If It Ain’t Love

Tamara Allen (pseudonimo) è, o era (vedi più avanti), un’autrice di M/M Romance, con storie ambientate prevalentemente nel passato, un po’ atipica: pochi dettagli espliciti, molta atmosfera (che, in un historical romance, non mi sembra sbagliato). Apparentemente questo stile più delicato e non sensazionalistico non incontrava molto successo commerciale, per cui qualche mese fa annunciò che avrebbe smesso di scrivere (o, almeno, avrebbe abbandonato questo pseudonimo e/o questo genere), e contemporaneamente rese disponibili, per un periodo di tempo limitato, tutti i suoi titoli per il download gratuito. Mi dispiace che sia giunta a considerare questa sua esperienza un mezzo fallimento, anche se l’unico suo libro che avevo letto, The Only Gold, mi aveva soddisfatto solo in parte: prometteva molto bene fino a metà, ma poi era rovinato dal brutto finale troppo action-packed. Della sua produzione quindi mi rimanevano da leggere questo If It Ain’t Love, Whistling in the Dark e Downtime, che invece ha qualche elemento fantasy che, sulla carta, mi convince meno.

In If It Ain’t Love, siamo a New York, negli anni più neri della Grande Depressione. Whit è un bravo giornalista, ma da tempo non azzecca più la storia “giusta”, il direttore del suo giornale non lo paga e la passione per il suo lavoro lo sta abbandonando. Ormai, assieme a tanti altri poveri diavoli disoccupati e in ginocchio per la fame e la mancanza di speranze, è ridotto a dormire in una specie di alberghetto, poco più che un ricovero per senzatetto (il termine inglese è flophouse). Una notte accanto alla sua branda trova un ospite che sembra fuori posto in quel contesto: Peter, un giovane ben vestito, ma non meno disperato e isolato degli altri. Quando viene a sapere che Peter avrebbe in realtà un appartamento in cui però non vuole stare, riesce a convincerlo a farsi portare là per trascorrere la notte insieme: in fondo, pensa, per un letto comodo e un pasto decente può valere la pena ridursi a vendersi a uno sconosciuto. Naturalmente la semplice notte di sesso avrà impreviste conseguenze, visto che si scopre ben presto che Peter è il figlio di un noto affarista, morto suicida a seguito di uno scandalo finanziario, e Whit dovrebbe, se vuol tornare nelle grazie del direttore del giornale, scrivere un pezzo proprio su di lui. Eppure le cose non sono come sembrano, e inaspettatamente i due uomini, che si sono incontrati nel momento in cui entrambi avevano toccato il fondo, troveranno nell’altro un motivo di speranza e di rinascita.

Questo romanzo, o forse è meglio dire racconto, è piuttosto breve e tutto sembra avvenire molto in fretta e senza troppa “suspence”, comunque è una gradevole lettura. Tamara Allen si conferma capace di creare storie delicate, più ancorate alla realtà di molto altro romance in circolazione, romantiche pur senza dare eccessivo peso alle scene erotiche, e di costruire un’ambientazione attenta ai dettagli e alle atmosfere. If It Ain’t Love è scaricabile gratuitamente qui.

Tamara Allen, If It Ain’t Love, voto = 3/5

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La baracca dei tristi piaceri

Ho scoperto Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche ma ormai italiana d’adozione, nel 2001, da una nota sul Corriere della Sera sul suo libro forse più famoso, Lasciami andare, madre (Adelphi). La sua storia personale è tragica: quando Helga e suo fratello erano ancora bambini, nella Germania hitleriana, vennero abbandonati dalla madre, fanatica nazista, che divenne guardiana nel campo di concentramento di Ravensbrück. I due piccoli, affidati a una zia, si trovavano a Berlino negli ultimi tragici giorni della guerra, e furono persino portati nel bunker sotterraneo dove Hitler si era rifugiato. La Schneider rivide la madre solo nel 1998, e quell’incontro è appunto al centro di Lasciami andare, madre: a distanza di cinquant’anni, la figlia ritrova una vecchia che non ha rinnegato nulla della sua antica fede, che ancora è orgogliosadel suo lavoro di aguzzina, ancora sprizza odio e cieca obbedienza da tutti i pori, e che pure, incredibilmente, si ostina a cercare un riavvicinamento con la bambina che ha abbandonato senza rimpianti e che ora la guarda con orrore.

Insomma, la signora Schneider sicuramente la follia nazista la conosce bene, nulla da dire: da un po’ di tempo però ho l’impressione che come scrittrice sia sopravvalutata, che le tematiche che affronta (ovviamente, data la sua biografia, scrive per lo più, anzi quasi esclusivamente, sul nazismo e la guerra, spesso rivolgendosi anche a un pubblico di ragazzi), per quanto sicuramente educative e importanti, non riescano del tutto a mascherare le carenze della scrittura. E infatti questo suo libro, che uscì nel 2009, l’ho preso esclusivamente per l’argomento trattato, ben sapendo che molto probabilmente sarebbe stato quello il suo unico motivo di pregio.

L’esistenza dei bordelli nei campi di concentramento nazisti è stata a lungo un argomento tabù: comprensibilissime la reticenza e la poca disponibilità a parlare delle ex prigioniere costrette a prostituirsi, e altri motivi hanno fatto sì che fosse un tema poco studiato (la Schneider cita anche il timore di dare un assist ai negazionisti, che potrebbero sfruttare la presenza dei bordelli per sostenere che in fondo le condizioni di vita nei lager non erano poi così malvage). Nel 1943 il capo delle SS Himmler ritenne che, poiché i prigionieri costituivano gran parte della forza lavoro del Reich nel bel mezzo dello sforzo bellico, fosse di pubblico interesse assicurarne il “benessere” psico-fisico e una regolare attività sessuale, da cui l’istituzione dei bordelli, nei quali furono chiamate a lavorare, spesso con l’ingannevole miraggio di una più pronta liberazione, le prigioniere del lager femminile di Ravensbrück. La frequentazione dei bordelli era vietata a ebrei, Sinti, Rom e sovietici e, almeno inizialmente, anche alle SS. La baracca dei tristi piaceri segue la testimonianza di un’anziana donna berlinese di nome Herta Kiesel (sicuramente un nome di fantasia), arrestata nel 1943 perché fidanzata con un giovane di origini ebraiche. Rinchiusa nell’inferno di Ravensbrück, quando le viene proposto di lavorare con altre compagne nel bordello di Buchenwald, con la promessa che di lì a sei mesi sarebbe stata liberata (promessa che poi naturalmente si rivelerà del tutto falsa), si aggrappa a quella speranza e accetta senza neanche pensarci. Nel Sonderbau (“edificio speciale”) di Buchenwald trova in effetti migliori condizioni materiali di vita, ma a prezzo di uno sfruttamento e un degradamento ancora più schifoso, a opera prima di tutto delle spregevoli guardiane delle SS, e sfortunatamente anche degli stessi “clienti” prigionieri, poiché in un ambiente simile, purtroppo, neanche fra gli oppressi riesce a nascere un po’ di solidarietà. Herta e le altre prostitute forzate del Sonderbau sarebbero state usate anche per verificare l’efficacia della “cura dell’omosessualità” che uno dei medici nazisti del lager, Carl Vaernet, stava sperimentando sulle sue cavie umane. I traumi e le ferite di quegli anni terribili continueranno anche dopo la liberazione a tormentare Herta, che durante la prigionia è diventata dipendente dall’alcol, che solo con estrema fatica sarebbe ritornata ad avere una normale vita di affetti, senza peraltro avere mai il coraggio di raccontare la sua storia.

Questa, in definitiva, la vicenda che ha fornito alla Schneider l’ispirazione per il suo libro (o le vicende, se sono state messe insieme esperienze di più di una persona per creare una storia “esemplare”): come si vede, un tema di estremo interesse, quasi inedito, doloroso ma da conoscere. Peccato che il risultato non sia all’altezza.

Ci troviamo di fronte a un “romanzo”, e io lo giudico (anche) in base a questo assunto. C’è una cornice un po’ “tirata via”, che non è il massimo dell’originalità e dell’inventiva: a Berlino, una scrittrice incontra un’anziana donna (Herta) che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore del bordello dei lager e che, in un lungo racconto, espone la sua storia. Il nucleo centrale è inframmezzato da lungaggini per lo più inutili (aveva uno scopo la presenza dell’amico della scrittrice, Marco, o era lì solo per metterci – gasp! – una storia d’amore omosessuale?) e appesantito da una marea di dettagli altrettanto superflui (la descrizione dell’appartamento di Frau Kiesel, e che importa sapere che Sveva preferisce lo zucchero e non la panna nel caffè? Certe volte si ha l’impressione, ma non solo in questo libro, che un po’ di righe di testo vengano inserite “per far numero”); lo stile è piattissimo, o peggio fa sfoggio di frasi abusate e retoriche (penso soprattutto alle descrizioni fisiche, con un fiorire di “rughe” sul volto ed espressioni degli occhi che rivelerebbero al primo colpo tutto della personalità di un individuo), e i “personaggi” sono poco più che dispensatori o ricevitori di infodump; qua e là, per fornire un po’ d’ambientazione, è inserito qualche brano che sembra tratto da una guida di Berlino, e in aggiunta ci sono incastrate altri episodi minori, che forse l’autrice ha raccolto in interviste, che però si armonizzano male col resto, come se si fosse voluto metterli a forza per utilizzarli in qualche modo (ad es. il siparietto, inutile anche questo, dell’anziana coppia tornata a Berlino dopo aver vissuto per decenni in America).

Quando il libro, consciamente o meno, “rinuncia” alla pretesa di essere un romanzo, allora diventa più scorrevole, più riuscito: parlo dei brani messi in bocca al personaggio di Frau Kiesel che probabilmente sono trascrizioni fedeli di interviste fatte dalla Schneider, o di pezzi dal carattere apertamente saggistico. Senza più inutili (e malriusciti) distrazioni o orpelli, la semplice forza della tematica e delle testimonianze si impone.

Mi domando perché debba essere sembrato così inconcepibile all’autrice scrivere un bel saggio sull’argomento, documentato e appassionato, o un libro-intervista, invece che tentare di “costruirci su” un romanzo. La piattezza dell’insieme rischia persino (e mi vergogno a dire una cosa simile, vista la tragicità dell’argomento, ma è questo l’effetto che la lettura mi ha provocato) di “banalizzare” le vicende narrate, che risultano annacquate, quasi costruite (e, ripeto, quasi sicuramente non è affatto questo il caso). Paradossalmente, l’espediente di trattare l’argomento in forma narrativa avrebbe dovuto renderlo più coinvolgente ed emozionante, e invece, poiché è realizzato in modo non soddisfacente, risulta persino controproducente.

Helga Schneider, La baracca dei tristi piaceri, voto = 2,5/5

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Del furore d’aver libri

Il titolo forse è un po’ ingannevole: non ci si troveranno le peripezie del libraio ed editore settecentesco Volpi a caccia di titoli rarissimi, o la sua esposizione semiseria di “sintomi” di questa “malattia incurabile” in cui potremo riconoscerci. Più utile il sottotitolo per capire meglio di cosa si tratta: Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto. Si tratta di una serie di consigli, di natura pratica, per avere cura di una collezione di libri, si intende di un certo pregio, ad esempio come vanno spolverati o lavati, come andrebbero disposti negli scaffali, i materiali migliori per rilegarli, nonché di un glossario dei termini del mestiere.

Questo breve opuscolo, scritto nel 1756, è opera di Gaetano Volpi, padovano, uomo di Chiesa ma anche bibliofilo e, assieme al fratello Giovanni Antonio e allo stampatore Giuseppe Comino, libraio ed editore. Pare che la loro bottega fosse particolarmente apprezzata per la correttezza dei testi delle loro edizioni, e nel suo testo Volpi menziona qua e là alcuni testi rari presenti nel loro catalogo, o la bravura e l’affidabilità dei loro collaboratori, come ad es. il legatore Lorenzo “Tedesco” (“TEDESCO, LORENZO. Questi in Padova fu un eccellente legatore d’ogni maniera di Libri, pel corso di molti anni. Gran quantità a noi ne legò, e quasi tutti i Cominiani in Carta Romana, o Turchina, in cuojo, o in purissime pergamene, con carte dorate. Protestava egli più volte d’aver non poco approfittato nel suo mestiere per varie nostre avvertenze”). Insomma, sicuramente se ne intendeva, e decise di mettere la sua esperienza al servizio di altri amanti dei libri.

Forse, come già accennavo nella recensione a Sei biblioteche, sono “prevenuta” in senso favorevole, e con me ogni libro che parla di libri parte già da un voto alto, ma io mi sono divertita, anche se alcune voci di questo prontuario sono più aride o troppo tecniche. E poi l’autore riesce a “vivacizzare” la materia inserendo qua e là esempi e aneddoti, che talvolta lo riguardano anche in prima persona, come il bibliotecario di Firenze che usava inserire le sardelle salate nei libri a mo’ di segnalibro (orrore!), come l’amico che gli racconta disperato che a sua insaputa i suoi bambini hanno staccato tutte le illustrazioni dai suoi preziosi libri per giocarci (e infatti il consiglio di Volpi è: “FANCIULLI. Per questi convien chiuder le Librerie, e nascondere i buoni e scelti Libri“), come il suo racconto indignato di alcuni maleducati membri di che hanno orinato sulle librerie di una sala dove si riuniva la loro Accademia (“ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? E pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores!, cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie“). Io me lo immaginavo Volpi girare a Padova per le biblioteche di amici e conoscenti, o di famiglie insigni e istituti religiosi, o di colleghi librai, e mettersi le mani nei capelli per gli “scempi” veduti, come quando racconta desolato di un gentiluomo che usava la sua biblioteca come granaio:

LIBRERIE. Da alcuni così poco si apprezzano che le hanno come un inutile ingombro delle lor case, o palagi. In certa Città d’Italia da alcuni Signori fu chiesto d’una, occupante un’intera stanza, il meschinissimo prezzo di soli trenta scudi Romani; accordato subito da un avveduto ed erudito Bibliotecario; avendo avuto scrupolo di dettrarne un quattrino, e la stanza, in vece fu subito fornita di sedie e d’altri utensili alla moda. Queste [le librerie] chi tien troppo esposte, e chi troppo chiuse. De’ primi era certo Signore in un luogo d’Italia, che com’io vidi con nausea ed isdegno, facea stendere il grano in mezzo della Libreria lasciatagli da’ suoi antenati; incitamento a’ topi dopo d’aver gustato quel solito lor cibo, di voler assaggiare anche i Libri; i quali erano orribilmente coperti di polvere e di tele di ragni. [...]

Oppure, come si fa a non provare tutta la nostra umana comprensione quando scrive:

SCRIVERE. Vedi FRONTISPICJ. O non si scriva, o si faccia con ogni circospezione, vicino a’ Libri ottimi e aperti, affinché sovr’essi non cada inchiostro: come successe ad un nostro bellissimo Codice del Demetrio Falereo G. e L. comentato da Pier Vettori, sopra il quale certo Letterato che l’ebbe da noi in prestito, versò un calamajo, studiandovi appresso e scrivendovi.

Mi immagino anche la disperazione dell’anonimo letterato, al pensiero di dover affrontare la reazione del “terribile” e scrupolosissimo Volpi per aver rovinato un libro di sua proprietà!
O anche:

SORCI. Vedi GATTI. LIBRERIE. Gran nemici de’ Libri. Temendone il Petrarca, accarezzava la sua famosa, e co’ versi celebrata Gatta, che imbalsamata ancor si vede nella casa da esso abitata in Arquà, villa ne’ colli Euganei. Assai curiosa burla fecero i sorci una notte al nostro Comino. Il giorno innanzi avea egli riposti in iscanzìa di sua bottega tre Corpi dell’Opere di Ovidio divise in tre tometti in 12 della recension Burmanniana, impresse in Ollanda, portatigli dal legatore di fresco ben legati in pergamena. Tutti nove i Volumi furono in una sola notte nelle coperte rovinati da’ topi; avendo voluto far pruova qual d’esse riusciva la più gustosa al palato. Converrà per tanto che i Bibliotecarj si forniscano di quegli antidoti che la natura, e l’arte hanno inventati contra di essi.

In ogni caso l’autore non è un “fanatico”, attento solo alla perfezione esteriore dei volumi, poiché i suoi consigli sono mirati principalmente, e ovviamente, a preservare i testi in essi contenuti, e non è neanche del tutto privo di senso dell’umorismo, come si scopre nel simpatico aneddoto raccontato sotto la voce TITOLI BURLEVOLI:

TITOLI BURLEVOLI. Nella Libreria de’ PP. Cappuccini di Bergamo, [...] in un angolo di essa osservai un Libro iscritto: Libro per i curiosi. Pensando io tra me stesso che Libro questo esser potesse, sapendo esservene di materie assai strane, e bizzarre, lo trassi dal suo ripostiglio, e m’accorsi essere un pezzo di legno formato a somiglianza d’una schiena d’un Libro in foglio, della estensione di cui non era capace quell’angolo. Di ciò s’accorse il P. Bibliotecario, e mostrò dispiacere di tal burla toccata a me; ma io risi, dicendo che ben mi stava, essendo io appunto in tal materia nel numero de’ più curiosi.

Come l’avrebbe presa Gaetano Volpi, grande cultore dell’oggetto libro, a sapere che ho letto la sua opera su un ebook-reader? Questo testo infatti è scaricabile legalmente e gratuitamente in vari formati qui.

Gaetano Volpi, Del furore d’aver libri, voto = 4/5

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Through the Looking-Glass

Vale quel che ho scritto per Alice’s Adventures in Wonderland, di cui questo è il seguito: stavolta la piccola Alice, invece di seguire il Bianconiglio nella sua tana, entra nello specchio e scopre un mondo di creature altrettanto strane e “rovesciate”.

Come immaginavo, troviamo qui gli episodi “mancanti” che ricordavamo dal film: il giardino dei fiori antipatici, Pinco Panco e Panco Pinco (nell’originale Tweedledum e Tweedledee), e… lo sapevate che non è il Cappellaio Matto a parlare ad Alice del non-compleanno, ma Humpty Dumpty? Per me è stato uno shock!

Lewis Carroll, Through the Looking-Glass, voto = 3/5

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Alice’s Adventures in Wonderland

C’è bisogno di fare una sintesi della trama? Questo è il classicissimo Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto nel 1864 dal rev. Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll.

È impossibile, all’inizio, non pensare sempre alle sequenze del cartone della Walt Disney e alle immagini dei personaggi che tutti conosciamo: il Bianconiglio (White Rabbit), il Cappellaio Matto (the Hatter) e la Lepre marzolina (the March Hare), la Regina di Cuori (the Queen of Hearts), lo Stregatto (the Cheshire Cat) e il Brucaliffo (the Caterpillar). (Tra parentesi, gli adattatori italiani della Disney sono stati abili, e il lavoro non era affatto facile: “Stregatto” e “Brucaliffo” si distaccano dagli originali ma sono indubbiamente invenzioni molto felici.) Insomma, gran parte del piacere è dato dal ritornare con la memoria al celeberrimo adattamento cinematografico, per fare confronti, rilevare le differenze nella versione italiana, e in definitiva abbandonarsi ai ricordi dell’infanzia. Però, poco a poco, aumentano gli episodi non presenti nella versione cinematografica (forse il cartone animato riunisce assieme elementi di questo libro e del successivo, Avventure di Alice attraverso lo specchio? Lo scoprirò leggendo il secondo volume) o diversi, e molto spesso si fa riferimento a canzoni o filastrocche tradizionali inglesi, e non conoscerle fa perdere un po’ d’efficacia allo scherzo, e insomma la lettura scorre un po’ faticosa e frenetica. Basta però la fugace ricomparsa di un nome noto, di un arguto gioco di parole (se possibile, questo testo andrebbe proprio letto in lingua originale), per ridestare subito l’attenzione.

Dopo pagine e pagine di bizzarrie e nonsense, forse è proprio nelle ultimissime righe del romanzo che Carroll ci sorprende di più, inserendo come chiusa un paragrafo improvvisamente delicato ed emozionante (il punto di vista è quello della sorella maggiore di Alice):

Lastly, she pictured to herself how this same little sister of hers would, in the after-time, be herself a grown woman; and how she would keep, through all her riper years, the simple and loving heart of her childhood: and how she would gather about her other little children, and make their eyes bright and eager with many a strange tale, perhaps even with the dream of Wonderland of long ago: and how she would feel with all their simple sorrows, and find a pleasure in all their simple joys, remembering her own child-life, and the happy summer days.

Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, voto = 3/5

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Sei biblioteche

Ho ricevuto questo libro in regalo nel “pozzo di Natale” di Goodreads Italia! Grazie Kua :-) Se siete incuriositi, questo è il link all’edizione dell’anno scorso, e ci rivediamo a dicembre per il Pozzo di Natale 2014.

A questo Sei biblioteche dell’autore serbo Živković è bastato sventolare il facile richiamo di “libro che parla di libri” per scatenare subito il mio interesse: come tanti altri fanatici lettori, ho una “leggera” attrazione per i libri che riflettono su se stessi, per i libri sulla bibliomania, sulla storia della lettura, su biblioteche, libri rari eccetera, dal Nome della rosa al Necronomicon fino ai libri di fotografie delle più belle biblioteche del mondo. All’autore sembra che questo tema piaccia, poiché ha anche scritto altri due romanzi che sfruttano questo tema, L’ultimo libro e Il grande manoscritto.

Qui abbiamo sei racconti su… sei biblioteche, appunto, quindi sui libri. In tutti a un certo punto fa capolino un elemento surreale, magico, contrario alle nostre leggi della razionalità e della logica: ma, d’altra parte, i libri, per i lettori, suscitano una passione che non è né razionale né logica. Nel primo racconto, “La biblioteca di casa”, un uomo si ritrova la casa “invasa” dall’intera Letteratura mondiale, che continua misteriosamente ad arrivargli, volume dopo volume dopo volume, nella cassetta delle lettere: il tocco straniante è dato dal fatto che il protagonista non si scompone minimamente per l’evento, e procede prontamente a impilare i tomi uno sopra l’altro occupando ogni centimetro quadrato del suo appartamento. Nel secondo, “La biblioteca virtuale”, uno scrittore scopre che su un sito Internet, la Biblioteca Virtuale appunto, che dichiara di avere il catalogo di ebook più fornito al mondo, sono presenti anche i libri che non ha ancora scritto. Anche “La biblioteca notturna” ha un buono spunto, un uomo rimane accidentalmente chiuso nella biblioteca pubblica dopo l’orario di chiusura, e scopre che questa rimane attiva anche durante la notte, però con personale diverso e, soprattutto, con un catalogo diverso. Forse il racconto migliore è il quinto, “La biblioteca minima”: protagonista è di nuovo uno scrittore, che si trova per le mani un libro che… cambia ogni volta che viene aperto, all’infinito, e sono tutti romanzi ancora… inesistenti: quale miglior cura per la mancanza d’ispirazione, dunque, che mettersi giù e copiare sempre nuovi libri da pubblicare col proprio nome? L’ho trovato un simpatico tentativo di esorcizzare il “blocco dello scrittore”, immaginandosi un’ispirazione che si ricarica e si rigenera magicamente, senza sforzo. Un po’ meno riusciti gli altri due, “La biblioteca infernale” (l’inferno come luogo in cui la pena per i dannati è leggere per l’eternità: racconto abbastanza noioso e che riserva poche sorprese) e “La biblioteca raffinata”, in cui un uomo cerca in tutti i modi di liberarsi di un “volgare” tascabile (che poi alla fine si scopre essere una copia dello stesso libro che teniamo in mano, Sei biblioteche) che stona nella sua biblioteca che contiene solo volumi rari e di pregio, ma quello ricompare ogni volta nello stesso posto: onestamente, di quest’ultimo non ho ben capito il senso, e i tocchi di umorismo surreale e assurdo suonavano meno “naturali”, più forzati e non giustificati (gli elaborati metodi adottati per “suicidare” il libro, chissà perché poi era necessario ammantare la distruzione del libro sotto le vesti “nobili” del suicidio?).

Probabilmente, i racconti di Živković, a differenza di quelli di un Borges, non si propongono scopi eccessivamente complessi o metafisici, se non quello di procurare un certo piacere al lettore appassionato, che ogni volta che ha a che fare con libri, veri o immaginari, è “nel suo elemento”. In questo riescono abbastanza bene, assicurando una lettura veloce, non troppo impegnativa e tutto sommato gradevole.

Zoran Živković, Sei biblioteche (trad. Jelena Mirković, Elisabetta Boscolo Gnolo), voto = 3/5

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Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima

Forse la recensione più efficace, stringata ma azzeccata, di questo libretto la scrive Jesús Munárriz già nelle primissime righe della sua Presentazione: “Non cercare in queste memorie, lettrice o lettore, le raffinatezze della letteratura, poiché mai fu questo il loro proposito. Scopri piuttosto in esse quel che d’insolito, avventuroso ed elettrizzante contengono, che non è poco”.

Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima: questa autobiografia è opera di Catalina de Erauso, una giovane basca, figlia più piccola di un cavaliere, nata nel 1592; dall’età di due anni, la bambina viene collocata in convento perché vi passi il resto della sua vita. Solo che, a quindici anni circa, Catalina scappa (nel suo racconto sembrerebbe una decisione d’impulso e non pianificata), si traveste da uomo e da lì cominciano le sue avventure e i suoi viaggi, con nessun altro scopo se non vedere un po’ di mondo e non stare ferma nello stesso posto. Dopo aver girovagato tra paesi baschi e Spagna, imbattendosi anche nei suoi genitori che non la riconoscono, Catalina si imbarca per le colonie americane, vive tra il Perù e il Cile, combatte anche con qualche merito nei frequenti scontri con gli indios (ed ecco perché è la monaca alfiere), e soprattutto gioca, scatena una rissa dopo l’altra, ferisce e uccide i suoi avversari in continui duelli (durante un duello notturno non si accorge di avere di fronte il suo fratello maggiore, e lo uccide), entra ed esce di prigione o corre a rifugiarsi presso le chiese e i conventi per sfuggire alla giustizia, e insomma non sembra esattamente uno stinco di santo, finché un giorno non decide di rivelare la sua vera identità. Diventata “un personaggio”, torna in Europa, in tanti vengono a vederla, viene ricevuta a corte, si reca a Roma dal papa che le concede di continuare a vestirsi con abiti maschili. La sua autobiografia si conclude bruscamente, ma da altri documenti si sa che Catalina tornò in America, stavolta in Messico, e lì morì nel 1650.

Il racconto, dopo le prime pagine (la fuga, l’incontro col padre, i primi scontri), diventa abbastanza monotono e ripetitivo, lo stile è arido. D’altra parte Catalina non voleva scrivere un testo letterario, bensì un memoriale da presentare a corte per ottenere dei benefici: quindi tanti svolazzi non le servivano, meglio privilegiare chiarezza, stringatezza e un’elencazione precisa e minuziosa dei suoi vagabondaggi.

E non c’è molto altro da aggiungere. Anche il fatto che la protagonista sia in realtà una donna finisce per essere per buona parte del racconto quasi irrilevante, davvero, quasi lo si “dimentica”: a parte rari episodi, o gli accenni fugaci alle avventure sentimentali (Catalina probabilmente era lesbica, e il fatto che si facesse passare per castrato le dava ampie possibilità di avvicinare donne sposate e non), e il momento della rivelazione finale, la stessa autrice non dedica neanche una riga a questa scelta del cambio di genere. Un documento curioso, una biografia movimentata, una lettura velocissima, nulla più.

Catalina de Erauso, Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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Atlante delle isole remote

Il motivo “immediato” per cui ho iniziato questo libro è abbastanza “triviale”: mi serviva un libro veloce da leggere, con tante figure, per “recuperare” sulla Reading Challenge annuale in cui sono terribilmente “indietro”. In realtà però, a pensarci bene, la scelta di Atlante delle isole remote (sottotitolo Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò), sia pure dettata dalle contingenze, si inserisce bene nel filone delle letture più recenti. Con The Fatal Shore ha in comune il tema del viaggio in terre lontanissime e sperdute (e l’isola-prigione di Norfolk Island è una delle cinquanta qui descritte), e ricorda alcuni brani di Breve storia di (quasi) tutto relativi alle isole incontaminate meta di viaggi di ricerca di scienziati e ricercatori, nonché alle tristi storie di specie estinte non appena l’uomo vi mise piede.

Bella l’introduzione, in cui l’autrice racconta della sua fascinazione per le carte geografiche e della possibilità, grazie ad esse, di fare tanti “viaggi” mentali, dell’attrazione per la “marginalità” delle isole più lontane, spesso “accatastate” ai margini, senza tener conto della reale posizione, accanto alla grande mappa della madrepatria, e menziona alcuni degli inquieti personaggi che poi torneranno nel corso del libro, solitari avventurieri alla ricerca di posti in cui non c’è “niente”, oppure naufraghi ingegnosi (Alexander Selkirk, la cui storia servì d’ispirazione al romanzo di Defoe Robinson Crusoe: curiosamente, esiste un’isola di nome Robinson Crusoe, ma… non è quella su cui naufragò Selkirk!) o disperati. Bello anche l’accenno alla “doppia natura” di questi luoghi quasi mitici: se per alcuni la loro inaccessibilità e la loro lontananza dalla civiltà evoca l’idea di paradiso incontaminato, la storia di alcune di queste isole mostra che possono assumere anche le sembianze dell’inferno: tanti episodi di violenza e di follia che lo spazio “concentrato”, da cui è impossibile fuggire, amplifica all’ennesima potenza, l’isola diventa quasi un “teatro”, un vero e proprio spazio limitato come un palcoscenico dove tutte le bizzarrie, le miserie e le assurdità umane, non potendosi “disperdere” e “diluire” come fanno sulla terraferma, vanno in scena (“Mentre l’assurdità della realtà si disperde nella vastità dei grandi continenti e viene così relativizzata, sull’isola essa è evidente. L’isola è uno spazio teatrale: tutto quello che accade qui, si concentra quasi inevitabilmente in storie, drammi da camera, diventa materia letteraria”).

Si parte quindi per questo viaggio “impossibile” fra gli oceani del mondo, dai poli all’equatore, dalle gelide isole coperte di ghiacci ai minuscoli e sabbiosi atolli dei Tropici, alla scoperta di “micromondi” talmente lontani e isolati da sembrare quasi… pianetini sperduti nello spazio profondo. A ciascuna isola è dedicato un capitolo di due pagine, in quella di sinistra viene mostrata con chiarezza la collocazione sul mappamondo e viene presentata una serie di dati, comprensibili anche ai non esperti: abitanti (in molti casi si tratta piuttosto di abitatori temporanei, più che veri e propri residenti, alcune isole invece sono del tutto disabitate), la distanza in chilometri dalle terre emerse più vicine (si fa per dire “vicine”, spesso sono a migliaia di chilometri), una cronologia degli eventi più importanti nella storia dell’isola (spesso assai povera di avvenimenti), e segue quindi un breve testo, che spesso si limita solo ad evocare aneddoti, personaggi, o a descrivere il paesaggio. Nella pagina di destra si può vedere la mappa, credo realizzata dalla stessa autrice. Alcune isole sono più note: certo tutti abbiamo sentito parlare di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, o di Pitcairn, dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty, o di Sant’Elena, luogo dell’ultimo esilio di Napoleone; altre invece sono più misteriose ma le loro storie non sono meno affascinanti o inquietanti: Floreana, dove negli anni trenta del XX secolo si stabilì una coppia di novelli “Adamo ed Eva”, Friedrich Ritter e Dore Strauch, Tristan da Cunha, dove nel XIX secolo una comunità di scozzesi cercò di creare l’utopia della perfetta “società degli uguali”, St. Kilda, in cui tutti i bambini morivano di una misteriosa malattia a pochi giorni dalla nascita, Rapa Iti, dove il francese Marc Liblin trovò finalmente le uniche persone in grado di capire la lingua sconosciuta che, inspiegabilmente, sapeva parlare fin dalla nascita, Saint Paul, dove nell’Ottocento gli unici abitanti erano una strana coppia di francesi, “il governatore” e “il sudddito”… Spesso le mappe raffigurano sottilissime strisce di terra quasi “impalpabili”, che sembrano a un passo dall’essere sommerse dalle acque.

L’autrice non dà mai più che un veloce ritratto “impressionistico” di ciascuna isola, lo scopo infatti non è tanto informativo quanto evocativo: se si è interessati a maggiori dettagli, è meglio rivolgersi altrove. Un suggerimento per chi volesse approfondire: l’incapacità di vedere i colori degli abitanti dell’isola di Pingelap mi ha fatto venire in mente un libro di Oliver Sacks… e difatti è proprio di loro che parla il suo saggio L’isola dei senza colore.

Sulla mia copia, usata, in fondo c’è un’annotazione “criptica” del precedente possessore: “50 posti dove un presidente serio potrebbe ritirarsi e fondare uno Stato” (?).

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote (trad. Francesca Gabelli), voto = 4/5

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Compagnia K

Progetto prima guerra mondiale: parte 3
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù, La paura

Spesso parlo con diffidenza dei consigli del critico letterario A. D’Orrico (in realtà penso che il suo “peccato originale” sia stato aver enfaticamente salutato Faletti come “il più grande scrittore italiano”. Lo so che l’autore è recentemente scomparso, ma non credo che rivedrò i miei pre-giudizi per questo. Da allora D’Orrico, per quanto mi riguarda, ha perso un po’ di credibilità), ma bisogna dire che qualche volta ci azzecca(va). Questo Compagnia K era infatti da lui consigliato dalle colonne del settimanale del Corriere della Sera come uno dei “libri per l’estate 2010”: curiosa definizione, perché, come si vedrà, non è esattamente una lettura da ombrellone, ma nulla da eccepire sulla qualità.

William March è un autore statunitense forse poco conosciuto da noi, ma discretamente noto in patria. Così come Chevallier, autore de La paura, era un reduce della prima guerra mondiale e, sempre per continuare coi parallelismi, anche Compagnia K, uscito nel 1933, inizialmente scandalizzò l’opinione pubblica per la violenza, l’antimilitarismo, il rifiuto di ogni retorica patriottarda. Col tempo, naturalmente, venne ampiamente rivalutato, fu un’importante ispirazione per il Vonnegut di Mattatoio n. 5 ed è in generale considerato uno dei capolavori della letteratura di guerra. Fu soprattutto, e si sente, un romanzo molto “sentito” e “sofferto” per il suo autore, che, come si legge nell’introduzione di Dario Morgante, non fu mai in grado di riprendersi totalmente dall’esperienza della guerra, che lo tormentò fino alla morte.

La struttura del libro è inusuale: protagonisti del romanzo sono gli uomini della Compagnia K dell’esercito americano, ma la storia si dipana in brevi o brevissimi capitoletti, quasi mini-monologhi, in cui a turno ciascun soldato o ufficiale prende la parola, in prima persona. Uno alla volta, “sfilano” davanti a noi il soldato semplice Edward Romano, il tenente Edward Bartelstone, il soldato semplice William Anderson, il soldato semplice Benjamin Hunzinger, il sergente Julius Pelton, il soldato semplice Richard Mundy, e tanti altri (sono in tutto 115, cioè l’intera compagnia), ciascuno per raccontare il proprio pezzetto di storia, chi è stremato per i turni di guardia in trincea di ore e ore e ore, chi ha dovuto sparare su dei prigionieri inermi, chi si è ritrovato in mezzo a un attacco col gas, chi è morto in mezzo alla terra di nessuno.

L’espediente di dare a ciascuno un nome e un cognome li rende più veri e “reali”, eppure, allo stesso tempo, non impedisce che la loro testimonianza diventi per così dire “universale” (specialmente perché, come detto, anche i defunti partecipano a questo “rito” collettivo). L’unica, significativa eccezione è “il soldato sconosciuto” (p. 167), che muore rifiutandosi di rivelare il proprio nome, perché non entri a far parte di nessun elenco degli “eroi caduti”. E dietro a ciascuno di questi nomi si può anche vedere un po’ dello stesso William March che tenta di esorcizzare e guarire le proprie ferite.

William March, Compagnia K (a cura di Dario Morgante, traduzione di Adriana Pellegrini), voto = 4/5

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Breve storia di (quasi) tutto

Questo libro è stato scelto come “lettura di gruppo” per testi non narrativi dalla comunità di Goodreads Italia: un’occasione per leggere di argomenti (astronomia, geologia, biologia, zoologia, paleontologia e altre scienze) che di solito non affronto mai.

Sì, perché la premessa dell’autore è proprio che “l’uomo della strada” sa in effetti proprio poco di… tutto quello che lo circonda, a dire il vero (da cui il titolo), il pianeta su cui vive, l’aria che respira, il terreno su cui poggia i piedi, e l’interno del suo corpo

Secondo una progressione logica, quindi, si parte… beh, dall’inizio di tutto, quando prima non c’era niente, dall’origine dell’Universo, poi ci si concentra sul nostro pianeta, del quale si passano in rassegna la storia e le caratteristiche. Si parla di ciò che compone tutto ciò che siamo e vediamo, gli atomi e le strutture che li compongono, e arriva poi il turno degli esseri viventi, dalla primissima comparsa della vita sulla Terra, alle molteplici specie che si sono succedute, per approfondire poi l’Homo sapiens e i suoi antenati.

Chiaramente, nonostante il simpatico titolo, il libro non pretende affatto di spiegare tutto, tanto è vero che talvolta l’autore “alza le mani” dicendo “questo è davvero troppo complicato, ci basti sapere che … eccetera”. Io l’ho interpretato nel senso che lo scopo è suscitare quanto meno curiosità verso materie e argomenti che al profano arrivano in modo confuso (e, spesso, vengono fraintesi), fare una prima piccola introduzione e se non altro aprirci gli occhi su un universo che probabilmente a malapena immaginavamo. Fare divulgazione non deve essere facile e, per quanto mi riguarda, in genere sono diffidente quando un autore cerca a tutti i costi di “abbassare” una materia per un pubblico di non esperti, temo sempre che esageri nel fare “il simpatico” (è un po’ il motivo per cui, pur trovando l’argomento interessante e originale, mi ha parzialmente deluso Stecchiti): qui invece il tono dell’autore si mantiene gradevole senza cercare per forza di strappare la risata (che alla lunga può anche distrarre)

Vi sono alcuni temi ricorrenti (e, in taluni casi, abbastanza sorprendenti rispetto all’opinione comune): tanto per cominciare, che questo tutto che ci viene svelato… è davvero poca cosa! Sì, leggendo scopriamo quanto poco (pochissimo!) in realtà sappiamo su un sacco di cose. E questo poco spesso è anche dubbio o controverso (o quasi… assurdo, tanto da sembrare fondamentalmente “impossibile”, ad es. nella fisica degli atomi, che spesso sembra contraddire nozioni ormai acquisite). Un altro concetto che ho ricavato è l’abilità degli scienziati di ricomporre e mettere insieme dati apparentemente disparati per arrivare all’obiettivo, cioè (per dirlo meglio) la loro capacità di trovare strade e mezzi inconsueti (quando ad es. manca la possibilità più diretta della via sperimentale) per calcolare qualcosa. Infine, il libro sottolinea spesso quanto la nostra tradizionale convinzione di essere “il vertice dell’evoluzione”, o “i padroni del creato” sia, tutto sommato, ridicola, se si guardano le cose da un’altra prospettiva: tutta la storia dell’uomo, dal momento della sua prima comparsa a oggi, è un battito di ciglia al confronto della storia della Terra, senza scomodare l’Universo intero. La nostra stessa esistenza sembra il frutto di tante, fortunatissime coincidenze più che di un disegno prestabilito, ed è a tutti gli effetti appesa a un filo: un cambiamento climatico anche minimo, un cataclisma che, nella storia del nostro pianeta, non sarebbe un evento nemmeno troppo raro (in fin dei conti se ne sono avuti a iosa in questi quattro miliardi di anni, anzi, è da un bel po’ che stiamo, stranamente, fin troppo tranquilli, dice Bryson, in confronto a quel che il pianeta ha passato), e l’umanità andrebbe a raggiungere le tantissime altre specie che nel corso del tempo hanno prosperato (spesso per tempi incommensurabilmente più lunghi di quello che finora ha visto in scena l’uomo) e che poi, semplicemente, si sono estinte. Senza contare che esistono moltissimi altri esseri viventi che, considerati obiettivamente, dal punto di vista della pura e semplice “funzionalità” alla vita (all’esistenza), non hanno niente da invidiarci: sono ben più antichi, decisamente più resistenti, più longevi e infinitamente più numerosi di noi (microrganismi, batteri, esseri unicellulari ecc.).

Insomma, il punto di forza di questo libro è secondo me il grande senso di meraviglia che sa suscitare, un’impressione di nuove e inimmaginate prospettive: tutto ciò è rafforzato dall’empatia che l’autore riesce a instaurare con il lettore, dato che, più che farci da guida, sembra che egli stia facendo queste scoperte insieme a noi. Per questo, non guastano affatto le spiegazioni molto “terra terra”, anche in termini “ingenui”, facendo paragoni fantasiosi o buffi (penso ad es. a quando Bryson tenta di dare l’idea di dimensioni, distanze, ecc. per noi difficilmente concepibili nella loro grandezza o piccolezza), e però efficaci. Un po’ più debole mi è sembrata la parte centrale, in cui si dà troppo spazio alle (dis)avventure degli scienziati, che talvolta sono anche curiose, divertenti o interessanti, ma l’aneddotica serve a poco nella prospettiva dell’opera. È vero che così rende più “umane” figure di “mostri sacri” come Newton & co., ma d’altra parte la figura del “genio eccentrico” e un po’ “mattacchione” fa talmente parte del “senso comune” che neanche stupisce più di tanto leggere di certe stranezze. Anche perché, francamente, come storico della scienza Bryson fa sentire di più il suo (mai nascosto, per la verità) status di appassionato dilettante, e alla lunga questa galleria diventa poco significativa, i nomi si succedono e si confondono.

Avventurarsi al di fuori delle letture consuete, quindi, stavolta ha pagato. Ho anche scoperto un autore che, sebbene l’avessi visto citato qua e là, non avevo mai affrontato. Compatibilmente con la lista dei “da leggere” che si allunga sempre di più, penso che lo riprenderò in mano (quando, non si sa), stavolta magari con libri con argomenti più nelle mie corde, penso ad es. a titoli quali I’m a Stranger Here Myself: Notes on Returning to America After 20 Years Away, The Life and Times of the Thunderbolt Kid e, soprattutto, At Home: A Short History of Private Life.

Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto (trad. Mario Fillioley), voto = 3/5

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