi inedito, doloroso ma da conoscere. Peccato che il risultato non sia all’altezza.

Ci troviamo di fronte a un “romanzo”, e io lo giudico (anche) in base a questo assunto. C’è una cornice un po’ “tirata via”, che non è il massimo dell’originalità e dell’inventiva: a Berlino, una scrittrice incontra un’anziana donna (Herta) che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore del bordello dei lager e che, in un lungo racconto, espone la sua storia. Il nucleo centrale è inframmezzato da lungaggini per lo più inutili (aveva uno scopo la presenza dell’amico della scrittrice, Marco, o era lì solo per metterci – gasp! – una storia d’amore omosessuale?) e appesantito da una marea di dettagli altrettanto superflui (la descrizione dell’appartamento di Frau Kiesel, e che importa sapere che Sveva preferisce lo zucchero e non la panna nel caffè? Certe volte si ha l’impressione, ma non solo in questo libro, che un po’ di righe di testo vengano inserite “per far numero”); lo stile è piattissimo, o peggio fa sfoggio di frasi abusate e retoriche (penso soprattutto alle descrizioni fisiche, con un fiorire di “rughe” sul volto ed espressioni degli occhi che rivelerebbero al primo colpo tutto della personalità di un individuo), e i “personaggi” sono poco più che dispensatori o ricevitori di infodump; qua e là, per fornire un po’ d’ambientazione, è inserito qualche brano che sembra tratto da una guida di Berlino, e in aggiunta ci sono incastrate altri episodi minori, che forse l’autrice ha raccolto in interviste, che però si armonizzano male col resto, come se si fosse voluto metterli a forza per utilizzarli in qualche modo (ad es. il siparietto, inutile anche questo, dell’anziana coppia tornata a Berlino dopo aver vissuto per decenni in America).

Quando il libro, consciamente o meno, “rinuncia” alla pretesa di essere un romanzo, allora diventa più scorrevole, più riuscito: parlo dei brani messi in bocca al personaggio di Frau Kiesel che probabilmente sono trascrizioni fedeli di interviste fatte dalla Schneider, o di pezzi dal carattere apertamente saggistico. Senza più inutili (e malriusciti) distrazioni o orpelli, la semplice forza della tematica e delle testimonianze si impone.

Mi domando perché debba essere sembrato così inconcepibile all’autrice scrivere un bel saggio sull’argomento, documentato e appassionato, o un libro-intervista, invece che tentare di “costruirci su” un romanzo. La piattezza dell’insieme rischia persino (e mi vergogno a dire una cosa simile, vista la tragicità dell’argomento, ma è questo l’effetto che la lettura mi ha provocato) di “banalizzare” le vicende narrate, che risultano annacquate, quasi costruite (e, ripeto, quasi sicuramente non è affatto questo il caso). Paradossalmente, l’espediente di trattare l’argomento in forma narrativa avrebbe dovuto renderlo più coinvolgente ed emozionante, e invece, poiché è realizzato in modo non soddisfacente, risulta persino controproducente.

Helga Schneider, La baracca dei tristi piaceri, voto = 2,5/5

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Del furore d’aver libri

Il titolo forse è un po’ ingannevole: non ci si troveranno le peripezie del libraio ed editore settecentesco Volpi a caccia di titoli rarissimi, o la sua esposizione semiseria di “sintomi” di questa “malattia incurabile” in cui potremo riconoscerci. Più utile il sottotitolo per capire meglio di cosa si tratta: Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto. Si tratta di una serie di consigli, di natura pratica, per avere cura di una collezione di libri, si intende di un certo pregio, ad esempio come vanno spolverati o lavati, come andrebbero disposti negli scaffali, i materiali migliori per rilegarli, nonché di un glossario dei termini del mestiere.

Questo breve opuscolo, scritto nel 1756, è opera di Gaetano Volpi, padovano, uomo di Chiesa ma anche bibliofilo e, assieme al fratello Giovanni Antonio e allo stampatore Giuseppe Comino, libraio ed editore. Pare che la loro bottega fosse particolarmente apprezzata per la correttezza dei testi delle loro edizioni, e nel suo testo Volpi menziona qua e là alcuni testi rari presenti nel loro catalogo, o la bravura e l’affidabilità dei loro collaboratori, come ad es. il legatore Lorenzo “Tedesco” (“TEDESCO, LORENZO. Questi in Padova fu un eccellente legatore d’ogni maniera di Libri, pel corso di molti anni. Gran quantità a noi ne legò, e quasi tutti i Cominiani in Carta Romana, o Turchina, in cuojo, o in purissime pergamene, con carte dorate. Protestava egli più volte d’aver non poco approfittato nel suo mestiere per varie nostre avvertenze”). Insomma, sicuramente se ne intendeva, e decise di mettere la sua esperienza al servizio di altri amanti dei libri.

Forse, come già accennavo nella recensione a Sei biblioteche, sono “prevenuta” in senso favorevole, e con me ogni libro che parla di libri parte già da un voto alto, ma io mi sono divertita, anche se alcune voci di questo prontuario sono più aride o troppo tecniche. E poi l’autore riesce a “vivacizzare” la materia inserendo qua e là esempi e aneddoti, che talvolta lo riguardano anche in prima persona, come il bibliotecario di Firenze che usava inserire le sardelle salate nei libri a mo’ di segnalibro (orrore!), come l’amico che gli racconta disperato che a sua insaputa i suoi bambini hanno staccato tutte le illustrazioni dai suoi preziosi libri per giocarci (e infatti il consiglio di Volpi è: “FANCIULLI. Per questi convien chiuder le Librerie, e nascondere i buoni e scelti Libri“), come il suo racconto indignato di alcuni maleducati membri di che hanno orinato sulle librerie di una sala dove si riuniva la loro Accademia (“ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? E pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores!, cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie“). Io me lo immaginavo Volpi girare a Padova per le biblioteche di amici e conoscenti, o di famiglie insigni e istituti religiosi, o di colleghi librai, e mettersi le mani nei capelli per gli “scempi” veduti, come quando racconta desolato di un gentiluomo che usava la sua biblioteca come granaio:

LIBRERIE. Da alcuni così poco si apprezzano che le hanno come un inutile ingombro delle lor case, o palagi. In certa Città d’Italia da alcuni Signori fu chiesto d’una, occupante un’intera stanza, il meschinissimo prezzo di soli trenta scudi Romani; accordato subito da un avveduto ed erudito Bibliotecario; avendo avuto scrupolo di dettrarne un quattrino, e la stanza, in vece fu subito fornita di sedie e d’altri utensili alla moda. Queste [le librerie] chi tien troppo esposte, e chi troppo chiuse. De’ primi era certo Signore in un luogo d’Italia, che com’io vidi con nausea ed isdegno, facea stendere il grano in mezzo della Libreria lasciatagli da’ suoi antenati; incitamento a’ topi dopo d’aver gustato quel solito lor cibo, di voler assaggiare anche i Libri; i quali erano orribilmente coperti di polvere e di tele di ragni. [...]

Oppure, come si fa a non provare tutta la nostra umana comprensione quando scrive:

SCRIVERE. Vedi FRONTISPICJ. O non si scriva, o si faccia con ogni circospezione, vicino a’ Libri ottimi e aperti, affinché sovr’essi non cada inchiostro: come successe ad un nostro bellissimo Codice del Demetrio Falereo G. e L. comentato da Pier Vettori, sopra il quale certo Letterato che l’ebbe da noi in prestito, versò un calamajo, studiandovi appresso e scrivendovi.

Mi immagino anche la disperazione dell’anonimo letterato, al pensiero di dover affrontare la reazione del “terribile” e scrupolosissimo Volpi per aver rovinato un libro di sua proprietà!
O anche:

SORCI. Vedi GATTI. LIBRERIE. Gran nemici de’ Libri. Temendone il Petrarca, accarezzava la sua famosa, e co’ versi celebrata Gatta, che imbalsamata ancor si vede nella casa da esso abitata in Arquà, villa ne’ colli Euganei. Assai curiosa burla fecero i sorci una notte al nostro Comino. Il giorno innanzi avea egli riposti in iscanzìa di sua bottega tre Corpi dell’Opere di Ovidio divise in tre tometti in 12 della recension Burmanniana, impresse in Ollanda, portatigli dal legatore di fresco ben legati in pergamena. Tutti nove i Volumi furono in una sola notte nelle coperte rovinati da’ topi; avendo voluto far pruova qual d’esse riusciva la più gustosa al palato. Converrà per tanto che i Bibliotecarj si forniscano di quegli antidoti che la natura, e l’arte hanno inventati contra di essi.

In ogni caso l’autore non è un “fanatico”, attento solo alla perfezione esteriore dei volumi, poiché i suoi consigli sono mirati principalmente, e ovviamente, a preservare i testi in essi contenuti, e non è neanche del tutto privo di senso dell’umorismo, come si scopre nel simpatico aneddoto raccontato sotto la voce TITOLI BURLEVOLI:

TITOLI BURLEVOLI. Nella Libreria de’ PP. Cappuccini di Bergamo, [...] in un angolo di essa osservai un Libro iscritto: Libro per i curiosi. Pensando io tra me stesso che Libro questo esser potesse, sapendo esservene di materie assai strane, e bizzarre, lo trassi dal suo ripostiglio, e m’accorsi essere un pezzo di legno formato a somiglianza d’una schiena d’un Libro in foglio, della estensione di cui non era capace quell’angolo. Di ciò s’accorse il P. Bibliotecario, e mostrò dispiacere di tal burla toccata a me; ma io risi, dicendo che ben mi stava, essendo io appunto in tal materia nel numero de’ più curiosi.

Come l’avrebbe presa Gaetano Volpi, grande cultore dell’oggetto libro, a sapere che ho letto la sua opera su un ebook-reader? Questo testo infatti è scaricabile legalmente e gratuitamente in vari formati qui.

Gaetano Volpi, Del furore d’aver libri, voto = 4/5

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Through the Looking-Glass

Vale quel che ho scritto per Alice’s Adventures in Wonderland, di cui questo è il seguito: stavolta la piccola Alice, invece di seguire il Bianconiglio nella sua tana, entra nello specchio e scopre un mondo di creature altrettanto strane e “rovesciate”.

Come immaginavo, troviamo qui gli episodi “mancanti” che ricordavamo dal film: il giardino dei fiori antipatici, Pinco Panco e Panco Pinco (nell’originale Tweedledum e Tweedledee), e… lo sapevate che non è il Cappellaio Matto a parlare ad Alice del non-compleanno, ma Humpty Dumpty? Per me è stato uno shock!

Lewis Carroll, Through the Looking-Glass, voto = 3/5

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