The Convenient Marriage

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E insomma, quando attraversi un periodo in cui ti senti “in colpa” perché non hai molta voglia di leggere, è inutile intestardirsi su libri più lunghi o impegnativi, come ad esempio i saggi (sebbene, in teoria, ora mi “piacerebbe” leggerne uno, per mantenere il giusto equilibrio fra saggistica e narrativa, e ne avrei tanti interessanti a disposizione): per contrastare la fase di “magra”, meglio puntare su una lettura gradevole, veloce, divertente, magari senza troppe sorprese ma, comunque, pur sempre di qualità più che dignitosa.

Nonostante la forte delusione di The Grand Sophy, di cui davvero non comprendo la popolarità, ho pensato che i romanzi rosa storici della Heyer potessero fare al caso mio: non troppo lunghi, graziosi, garbati, “affidabili” (nel senso di “sai cosa leggi”), storicamente accurati, ben scritti. Se fossi stata fortunata, avrei potuto scoprire un piccolo gioiellino del livello di Cotillion, altrimenti… almeno avrei letto qualcosa. Lo so che non va data importanza al fatto che sia già “indietro” di 3-4 libri se voglio raggiungere il mio traguardo annuale, ma mi dispiaceva “perdere tempo” al computer.

Fra i tanti titoli della Heyer, proprio per ritrovare quell’atmosfera un po’ “pazza” e “fuori dagli schemi” di Cotillion, ho selezionato alcuni che mi sembravano altrettanto originali, come questo The Convenient Marriage, datato 1934, che ho scoperto perché lo stava leggendo una utente di Goodreads.

Lord Rule, un gentiluomo rispettabilissimo e facoltoso, ha inaspettatamente deciso di concludere i suoi giorni da scapolo e ha chiesto la mano della bella Elizabeth Winwood. L’unione farebbe davvero comodo alla famiglia di lei, alle prese con alcuni problemi finanziari, ma la proposta è accolta con tristezza e rassegnazione dalla giovane, che in realtà ama un altro… Per sua fortuna, la sua sorellina Horatia è un tipo dalle mille risorse: cogliendo tutti di sorpresa, si reca da Lord Rule con una… “proposta indecente”. Visto che non si tratterebbe comunque di un matrimonio d’amore ma di pura convenienza, non vorrebbe piuttosto lei, Horatia, come moglie, lasciando Elizabeth libera di sposare chi le pare? Per quanto le riguarda, lei non è altrettanto bella, ha quasi vent’anni meno del marito e l’irruenza di un’adolescente non molto avvezza ai modi da usare in società, è anche balbuziente, ma essere una gran dama non le dispiacerebbe e promette di fare la sua parte di moglie senza interferire troppo con la vita di lui. Lord Rule, abbastanza divertito, ci riflette e, tutto sommato, non trova di che obiettare: si forma quindi questa “strana coppia”, con la giovane che si getta entusiasta nei divertimenti dell’alta società londinese e si dà alle spese pazze, e lui che continua tranquillamente a frequentare la sua amante di vecchia data. Questo matrimonio inaspettato e un po’ anomalo, però, ha messo in allarme chi invece contava ormai di entrare in possesso dell’eredità di Lord Rule alla sua morte senza eredi legittimi, e ha ispirato a un vecchio rivale e nemico dello sposo un’idea per una elaborata vendetta, per cui da qui le cose cominciano a complicarsi…

Come si vede, una trama con una premessa un po’ inconsueta: il fatto che fosse incluso nella lista “Hero much older than the heroine” (libri con “eroe molto più anziano dell’eroina”) era un ulteriore punto a favore, o comunque un motivo di curiosità, perché, come si sarà capito, se proprio devo leggere un romanzo d’amore, mi piacciono quelli che “si divertono” a sovvertire le attese dei lettori, e la forte differenza d’età è in genere vista come un elemento negativo, con la giovane fanciulla che in genere è costretta a sposare un odioso vecchio che non ama (poi qui già nelle prime pagine si scopre che il protagonista maschile ha circa 35 anni… sì, d’accordo, l’eroina ne ha 17, quindi può a buon diritto considerarlo “very old”… io però, per non sentirmi a mia volta decrepita, ho preferito immaginarlo con qualche anno in più, diciamo circa 40!) :-)

Così come in Cotillion, anche The Convenient Marriage lascia poco spazio al romanticismo “tradizionale” e assume più le forme di una “screwball comedy“, anche in modo un po’ più “esagitato” dell’altro romanzo, più tardo e quindi, forse, più maturo. Inoltre, forse perché siamo nel più “malizioso” e “salottiero” Settecento, e non nell’epoca della Reggenza, l’atmosfera è più galante, civettuola, audace, “licenziosa” (anche se tutto è accennato, più che mostrato): si parla abbastanza liberamente di amanti e mantenute, di matrimoni di pura convenienza, di cavalieri serventi, di gioco d’azzardo, di mode frivole, di baci “rubati”, in un contrasto non spiacevole con altri romanzi dell’autrice (dirò di più, qui il clima in alcuni punti si fa persino un po’ “dark”, se è vero che assistiamo anche a rapimenti, duelli, uomini un po’ più maneschi e violenti del solito, e addirittura un tentativo di stupro fortunatamente fallito).

C’è un dettaglio che il romanzo non spiega molto bene, e cioè perché Lord Rule, visto che la sua vita da scapolo senza troppe preoccupazioni non sembrava dispiacergli troppo, a un certo punto decida di volersi sposare. La spiegazione è che lo fa per accontentare la sorella e per allacciare legami con la famiglia Winwood, ma poi non si capisce a che scopo: per quale motivo gli importa tanto imparentarsi con quella famiglia, al punto da essergli indifferente quale delle tre sorelle sposerà? Dopo il matrimonio, questo aspetto non viene mai più toccato. O forse vorrebbe un erede? Ma il motivo non sembra neanche questo, poiché non sembra proprio che i due sposini si… impegnino a tal fine (ciascuno, come concordato, si fa gli affari propri e si intromette il meno possibile nella vita dell’altro). È chiarissimo perché la famiglia di lei sia contenta dell’unione (lo sposo è ricchissimo), ma perché lui decida di prendere quest’iniziativa, questo non si capisce. Alla fine, comunque, questo famoso motivo è e non è importante: lo so che questo matrimonio “bizzarro” è l’intera premessa del romanzo, per cui in teoria l’autrice dovrebbe spiegarlo meglio, ma, appunto, è il dato di partenza, in fondo ci interessa quel che avviene dopo le nozze, che accettiamo come dato di fatto, perciò non è che mi metterò a cavillare su questo punto: toglie poco al divertimento della lettura.

Peccato però che il buon lavoro fatto dalla deliziosa prima metà del romanzo venga poi “rovinato” un po’ da una seconda parte sovraccarica, frenetica e troppo concentrata sull’azione piuttosto che sui caratteri.
Mentre tutto sommato il protagonista maschile, con la sua aria placida e accomodante in superficie e in realtà un temperamento con cui non conviene scherzare, come scoprono a proprie spese i suoi nemici, è un piacevole personaggio per tutto il corso del libro (a parte sul finale, quando si diverte a prolungare un po’ troppo uno “scherzo” a fin di bene ma in fondo abbastanza crudele verso la mogliettina con i nervi a fior di pelle), la protagonista femminile, che era partita alla grande, mi ha fortemente deluso: avevo immaginato di trovarmi di fronte una storia in cui l’eroina, malgrado la giovanissima età, si dimostra, con grande stupore di tutti, più sveglia, svelta, “matura” e pratica del previsto (come appunto faceva pensare la sua sconvolgente ma geniale trovata di sostituirsi alla sorella), al punto che il marito poco a poco si accorge di avere a che fare con una persona che può trattare “alla pari” e alla quale lo legano più cose in comune di quanto pensasse. È venuto fuori invece piuttosto il contrario: la giovane età di Horatia la porta a essere capricciosa e impulsiva e a commettere una serie di sciocchezze, che Lord Rule perdona bonariamente o a cui pone rimedio in qualche modo, senza troppo scomporsi, fino a che la ragazza non si rende conto che, in fondo, l’uomo che ha sposato puramente “per convenienza” non è proprio male come marito. Lui e lei non sono quasi mai insieme per buona parte del romanzo, spesso sono lontani l’uno dall’altra, per cui è difficile capire perché nelle ultimissime pagine arrivi l’happy ending e il “e vissero felici e contenti” (o perché dovrebbe poi importarcene molto). Un gran mucchio di personaggi interessanti (la sorella zitella di lei! l’ex amante di lui! il segretario! la sorella di lui dal passato “burrascoso”!) viene praticamente abbandonato, con mio grande dispiacere, nella seconda metà del romanzo, che contiene delle situazioni un po’ improbabili e alla fine si riduce a replicare lo schema dei famosi gioielli donati dal duca di Buckingham alla regina di Francia ne I tre moschettieri, con una spilla perduta e da recuperare assolutamente per evitare che venga usata dai nemici della coppia come prova di una presunta infedeltà coniugale.

Quindi, insomma, un romance un po’ sconclusionato, ben lontano dalla costruzione equilibrata e ordinata di Cotillion, in cui alla coppia principale, che dovrebbe essere il fulcro della storia, è praticamente impossibile affezionarsi, ma ci pensano gli adorabili personaggi secondari (tutta la seconda parte, con le avventure picaresche del fratello di Horatia e dei suoi impagabili amici alla ricerca della spilla perduta, sebbene tirata un po’ per le lunghe, è gradevolissima e ricca di dialoghi brillanti e divertenti) a fargli guadagnare un’onesta sufficienza.

Georgette Heyer, The Convenient Marriage, voto = 3/5

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Cento giorni

Senza neanche saperlo prima di consultare Wikipedia, ho iniziato questo libro a esattamente (giorno più, giorno meno) 20 anni di distanza dal genocidio ruandese, che era in atto da tempo ma si scatenò su larga scala a partire dal 6 aprile 1994.

Cento giorni è un romanzo e non ha intenzione di tracciarne la storia: leggendolo, però, si imparano varie cose e soprattutto ci si imbatte in interessanti spunti di riflessione. David Hohl è uno svizzero che, nel 1990, giunge a Kigali, Ruanda, per lavorare nella sede della Direzione dello sviluppo e della cooperazione svizzera di quel Paese (dal 1961, anno in cui finì la dominazione belga e il Ruanda divenne una repubblica, la Svizzera è fra le nazioni più attive nel Paese). È pieno di buone intenzioni e di ottimismo, è più politically correct che mai (azzeccato il breve episodio sulla squadra del Camerun a Italia ’90!), e convinto che anche il suo piccolo contributo possa fare una differenza nel mondo. Non si trova di fronte a scene apocalittiche, come si immaginava lui e come noi immaginiamo, in un calderone indistinto, tutta la realtà africana. In Ruanda, forse il più “svizzero” fra gli Stati centrafricani, la cooperazione sta dando buoni frutti, il lavoro procede, la situazione politica si può definire stabile, una condizione che certo agli europei non dispiace. Al di sotto della quotidiana gestione di progetti, accordi, iniziative, però, nessuno si accorge che esiste un’altra realtà parallela, chiarissima a tutti i nativi (così come esiste la lingua francese della comunicazione “ufficiale”, e la lingua bantu, per lo più incomprensibile ai personaggi europei), oppure, se qualcuno si accorge, se qualcosa traspare, viene liquidata in fretta, sottovalutata, volutamente interpretata nel modo più comodo e conveniente perché il lavoro di tutti possa andare avanti sostanzialmente come prima.

Una bella personificazione di questa sconcertante incapacità di andare a fondo è il personaggio femminile di Agathe, una donna ruandese con cui David intreccia una relazione, molto cruda e fisica, in cui però l’uomo sembra sempre “un passo indietro”, smanioso di capire e controllare e afferrare qualcosa di “definitivo”, ma senza riuscirci mai. Agathe all’inizio del romanzo è una persona assolutamente indifferente alla situazione politica del Paese (la ragazza ha studiato in Belgio, e non desidera altro che tornarci e lasciarsi alle spalle il Ruanda); col tempo, però, anche la donna si lascia coinvolgere dal clima di odio esasperato, “si adatta”, come dice il narratore, come se il massacro finale fosse una conclusione ineluttabile e inevitabile, date le premesse maturate per anni, uno sbocco “naturale”, e ben poco potessero fare i singoli per contrastare questo esito (anche se non vorrei che questa mia frase desse adito a un’interpretazione del genocidio ruandese come una “esplosione” di violenza “tribale”, “istintiva” e incontrollata: da quel che si legge nel libro, infatti, fu tutt’altro: preparata, metodica, organizzata).
Si giunge quindi al fatidico aprile 1994, quando David, con una decisione quasi impulsiva e irrazionale, sceglie di non lasciare il Paese assieme al resto della delegazione svizzera, e assiste così alla fase più intensa della tragedia (i cento giorni del titolo) prigioniero del “fortino” della propria casa.

A scrivere di più su cose che non conosco bene, rischio solo di fare errori. Mi limito a dire che, dal punto di vista di un lettore europeo, la “scossa” che presumo volesse dare questo romanzo è efficace proprio perché David, i suoi colleghi, gli ex colonizzatori ora diventati cooperanti, esprimono quello che pensiamo dovremmo sentire anche noi, tutto ciò che ci sembrerebbe giusto e ragionevole fare in quella situazione… e tutto questo si rivela assolutamente insignificante, o peggio controproducente, nel migliore dei casi ingenuo

Il romanzo si chiude su toni sconfortanti, sottolineando questo senso di incomprensione e fraintendimento, finanche di “derisione” delle effettive capacità di “intervento” che ci illudiamo di avere (vedi l’ultimo incontro fra David e Agathe), oppure al contrario il paradosso di una “acculturazione” fin troppo efficace (l’ordine e la precisione “svizzeri” che finiscono per essere proprio i fattori che più agevolano la metodica ed efficientissima attuazione del massacro, la Ruanda come “Svizzera d’Africa” o la Svizzera “Ruanda d’Europa”?).

Lukas Bärfuss, Cento giorni (trad. Daniela Idra), voto = 4/5

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Ci rivediamo lassù

Progetto prima guerra mondiale: parte 1
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzioneI fogli del capitano Michel, Scritture di guerra

Ho scoperto questo romanzo mesi prima che uscisse in Italia, grazie a questo articolo del Corriere della Sera del 5 novembre 2013, che riferiva della sua vittoria al Prix Goncourt: mi incuriosì subito, e da allora aspettai impaziente la data della pubblicazione nel nostro paese, 28 gennaio, nonché il momento in cui l’avrei trovato disponibile usato (non so quanti ordini sul sito Libraccio andati a vuoto ho fatto, prima di trovare finalmente un venditore su Comprovendolibri.com!). Insomma, un altro libro che desideravo tantissimo, e mi accorgo che, quando inizio una recensione così, in genere la conclusione è sempre che le attese sono andate deluse (un esempio estremo? La svastica sul sole). Per fortuna, stavolta è andata diversamente. (Tra parentesi, segnalo anche, sempre sul Corriere della Sera, la recensione apparsa il 24 gennaio 2014).

In effetti, pur essendo la prima “puntata” del “progetto prima guerra mondiale”, si comincia dalla fine, perché questo romanzo prende avvio nei primissimi giorni del novembre 1918, con l’armistizio ormai alle porte, e affronta più che altro le conseguenze della guerra e i suoi effetti crudelissimi e diversissimi sui destini individuali.

Durante un insensato attacco a una posizione assolutamente inutile per le sorti complessive del conflitto, che serve solo a far guadagnare una promozione in extremis all’ufficiale di comando, tre uomini diversissimi sono protagonisti di un episodio che cambia per sempre le loro vite: Henri d’Aulnay-Pradelle è il tenente che ha ordinato l’attacco, approfittando di un pretesto che non ha esitato a creare ad arte; il soldato Albert Maillard lo scopre, ma rischia di venire eliminato in modo orribile quale scomodo testimone, se non fosse per l’intervento del commilitone Édouard Péricourt, che però, proprio per essere intervenuto generosamente a salvare Maillard, viene colpito e rimane orrendamente sfigurato.

Seguono l’armistizio, la smobilitazione, il trionfo personale e l’ascesa sociale dello spudorato e fortunato Pradelle, da un lato, lo stringersi di un profondo legame fra i due soldati, la straziante riabilitazione di Édouard e il ritorno alla “vita” civile (Édouard, in rotta col padre, e ormai convinto di non poter mai più condurre un’esistenza normale a causa della sua condizione, con l’aiuto di Albert assume l’identità di un soldato morto), il trauma che ha scavato una traccia indelebile nella psiche di Albert, la disoccupazione e la povertà e il senso di abbandono, dall’altro.

Sapevo naturalmente del disastro totale in cui piombò la Germania sconfitta, il senso di umiliazione e frustrazione, la “pugnalata alle spalle”, l’economia a pezzi, l’estremismo che cominciò a farsi strada nella vita politica. Questo libro fa vedere che anche nella Francia vittoriosa le cose, per i reduci, non andarono affatto meglio, con la beffa aggiuntiva della retorica parolaia dell’eterna gratitudine della Patria per i suoi “eroi”: invece, gli “eroi” finiscono per essere considerati ben presto un peso e faticano a ricostruirsi una vita.

Imprevedibilmente, le vite dei tre personaggi principali, e di altri a loro legati, rimangono connesse anche dopo la guerra, anche se per lo più a distanza. Édouard, che ha sempre avuto un temperamento più eccentrico e da “artista”, cui ora aggiunge un desiderio di rivalsa verso l’establishment che ha causato la guerra, e il più timido e riluttante Albert architettano un’elaborata truffa, mettendo su una società fantasma per vedere finti monumenti commemorativi ai comuni francesi: uno di questi verrà finanziato proprio dal padre di Édouard! Ma siamo già a metà romanzo, e intanto la parte più interessante del libro, secondo me, era già in moto da tempo: si tratta infatti dell’apparentemente inarrestabile corsa verso il successo e la ricchezza del personaggio di Pradelle, il quale, sfruttando i legami familiari, una pratica sistematica di intimidazione e corruzione, il proprio carisma personale e la propria ambizione quasi “ferina”, ostendando una scandalosa indifferenza verso qualsiasi legge dello Stato o senso del pudore e il convincimento pacifico della propria impunità e inattaccabilità, si è aggiudicato l’enorme business, finanziato dallo Stato, della riesumazione delle centinaia di migliaia di corpi di soldati francesi caduti nei vari teatri di guerra e la costruzione di imponenti cimiteri militari. Compito che egli, ovviamente, esegue e fa eseguire avendo come unico scopo la massimizzazione dei guadagni, e quindi scegliendo il legno più scadente per le bare, che per risparmiare vengono costruite di misura troppo piccola, riesumazioni fatte con la più scandalosa fretta e noncuranza, senza alcuna cura nel tentare di identificare i cadaveri… e così via, in una girandola di scene sempre più macabre e sconcertanti. Questo personaggio, sostanzialmente, incarna il peggio del peggio, quasi con voluttà e senza alcuna sfumatura, e tuttavia, pur riuscendo talvolta esagerato e parossistico, forse proprio per questo è efficace nel rendere non tanto una psicologia individuale, quanto un generale “tipo” che pure vediamo in azione direi quotidianamente anche oggi (è uno dei motivi per cui il suo crollo finale e la sua sconfitta rovinosa mi sono sembrati troppo “perfetti”, quasi un voler compensare con la fantasia ciò che nella realtà avviene di rado). Tra l’altro, mentre la truffa dei monumenti ideata da Édouard e Albert è inventata, lo scandalo delle speculazioni selvagge nell’appalto governativo per i cimiteri militari di cui è al centro Pradelle si basa su fatti realmente accaduti.

Il libro non si esaurisce, comunque, col racconto di questa colossale impresa criminosa: molto belle le pagine dedicate alla coppia di amici, uniti da un legame intensissimo e allo stesso tempo vissuto talvolta come una catena o una condanna (infatti, se Édouard non può impedirsi di pensare che salvare la vita ad Albert è stato la causa della sua disgrazia, anche Albert ora si ritrova a doversi occupare di un invalido permanente, dipendente dalla morfina, praticamente uscito di senno), ma comunque sincero e unica vera ancora di salvezza per entrambi, insomma tante componenti che si intrecciano l’una all’altra e rendono questa amicizia profondamente toccante, così come le pagine che analizzano il dolore tutto privato e “nascosto” di un uomo apparentemente tanto severo e insensibile come il padre di Édouard (che, ricordo, è convinto che il figlio sia morto).

Soprattutto nei primi capitoli, la voce del narratore ricorda un po’ quella di… abbiate pazienza, Faber (sì, sto ancora citando Il petalo cremisi e il bianco: da quando ho spostato il blog su WordPress, ho preso l’abitudine di cancellare i “pingback” a precedenti post, quando si trattava di collegamenti interni messi da me: non so perché poi, mi erano sembrati inutili, e invece sono preziosi per seguire tutti i rimandi e le autocitazioni nel blog… Comunque, se non li avessi cancellati, quel post ne avrebbe decine!). La ricorda per il suo “coinvolgimento” diretto e quella sensazione che stia parlando proprio a te. Non ha, naturalmente, la finezza dell’originale, e rischia spesso di apparire verboso, dà una marea di informazioni, pure troppe, e tutte insieme, sulla backstory dei personaggi. Questa impostazione però man mano diventa più sfumata, fino ad arrivare a un più “classico” narratore onnisciente, e forse è un bene.

Fino a 30 pagine dalla fine gli avrei dato 4 “stelle” sicure: peccato il finale, mi è sembrato un po’ “moscio”, un po’ troppo “pulito”, “lineare”, il che, in una storia di truffe e imbrogli, mi ha lasciato un po’ perplessa: che fine ha fatto la cattiveria del resto del romanzo (vedi anche ciò che dico più sopra a proposito del personaggio di Pradelle)? Credevo che si stesse via via preparando il terreno per far convergere tutti i protagonisti in un unico posto per il confronto finale, e invece no; forse sono “vittima” del gusto per i finali “esplosivi” di film/telefilm: d’altra parte Lemaitre è autore anche di un popolare thriller, Alex, quindi non dovrebbe neanche “schifare” a priori il buon vecchio finale “a sorpresa”/”col botto”. E poi in generale non amo molto quel tipo di epilogo in cui l’autore traccia tutta la storia futura dei suoi personaggi (“Tizio fece questo e questo … morì nel 1961 … Caio si sposò etc etc … morì nel 1952”, quelle cose così), mi rovinano la possibilità di immaginare un mio “futuro alternativo” (poi lo faccio lo stesso, ovvio, ma ho più l’impressione di “barare”).

Non capisco molto la scelta dell’immagine per la copertina italiana, con i due uomini stravaccati ai giardini: è una foto di Herbert Tobias, Untitled (Jardin du Luxembourg), 1952. Sì, raffigura due uomini, forse due amici, è l’unico collegamento (oltre a Parigi) che riesco a trovare col libro: ma, a parte che è appunto una fotografia molto più tarda, mi sembra che dia un’idea di serenità, relax e riposo che è alquanto lontana dall’atmosfera di questo romanzo.

Sul tema dei cimiteri militari, dei monumenti commemorativi e del culto dei caduti, posso consigliare il saggio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, di George L. Mosse (Laterza): lo studiai per l’esame di storia contemporanea, ora il ricordo è un po’… vago, ma era interessante (però, bel consiglio!).

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù (trad. Stefania Ricciardi), voto = 3,5/5

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Le stanze buie

Entrare in possesso di questo libro si è rivelato una mezza impresa! No, niente di epico, mi sono limitata a fare varie ricerche e vari ordini andati a vuoto on line, ma certo per molti mesi risultava esaurito ovunque e, come sempre, visto che il libro che più vorresti leggere è quello che ancora non possiedi, si stava tramutando in una vera e propria “ossessione”.

La “fortuna” di questo romanzo è stata che ne scoprii l’esistenza quando ancora vivevo in uno stato di beatitudine post Quel che resta del giorno: mi sarei buttata a capofitto su qualsiasi libro promettesse di ricordarmi quel capolavoro, e qui le affinità fra le trame erano, a prima vista, significative. Non siamo nell’Inghilterra degli anni cinquanta ma in Piemonte, nel 1864, ma al centro della vicenda c’è sempre un maggiordomo, severo e impeccabile, che pone grande importanza nello svolgere in modo perfetto il proprio lavoro, esattamente sulla falsariga dell’indimenticabile Mr Stevens (ero quasi sicura che l’opera di Ishiguro fosse stata ben presente all’autrice mentre scriveva il romanzo, e infatti ne ho avuto conferma nei Ringraziamenti finali, in cui viene citata fra le fonti di ispirazione).

Tuttavia è un po’ ingiusto far risalire la mia decisione di comprare l’opera prima di Francesca Diotallevi solo alle presunte somiglianze con Quel che resta del giorno, perché Le stanze buie ha potuto contare anche su meriti propri: per quanto cercassi, non trovavo su Internet neppure l’ombra di una recensione negativa, ma anzi quelle presenti erano letteralmente entusiaste, e sottolineavano altresì che è raro trovare una simile qualità in un esordio assoluto.

Insomma, per questi motivi, difficile reperibilità, suggestioni e somiglianze, consenso unanime, quando finalmente ho avuto il libro l’ho iniziato con impazienza e, forse, con un’aspettativa esagerata che probabilmente ha danneggiato l’esperienza di lettura.

Andiamo con ordine. Come detto, siamo nel 1864 e Vittorio Fubini, maggiordomo rispettabile, abituato a servire nelle migliori case di Torino, si trova costretto a lasciare la città per la campagna perché lo zio, scomparso di recente, nel suo testamento l’ha indicato come suo “successore” nella carica di maggiordomo nella villa del conte Flores. Fubini è assai scontento di doversi andare a “rintanare” nelle Langhe, in una casa che, come scopre subito, è ben lontana dagli standard di “civiltà” cui è abituato. Nella villa abitano il conte Amedeo Flores con moglie e figlioletta, oltre naturalmente ai domestici. L’adattamento alla nuova realtà è inizialmente traumatico, tanto più che ben presto Fubini, che si è sempre vantato della sua freddezza e razionalità, comincia ad avere esperienze inquietanti e misteriose, e a credere che il defunto zio avesse un preciso scopo in mente nel volerlo lì, ma non sarà solo questo a metterlo “in crisi”…

Avviso: la recensione che segue contiene alcuni spoiler. I più macroscopici, così come alcuni dettagli sul finale, sono stati nascosti al solito modo (evidenziate il testo per renderli visibili). Tuttavia, per dare un parere motivato qualcosa dovevo pur dire, e non volevo mettere tutto invisibile. Perciò, chi è interessato a questo libro sappia che rivelerò uno sviluppo fondamentale della trama (oh, comunque niente che un bravo lettore non intuisca già a un quarto del romanzo).

Che dire? Che il romanzo funziona solo a metà. Viene abbozzata un’ambientazione interessante per sfruttarla poi in modo limitato e frettoloso (compiti di un maggiordomo, rapporti servitù-padroni e fra i servitori spariscono o quasi a pagina 100 o giù di lì). Uno dei pregi maggiori di Quel che resta del giorno (ormai non posso farci niente, mi viene naturale fare confronti con quel romanzo) era quanto fosse leeeeeeeeeento (e questa lentezza si misurava in termini di anni), il che rendeva benissimo l’immobilismo, l’immutabilità e la rigidità del suo protagonista. Qui, invece, passano, mi pare, tre giorni, e già praticamente la corazza di Fubini si incrina, e purtroppo con il più trito espediente romanzesco: l’amore che ti cambia e ti rende una persona migliore, ma naturalmente l’amore impossibile e clandestino per non altri che la contessa Flores, oltre all’inaspettato affetto per la deliziosa bambina Nora.

Apriamo una parentesi sulla bambina. Ora, io non ho figli, e non è che abbia tanto spesso a che fare con i bambini, però direi che i bambini sono sì fantastici ma, generalmente, possono anche essere una grande rottura di scatole. Nei romanzi, mai. I bambini nei romanzi sono a-do-ra-bi-li, 24 ore su 24. Questo mi fa tornare alla mente un brillante articolo del blog Sudare inchiostro e uno di Piperno su La Lettura… L’unico esempio che ricordi di bambina che sembrava “reale”, e cioè tanto tenera ma che ogni tanto faceva davvero dei ragionamenti balordi senza né capo né coda, stava più che altro zitta, come conveniva a un bambino dell’800 (ma c’è da dire che, qui, Nora Flores viene educata con metodi più “particolari”), e soprattutto quando parlava non aveva sempre sulla punta della lingua frasette dolcissime o piene di significato nella loro innocenza, è Sophie Rackham, e non a caso cito un personaggio tratto dal mio personale esempio di perfezione fatta romanzo (ormai, sarà venuto a noia ai lettori di questo blog).

Ma la bambina fa la sua parte, alla fine: è un personaggio-chiave nella storia, ma in scena non compare poi molto. No, a “uccidere” la seconda metà del romanzo per me (3 giorni per arrivare di slancio a metà, quasi una settimana per riuscire a finirlo, un paio di capitoli alla volta perché, a esagerare, mi veniva il nervoso) è stata la protagonista femminile. Ultimamente mi avevate vista più tollerante verso le storie d’amore nei romanzi, vero? Beh, questo libro mi ha riportato decisamente all’antico sentire. Nella prima parte inizia dunque l’insopportabile flirt tra maggiordomo e padrona, che mi ha spinto a coniare questo slogan: più fantasmi, meno romance. La seconda è un altrettanto insopportabile lagna continua perché non potrà mai funzionare, quale futuro, lei è la padrona e io solo un maggiordomo, fuggiamo insieme, sono incinta. Ah, Mr Stevens, che cosa ne avresti detto tu, di fronte a questa “intollerabile” mancanza di dignità? :-) Sono del parere che per far sì che il tuo lettore si convinca della caratterizzazione del tuo personaggio come rigido e inflessibile, ancorato alle sue certezze, ai suoi doveri, al suo senso del “limite”, ai suoi gesti precisi e metodici, non basta che questi ce lo ripeta continuamente, servirebbe anche che agisse come tale per lo spazio di più di due capitoli. Bisognerebbe poi mettere una “moratoria” sul personaggio della “donna anticonvenzionale” nei romanzi storici: quel che dico non pretende di avere valore universale, ma io, nei romanzi storici, non cerco personaggi con cui identificarmi e che rispecchino necessariamente i miei valori, li cerco… beh, storici. Questa poi ha pure “l’aggravante” di far parte della sottocategoria “donna anticonvenzionale che è pure esperta di profumi/cibi/spezie/sapienza antica e ancestrale ecc. perché è tanto in sintonia con la natura”. Niente, purtroppo non salvo niente di questo aspetto che ha finito per acquistare sempre più preponderanza con l’avanzare dei capitoli: fin dai primi accenni non sono mai rimasta persuasa della verosimiglianza di questa grande passione (ma neppure della sua reale “utilità” per la trama, a dire il vero: non poteva, al limite, bastare l’attaccamento per la bambina a causare il cambiamento nel personaggio di Fubini?).

Certo, poi comunque la classica storia di fantasmi nella vecchia e isolata magione, di anime che non trovano pace, di antiche colpe da scontare, conserva tutto il suo fascino (impossibile sbagliarsi, qui): ed è la parte migliore del romanzo, ma è troppo asservita alla soap opera.

E poi che “modi” sono? :-) Mi fai leggere dei capitoli riuscitissimi, terrorizzanti e pieni di tensione sul fantasma della villa, e nell’epilogo il fantasma non entra mai in azione? Il romanzo finisce perché il conte dà fuori di testa, così, all’improvviso? E il finale non riserva poi grandi sorprese: Amedeo Flores, che per tutto il romanzo ci è stato presentato come un uomo molto molto malvagio… guarda caso lo è davvero. E va beh, grazie. E perché poi uccide Fosco (personaggio che si sarebbe dovuto approfondire, secondo me), che senso ha?

Quindi, in poche parole: sì bambini posseduti, camere sempre chiuse a chiave in cui però c’è qualcuno o qualcosa, figure vestite di bianco che compaiono improvvisamente davanti agli occhi, anziane cameriere che sanno più di quanto non dicano… no donne che corrono a piedi nudi per i prati e finiscono fra le braccia del protagonista, no gravidanze inaspettate. Sono dispiaciuta perché, accidenti, facevano veramente paura i capitoli sul fantasma! Ma tutto quel miele, non si reggeva. Se la giovane autrice, che ha già avuto la soddisfazione di ricevere tante belle recensioni, è all’ascolto, non se la prenda se questa è un po’ meno positiva delle altre: sono io, che forse sono troppo difficile da accontentare!

Francesca Diotallevi, Le stanze buie, voto = 2,5/5

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Il libro dei libri bugiardi

Nel gruppo Goodreads Italia c’è un gioco chiamato “La parola del mese”, in cui, appunto, ogni mese si sceglie una parola diversa e i partecipanti dovranno leggere un libro che la contenga nel titolo. Come si vede, è molto semplice e senza troppe pretese, non c’è “competizione”, non c’è un vero e proprio “tema”, però mi sembra che piaccia, raccoglie sempre adesioni, e sono contenta perché l’ho inventato io. Qualcuno lo interpreta come un mezzo per scoprire autori o libri sconosciuti, scelti solo perché contengono la parola del mese e che poi, magari, entrano fra i nostri preferiti. Io attribuisco a questo gioco una funzione differente (visto che non sono una lettrice che ama andare “alla cieca”): vedo se fra i tanti libri accumulati negli anni e in attesa ce n’è uno che casualmente contiene la parola prescelta: quello è il “pretesto” per prenderlo finalmente in mano.
Ecco il motivo per cui, visto che la parola di marzo è “bugiardo”, ho iniziato il mese con Il libro dei libri bugiardi, di Melissa Katsoulis, che possiedo dal 2010; evidentemente mi serviva proprio uno “stimolo” in più, perché ricordo di averlo iniziato anche qualche tempo fa, ma dopo poche pagine l’avevo abbandonato. Non credo perché l’avessi trovato particolarmente difficile: è un testo tutt’altro che specialistico, scritto in modo divulgativo da una giornalista, non una storica della letteratura. Probabilmente il problema sarà stato che, malgrado l’argomento stuzzicante (libri il cui contenuto si spaccia per vero, e invece è clamorosamente inventato, o scritti da autori che poi si scoprono fasulli, con intento doloso o per una semplice “burla” ai danni dei critici o dei rivali accademici), non è proprio un testo brillante, e infatti si lascia leggere, si vengono a sapere cose interessanti e/o curiose, ma di sicuro, nelle mie personali classifiche di fine anno, questo libro non si porterà a casa l’Oscar per il miglior saggio del 2014 (sarebbe insomma un classico 3/5, ma vedrete che il voto sarà leggermente inferiore per i motivi che dirò).

Il sottotitolo italiano, “L’avventura millenaria dei falsi letterari” (quello originale invece si tiene più sul vago: “A History of Literary Hoaxes”), è ingannevole: nell’introduzione vengono sì ricordati anche casi più antichi, a cominciare naturalmente dalla celeberrima Donazione di Costantino, ma il resto del libro copre un arco cronologico tutt’altro che “millenario”: si parte dal XVIII secolo, e gli esempi più numerosi sono tratti dalla storia letteraria del XX e dei primi anni del XXI; inoltre, come era forse prevedibile, l’attenzione è puntata quasi esclusivamente sul panorama anglofono. Tra l’altro nell’introduzione si dice che le truffe illustrate nel libro sono “ordinate cronologicamente” (p. 10), poi in effetti non è così (a parte i primi due capitoli su XVIII e XIX secolo), sono disposte per argomento: mah.

A parte il primo capitolo sul Settecento, che in gran parte tratta argomenti già visti recentemente (e trattati in modo più ampio) in The Great Shakespeare Fraud (non potevano infatti certamente mancare gli esempi di James Macpherson, Thomas Chatterton e William-Henry Ireland), il resto del libro è una carrellata tra casi assai celebri, come i Protocolli dei savi anziani di Sion o i falsi diari di Hitler o (in anni recentissimi) l’inesistente J.T. LeRoy, e altri meno noti (almeno a me, o al pubblico italiano) e bizzarri, che oscillano fra la truffa a volte “geniale” e divertente, gustosa e ben architettata, l’inganno spregevole e il “caso umano”, il bugiardo patologico in cerca di attenzione (un indice dei nomi e delle opere sarebbe stato utile). Alla lunga però il tutto si riduce a una compilazione un po’ monotona e arida di casi che per la maggior parte finiscono per assomigliarsi (l’autore si finge quel che non è – viene creduto – il libro ha successo – si scopre la truffa/l’inganno/lo scherzo).

Ecco un po’ di libri di successo che sono in realtà truffe belle e buone o, nel migliore dei casi, raffinati scherzi letterari (Gary): … E venne chiamata Due Cuori di Marlo Morgan, presunte avventure di una donna in viaggio assieme a una tribù di aborigeni australiani, che fece infuriare i suddetti per le sue falsità, L’amore ucciso, di Norma Khouri, che, uscito nel 2002, sfruttò il clima post-11 settembre per raccontare di un presunto “delitto d’onore” in Giordania, Sopravvivere coi lupi, di Misha Defonseca, in cui l’autrice vuol far credere di essere sfuggita bambina ai nazisti ed essere vissuta a lungo nelle foreste con un branco di lupi, anche un libro che vorrei leggere, La vita davanti a sé, che, se oggi appare con in copertina il nome del vero autore, Romain Gary, in origine era creduto opera dell’inesistente Emile Ajar. Mi sono divertita a verificare su Goodreads se effettivamente la comunità dei lettori ne è al corrente: altri titoli si possono trovare qui. Inutile dire che il genere in cui questi esempi più abbondano è quello del misery memoir, “storie vere” strappalacrime di presunte ex vittime della droga o dell’alcolismo, ma non manca neppure chi si costruisce un passato da sopravvissuto alla Shoah (e questo aspetto si può ricollegare a un libro adocchiato tempo fa che sembrava interessante, sul “business” dell’Olocausto… Forse questo? Ma io pensavo a un saggio, quello è un romanzo). Era forse un po’ troppo aspettarsi che l’autrice fosse informata sugli esempi del panorama italiano (penso alle recenti controversie attorno ai nomi di Lara Manni e Nicolai Lilin).

Nel libro è ricordato solo di sfuggita (p. 347) uno spassoso e recente caso di “burla” letteraria, e cioè Atlanta Nights, che invece, rispetto ai tanti altri esempi, aveva più di un elemento di originalità (a cominciare dal carattere di “sfida” lanciata all’editoria a pagamento): mi colpì talmente tanto che quella voce su Wikipedia in italiano la tradussi io dall’inglese.

Desta qualche perplessità la traduzione italiana: non che mi sembri sbagliata, ma ogni tanto c’è qualche sbavatura (o qualche frase che sembra tradotta troppo letteralmente, p. 346). Ad es., a p. 29 nel testo c’è un’interpolazione chiaramente pensata per l’edizione italiana e non originale (si parla dell’opera di Macpherson, Fragments of Ancient Poetry Collected in the Highlands of Scotland, “da noi più noti come Poesie di Ossian, grazie alla traduzione che ne fece Melchiorre Cesarotti”), non è segnalata e poteva anche essere messa in nota, piuttosto che nel corpo del testo. A p. 66 c’è la bizzarra scelta di lasciare il nome di un quotidiano russo e il titolo di un’opera, ugualmente pubblicata per la prima volta in russo, in inglese (cioè così come deve averli scritti Katsoulis, ma che senso ha mantenerli anche nella traduzione italiana, se comunque non sono quelli originali? Allora meglio mettere quelli russi). A p. 119 si parla delle false lettere della prima fidanzata di Lincoln al futuro presidente: invece di riprodurre il testo “originale” in inglese sgrammaticato, c’è… la versione italiana “creativa” (“in italiano suonerebbero più o meno così”: ma chi lo dice?), con un po’ di errori a caso (“il mio quore corre per la felicita…”): di nuovo, che senso ha? Curiosamente, lasciare il testo originale facendolo seguire dalla traduzione è proprio il metodo utilizzato più avanti (e per fortuna) quando si tratta di versi (pp. 152-154, 249, 251, 255, 257, 262, 324), ma non solo, anche per un’altra lettera in cui il testo inglese è significativo ai fini del discorso (p. 362): e allora perché qui sì e lì no?

Capitolo “errori vari”. A p. 107 si legge di un “ex campione di box” (invece che boxe), a p. 114 l’articolo che smaschera questa truffa viene datato 1996, il che è impossibile, infatti è del 2006; già alla pagina dopo (115) è riportata questa dichiarazione dello scrittore smascherato: “Quello solo in quello a cui volete credere” (sic). Eh? La frase originale (lo scopro sempre da Wikipedia) era “What you want to believe you want to believe”, quindi, più o meno, “si crede in quello cui si vuole credere”. A p. 157 si fa confusione con i nomi: la frase “Malley riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città” andrebbe corretta in “Harris riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città”. Più una marea di altri errori sparsi qua e là, parole che mancano, frasi che in italiano suonano un po’ sgraziate (pp. 121, 161, 232, 250, 254, 289, 292…), indice di scarsa cura.

Insomma, sembra che nessuno alla Rizzoli si sia preso il disturbo di rileggere questo libro prima di pubblicarlo.

Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi (trad. Natalia Stabilini, Andrea Zucchetti), voto = 2,5/5

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Venere privata

Fra gli autori italiani ultimamente impazza il noir: se ci si fa caso, è uno dei generi più frequentati, e anzi ormai bisognerebbe dire “inflazionati”. Venere privata di Scerbanenco è stata allora una ventata di “aria fresca” in un panorama che ormai spesso rischia il “già sentito”. Sì, l’ironia è voluta, perché questo romanzo è uscito nel 1966, a dirla tutta è forse il capostipite del genere.

È anche il primo della serie dedicata a Duca Lamberti, personaggio con un’interessante storia alle spalle: medico, ha praticato l’eutanasia a una paziente in fase terminale, è stato arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere, oltre alla radiazione dall’Ordine dei medici. Come si vede, Scerbanenco non aveva paura di affrontare temi caldi, allora come oggi. All’inizio del romanzo, Duca ha scontato la pena e da pochi giorni è un uomo libero, ma nel frattempo ha perso tutto: il padre, un integerrimo “servitore dello Stato”, poliziotto in pensione, per il quale il figlio dottore era un grande motivo d’orgoglio, non ha retto al dolore ed è morto d’infarto poco tempo dopo la sua condanna, la sorella più giovane, rimasta sola, è stata ingannata da un uomo che l’ha sedotta e poi abbandonata incinta. Lorenza, questo il suo nome, e la nipotina Sara sono ora la sua famiglia, e l’unico desiderio di Duca ora è essere dimenticato e trovare un lavoro qualsiasi per mantenerle. Grazie all’intervento di un amico poliziotto, viene assunto da un ricco industriale milanese per un compito delicato e che richiede, appunto, una persona discreta: guarire dall’alcolismo suo figlio Davide, un giovane grande e grosso e in apparenza in perfetta salute, molto timido ma fino a qualche tempo fa normale e intelligente, che, da circa un anno, misteriosamente, è precipitato nel vizio e ora è diventato praticamente un vegetale, sempre ubriaco, istupidito, muto di fronte a ogni richiesta di spiegazioni, indifferente a qualsiasi tentativo di scuoterlo.

Un inizio che non mi aspettavo e che è forse la parte migliore del romanzo, quieto, calmo, così poco “scoppiettante” al confronto dei tanti emuli più recenti, in cui si leggono le riflessioni amare di Duca sul proprio passato, sulla propria “stupidità” per aver voluto seguire coerentemente i propri principî sapendo che non avrebbero mai pagato, i suoi tentativi di penetrare nel “muro di gomma” del silenzio del giovane che gli è stato affidato, ci si interroga su questo oscuro “male di vivere” dell’enigmatico rampollo, la cui solitudine, esattamente un anno prima, si era casualmente incrociata con quella di un’altra persona, la cui storia è narrata in una serie di intensi flashback. Ma ben presto arriva la trama gialla a mettere realmente in moto le cose, ma anche, forse, se posso dirlo, a far perdere un pizzico di fascino a una storia fino ad allora quasi “sospesa” e sussurrata e proprio per questo coinvolgente ed emozionante (solito avviso: per leggere gli spoiler nascosti, evidenziate il testo).

Infatti, più che il “mistero” in sé, che, finché non ci viene detto che effettivamente il suicidio di Alberta (la prostituta “a tempo perso” con cui Davide era stato poco prima che ella morisse, appunto apparentemente suicida, fatto di cui lui si sentiva responsabile: questo il trauma che l’aveva spinto a bere) presenta punti poco chiari, a essere sinceri non si capisce neanche quale sia (io fino ad allora vedevo solo transazioni fra adulti perfettamente consenzienti), è indagato con metodi alquanto inverosimili (diciamo che la polizia lascia fare al protagonista, che, a parte essere un ex carcerato, è un signor nessuno, senza alcuna autorità, un po’ quello che gli pare, l’indagine è cosa sua; inoltre, visto che negli anni sessanta non dovevano esserci ancora molte donne poliziotto, a un certo punto un compito delicatissimo viene affidato alla prima tizia che passava, o quasi) e poi “chiuso” con un bel “trionfo” per i nostri eroi (no, “trionfo” no, se si pensa al prezzo pagato da uno dei personaggi, ma insomma, sembra che in mezz’ora l’intera organizzazione venga sgominata, i romanzi di oggi non hanno più questa fiducia smisurata nella giustizia), sono i piccoli tocchi, le caratterizzazioni dei personaggi principali e di quelli minori, le scenette “di contorno” a rimanere impresse nella memoria: la Milano d’agosto in cui si crepa dal caldo, timide operaie che piegano la testa di fronte ai soprusi delle forze dell’ordine perché non hanno nemmeno coscienza dei loro diritti, distinti ma timidi signori che caricano in macchina le ragazze per un po’ di compagnia, commesse senza arte né parte che si ritrovano, spinte dal bisogno, senza neanche sapere bene come, sulla strada accanto alle “professioniste”, una sorella ingenua sedotta e abbandonata con una figlia illegittima, attaccatissima al fratello e ansiosa, un padre lontano e, si immagina, scarsamente affettuoso ma segretamente ammirato, e della cui morte ci si sente tristemente responsabili, un ragazzone tanto imponente fisicamente quanto fragile emotivamente, ricco e solo, e un genitore sconcertato e preoccupato fino al punto da arrivare a usare la violenza per scuoterlo. Insomma, una ricca umanità che sembra stare a cuore dall’autore.

Con un’eccezione però, a quanto pare. Mezzo voto in meno per la violenza con cui viene tratteggiato il personaggio del fotografo “invertito”: l’autore ce lo descrive attraverso lo sguardo pieno di pregiudizi degli altri personaggi, o sono parole sue? Nel dubbio, io lo punisco (sì, lo so che è un romanzo di cinquant’anni fa, ma sono frasi veramente pesanti), ma se qualcuno mi spiega che c’era da cogliere un’ironia che mi è sfuggita, tanto meglio.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, voto = 3,5/5

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The Affair of the Porcelain Dog

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Dopo Stoner, e dopo un inizio d’anno grintoso (ben 8 libri letti a gennaio), ho avuto di nuovo un momento di svogliatezza, in cui non solo mi aggiravo per la casa piena di libri senza trovarne uno che mi stuzzicasse veramente, ma a dire il vero non mi andava neanche troppo di leggere (ero troppo occupata a contare i minuti che mancano all’arrivo delle nuove puntate di The Good Wife, il 9 marzo). Ma ho deciso di “scuotermi”, anche perché, altrimenti, non riuscirò a leggere i 70 libri che mi sono prefissata per quest’anno. Serviva, dopo le “altezze” di Stoner, qualcosa di leggero e senza tante pretese, e alla fine la scelta è caduta su questo The Affair of the Porcelain Dog, di Jess Faraday: autrice a me totalmente sconosciuta, perciò, a differenza del libro precedente, zero aspettative e zero ansia da prestazione.

Forse l’ho visto qui o in qualche altra lista di romanzi ambientati in epoca vittoriana: lo tenevo d’occhio da un po’, quando un giorno ho aperto la pagina del libro su Amazon chiedendomi di nuovo se acquistarlo, e ho notato con sorpresa che, rispetto alla visita precedente, il prezzo dell’ebook era sceso a 89 centesimi, una spesa che mi potevo ampiamente permettere.

Questo libro viene venduto come M/M Romance, ma in realtà questa etichetta è forse limitante: sembra più un mystery, le scene erotiche sono limitate o solo accennate, e i personaggi rispondono ben poco agli stereotipi del genere. Magari non è molto credibile, non tanto perché sono tutti gay, ma perché è un po’ bizzarro pensare a un gentiluomo colto e raffinato che è anche una specie di superboss della malavita londinese, con un giro d’affari che spazia dal commercio dell’oppio alla gestione di una rete di bordelli, temuto e rispettato da tutti, che è anche esperto di arti marziali orientali, che convive col suo amante ma è talmente discreto che nessuno sospetta che il giovane non sia semplicemente il suo segretario, e che però ha anche un animo romantico e innamorato. Per carità, io già lo adoro, però non sono mai riuscita a immaginarlo come una persona “vera” (a differenza del protagonista).

L’intreccio è assai complesso. Pure troppo, forse. Come sempre, per vedere gli spoiler, scritti con carattere bianco su fondo bianco, evidenziate le parti nascoste.
Londra, 1889. Il protagonista, Ira Adler, è un giovane che per anni si è guadagnato da vivere prostituendosi, finché il caso non l’ha fatto incontrare con Cain Goddard (certo che chiamarsi “Caino” non può che influenzare le tue scelte di vita), di giorno rispettabile studioso col rimpianto di aver dovuto rinunciare a una brillante carriera accademica a Cambridge a causa di un non precisato scandalo, di notte padrino della malavita londinese. Goddard l’ha preso in casa, ufficialmente come segretario personale, in realtà come amante, e ora lo mantiene nel lusso. Ira non sa quasi nulla dei dettagli degli affari del suo amante, né gli interessa fare troppe domande, contento com’è di godersi quella fortuna, al fianco di un uomo che, oltre tutto, non gli dispiace neanche come compagno. Ma questo è l’antefatto perché, quando il romanzo inizia, in realtà questa situazione ideale è già stata turbata da una serie di lettere anonime che Goddard riceve, che minacciano di rovinarlo rendendo pubblica la sua omosessualità. Sembra che, se Goddard tornasse in possesso di una statuetta di porcellana a forma di cane (il “porcelain dog” del titolo), sarebbe al sicuro, perché il ricattatore non avrebbe più armi contro di lui. Goddard chiede a Ira di andarla a rubare presso un banco dei pegni: il POV di noi lettori è quello di Ira (che narra in prima persona), perciò non ci viene detto perché sia importante questa statuetta, che cosa significhi. Naturalmente la missione di Ira non va a buon fine: riesce a introdursi nottetempo nel banco dei pegni, dove tra l’altro incontra anche il suo ex, il dottor Timothy Lazarus, anch’egli interessato alla stessa statuetta, ma il cane di porcellana poi gli viene subito “scippato” da una misteriosa donna. A questo punto, come si vede, è tutto già molto complicato. Purtroppo la trama si ingarbuglia esponenzialmente fino a comprendere un maggiordomo geloso di Ira e pericoloso, un complotto ordito alle spalle di Goddard dal suo socio in affari, terrificanti esperimenti medici scoperti da Lazarus quando combatteva in Afghanistan, cambi di identità, un traffico di bambini asiatici destinati a soddisfare le voglie di qualche potente non precisato… Da un certo punto in poi ho iniziato a capirci sempre meno. Oltre tutto, visto che il romanzo non ha 1000 pagine ma solo 288, le numerosissime sottotrame sono costrette a intrecciarsi in modo via via sempre più precipitoso, e non si “fondono” affatto bene l’una con l’altra: i personaggi, nei dialoghi, saltano di palo in frasca all’improvviso, per l’ansia di affrontare tutti gli aspetti della vicenda, anche quelli meno compatibili. Vedi ad esempio la caotica e sconcertante scena in cui, nella clinica per poveri che Lazarus gestisce, questi sta raccontando ad Ira del suo tragico passato in Afghanistan e della sua orripilante scoperta, e un attimo dopo i due passano a parlare, in tono quasi leggero e divertito, dei problemi di prurito alle parti basse di Ira, che teme una malattia venerea; ma qualche istante dopo viene portato precipitosamente in clinica un amico di Ira, Nate, gravemente ferito dopo un pestaggio, che muore davanti ai loro occhi nonostante le cure: alcune righe dopo però Ira e Lazarus, praticamente sopra al cadavere dell’amico, o almeno così immagino, visto che l’autrice non dice se nel frattempo si siano spostati da qualche altra parte, si mettono a discutere del famoso cane di porcellana. Insomma, tantissima carne al fuoco e tanta confusione. C’è il tentativo, molto all’acqua di rose, di replicare un po’ le atmosfere à la From Hell, soprattutto col personaggio del medico sadico intoccabile perché assai vicino ai potenti e con l’accenno ai circoli di aristocratici perversi e pedofili.

Comunque, subito dopo aver capito che non riuscivo più a seguire la trama, ho anche realizzato che non me ne importava poi molto: tanto, si legge un giallo-rosa come questo più che altro per vedere alla fine chi si mette con chi: e in questo senso sono riusciti tutto sommato a coinvolgermi i dubbi e le incertezze di Ira sui propri sentimenti per Goddard, dalla voglia di assecondare la sua “proposta di matrimonio”, anche per quieto vivere e per assicurarsi il tenore di vita che ha sempre sognato, al vago senso di colpa per non essere in grado di contraccambiare al 100% la sua passione, al crescente disagio verso aspetti della personalità del suo amante che fino a quel momento aveva scelto di non vedere, mentre ho apprezzato moltissimo il fatto che non si sia tirata troppo la corda col rischio “triangolo” con l’ex amante/cliente Lazarus (un brav’uomo, ma lagnoso in modo insopportabile, ancora col dente avvelenato dopo due anni per essere stato scaricato: amico, guarda che Ira si prostituiva, non è che foste fidanzati).

Nel frattempo l’autrice mi ha già fatto lo “scherzetto” di scrivere un seguito, quindi solo dopo aver iniziato The Affair of the Porcelain Dog ho scoperto che non è un romanzo a sé, ma il primo di una serie… Uffa. La cosa positiva è che non termina con un cliffhanger, ma ha una conclusione che può “funzionare” anche in modo definitivo, per cui sta a me decidere se proprio voglio continuare con la storia di questi personaggi, o se può bastare così.

Jess Faraday, The Affair of the Porcelain Dog, voto = 2,5/5

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Stoner

Stoner, di John Edward Williams, uscito nel 1965 e passato abbastanza inosservato all’epoca, è un romanzo che ha conosciuto una clamorosa “rinascita” grazie alla ripubblicazione in anni recenti.

Avevo un certo timore ad accostarmi a questo libro: se guardate le recensioni in rete vedrete che il consenso è universale, è piaciuto a tutti, anzi, “piaciuto” è troppo poco, per molti questo è un libro bellissimo, un capolavoro. La povera lettrice ignorante che è in me non poteva fare a meno di chiedersi con ansia: “E se lo leggo e a me non piace? Vuol dire che non ci capisco nulla?”. Naturalmente esagero, il termine “ansia” è improprio, ma certo le aspettative erano pompate a mille. L’ho proposto quindi per il gruppo di lettura di Goodreads Italia: leggere in compagnia mi aiuta a scavare meglio e ad analizzare il testo da angolazioni che potrebbero sfuggirmi.

La storia è molto semplice, si esaurisce quasi, a un livello superficiale, già con le prime righe del primo capitolo: William Stoner, proveniente da una famiglia di poveri contadini, cominciò a frequentare l’Università del Missouri nel 1910, si laureò in letteratura inglese e subito dopo cominciò a insegnare, e sempre lì rimase, anno dopo anno, dopo essersi ben presto “bruciato” qualsiasi possibilità di carriera, svolgendo le sue lezioni con competenza e passione ma senza incidere più di tanto nell’ambiente accademico, fino alla sua morte, nel 1956.

La “sfida”, per l’autore e per il lettore, è naturalmente illuminare questa esistenza così “banale” e grigia, “fallimentare”, secondo la nostra idea preconcetta di “eroe da romanzo”, mostrarne l’insospettabile vita interiore, la capacità di resistenza di fronte a una quotidianità che, a volte, ci richiede molto più “eroismo”, o un eroismo più silenzioso ma non meno autentico, di quanto non si creda.

La parabola di questo nuovo Giobbe (leggendo il libro mi è venuto naturale accostarlo al romanzo Giobbe di Joseph Roth, appunto) ha inizio, dopo un’infanzia e un’adolescenza quasi senza storia, assorbite dalla fatica del lavoro in fattoria e dalla solitudine, con l’iscrizione all’università, dove, dopo aver iniziato gli studi di agronomia, Stoner scopre all’improvviso, quasi come una folgorazione inspiegabile e poi mai più messa in dubbio, la passione per la letteratura. E già questa “epifania” improvvisa mi ha causato qualche difficoltà, poiché non si capisce a fondo, come non sono chiari i rapporti fra Stoner e il suo professore e i suoi giovani colleghi, suoi unici amici. Ma ho capito poi che spesso l’obiettivo dell’autore non è spiegare e motivare, ma mantenere il posto che il mistero e l’imprevedibile e l’ineluttabile hanno, comunque, nelle nostre vite.
La storia vira quindi decisamente sul privato del protagonista, che, con una decisione che si rivelerà presto fatalmente sbagliata, si invaghisce di una ragazza totalmente diversa da lui, delicata, assolutamente inesperta della vita, cresciuta in un ambiente ovattato e quasi anestetizzato che l’ha in qualche modo “bloccata” all’infanzia. Stoner ed Edith, questo il suo nome, si sposano, quasi conformandosi a un tracciato per loro “già scritto”, e l’impacciato corteggiamento, l’imbarazzata cerimonia e la penosa luna di miele sono fra i capitoli più coinvolgenti del romanzo.

Ma se la vita privata del protagonista ben presto si avvia verso una china dalla quale sarà impossibile risalire, quella professionale mi è sembrata più complessa, sfaccettata e, a conti fatti, interessante. Devo dire la verità, ho sperato che il romanzo si potesse incamminare anche sul sentiero di una satira amara del mondo accademico e delle sue feroci faide interne: al centro del libro si colloca infatti un capitolo meraviglioso e carico di tensione su… un esame di dottorato, ovvero non proprio il soggetto che immagini ti faccia rimanere col fiato sospeso per pagine e pagine. Eppure, il duello tra Stoner e un suo collega, anch’egli dalle motivazioni spesso incomprensibili e sfuggenti, è forse il punto più alto dell’opera, forse perché è quanto di più simile a una “ribellione” che il protagonista mette in atto. Peccato però che poi questo filone non sia adeguatamente approfondito, secondo me, o meglio sia trattato non con l’intento satirico e pungente che avevo immaginato.

I problemi, per quanto mi riguarda, sono cominciati quando nella composta “tragicità” di questa vita silenziosa e sofferta si sono infiltrati tocchi di melodramma. Sì, tanto per cambiare ce l’ho con la storia d’amore fra uno Stoner ormai maturo e una sua studentessa, ma anche con l’estremizzazione della caratterizzazione della moglie come un’implacabile e sadica torturatrice, e con l’estraniamento della figlia, insomma, quando il carico di pene di questo “nuovo Giobbe” ha smesso di ispirarmi partecipazione e compassione. E la stoicità del protagonista finisce per sembrare poi, a ben vedere, persino stolida, controproducente e ingiustificata: è chiaro che Stoner soffrirebbe se dovesse rinunciare all’insegnamento, e ancora di più se il divorzio lo allontanasse irrimediabilmente dall’amata figlia. Ma, proprio alla vigilia della definitiva separazione da Katharine, alla fine non sembrano neppure quelli i veri motivi che lo costringono a quella rinuncia. E allora, c’è qualcosa che conti veramente per lui?

Tanti estimatori di questo romanzo hanno definito Stoner un personaggio indimenticabile, che non si può non amare, pur nelle sue continue sconfitte. Non so, io di Stoner non mi sono innamorata. Potevo simpatizzare con Stoner fintanto che le sue rinunce e i suoi errori apparivano come il risultato di tentativi falliti ma comunque coraggiosi, ma non ho più trovato questa “esemplarità” nella seconda parte del libro. Lo posso capire, posso anche arrivare ad identificarmi, a riconoscere nella sua debolezza un riflesso della mia: ma non posso dire di “amare” un personaggio così, come non amo la mia debolezza. A un certo punto, dalla com-passione si passa all’irritazione, alla rabbia, al disprezzo (che è quasi un “auto-disprezzo”, se vogliamo).
Paradossalmente, se parliamo di personaggi, sembra quasi più “ammirevole”, anche se in negativo, la combattività testarda e insopprimibile del prof. Lomax: è un’esagerazione, naturalmente, visto che costui si dimostra alla fine quasi fanatico e ottuso nella difesa delle proprie convinzioni, e oltre tutto crudele.
Meno interessanti i due personaggi femminili principali, moglie e amante di Stoner. La prima, a dire il vero, all’inizio è affascinante nella sua situazione disperata di vittima/aguzzina, ma poi l’autore, che le aveva dedicato alcune pagine di introspezione, a un certo punto rinuncia a indagarne le motivazioni, e la riduce, come ho detto, a implacabile e, spesso, incomprensibile nemica del protagonista, punto. La seconda, fin dalla sua prima apparizione, ha chiaramente scritto in fronte love interest, perciò è presentata come una specie di “anima gemella” del protagonista, quasi un suo riflesso, e non spicca mai per sé.

“Cosa ti aspettavi?”, si chiede Stoner nel momento di fare un consuntivo della sua vita. In effetti, potevo rivolgermi anch’io la stessa domanda una volta finito il libro: mi sembra che mantenga tutto quello che promette. Come tante altre esistenze, anche quella qui narrata è fatta di alcune scelte giuste, come quella di dedicarsi alla letteratura e poi all’insegnamento, e tante altre sbagliate o non affrontate, che fra loro si compensano, si compenetrano fino a dare come risultato 65 anni di vita. Ma mi ha colpito un brano verso la fine: il “grigio” Stoner, nell’approssimarsi della morte, riesamina il suo percorso e… anche se sulle prime lo considera un fallimento, come è tentato di fare anche il lettore, in fondo, poi, quasi si corregge: c’è una forza che l’ha sempre spinto, in tutte le sue azioni (o non-azioni), in tutte le sue scelte (o non-scelte), ed è l’amore. Forse è un invito, anche per il lettore, a non giudicarlo. E quindi forse la dicotomia “piaciuto/non piaciuto” è qui poco adatta, forse Stoner bisogna piuttosto “capirlo” (no, non mi è molto chiaro quello che voglio dire: è ciò che succede quando tento di scrivere recensioni “di un certo livello”).

John Edward Williams, Stoner (trad. Stefano Tummolini), voto = 3,5/5

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Furta sacra

Sorprendentemente, il tema di questo saggio, Furta sacra. La trafugazione delle reliquie nel Medioevo, risulta ancora attualissimo, a giudicare dalle notizie di questi giorni…

E va beh, ho voluto esordire con una battuta ad effetto, ma in realtà i confronti fra la cronaca di oggi e i furti di reliquie nel Medioevo sono improbabili: tanto per cominciare, all’epoca, a scassinare tombe e reliquiari e a portarsi via ossa e corpi erano spesso uomini di Chiesa, e tali furti erano celebrati e approvati dalla comunità e ampiamente pubblicizzati!

Un’altra occasione, dopo Image on the Edge, per scoprire un Medioevo molto meno “paludato” di quanto si immagini, e molto più disinvolto in materia di religione, tanto da suonare quasi scandaloso alle nostre orecchie. Per dirlo in modo più corretto, un altro esempio di come la sensibilità religiosa di allora si esprimesse in modo molto diverso.

L’importanza e il valore delle reliquie nel Medioevo sono ben noti, e Geary lo sottolinea soprattutto in relazione al periodo preso in esame, i secoli IX-XI, il cosiddetto Medioevo centrale, in cui il culto delle reliquie dei santi divenne tanto pervasivo che sembra addirittura offuscare, talvolta, la stessa devozione a Cristo. La generale instabilità politica e sociale e le frequenti, concrete minacce alla sicurezza (in questi secoli l’Europa conobbe le incursioni di saraceni, Ungari, Normanni, oltre alla conflittualità endemica fra i nobili locali) furono i motivi più evidenti per cui piccole e grandi comunità monastiche o diocesi compivano grandi sforzi per procurarsi protezione ultraterrena… senza trascurare naturalmente il prestigio dovuto al possesso della reliquia di un santo famoso, o le prospettive di ricavi economici se il santo attirava pellegrini alla sua tomba.

Certamente era possibile procurarsi reliquie in modo “legale”, tramite donazioni o acquisti. Esisteva anzi un vero e proprio business del traffico di reliquie, per il quale l’autore ricorda soprattutto la figura del romano Deusdona, vissuto nel IX secolo, che con i fratelli aveva messo su proprio un’impresa “di famiglia”, prelevando la “merce” dalle catacombe romane, all’epoca in stato di semi-abbandono e incustodite, e ripiazzandola poi presso abati, re e nobili del Nord Europa, o addirittura lavorava su “commissione” accettando “ordinazioni” per questo o quel santo. Ma, paradossalmente, venire in possesso di una reliquia attraverso il “volgare” commercio era considerato quasi più “disonorevole” che rubarla; oltre ciò, la convinzione diffusa era che fidarsi dei trafficanti di reliquie di “professione” esponesse maggiormente al rischio di essere truffati e di acquistare reliquie false (contrariamente a quanto comunemente si pensa oggi, si cercava di fare accertamenti sull’autenticità delle reliquie, solo che spesso l’unico “metodo” veramente praticabile era una sorta di verifica ex post: se la reliquia dava luogo a miracoli, si poteva “ragionevolmente” concludere che fosse autentica).

Questo spiega perché talvolta le narrazioni riguardino furti in realtà mai avvenuti, immaginari: è chiaro infatti che ci si trova di fronte a testi che non possono essere letti come “cronache”, ma che appartengono a un preciso genere letterario. Più importante di stabilire se furto ci fu o se avvenne esattamente come ci viene raccontato (e, inutile dirlo, più importante di sapere se la tale reliquia fosse autentica o meno), è capire perché si sia formata questa “tradizione” cui poi via via ciascuno scrittore finì per uniformarsi e cercare la propria giustificazione.

Il “saccheggio” non sempre avveniva senza il consenso del “derubato”: interessante l’accenno di Geary al ruolo attivo, o quanto meno cosciente e forse accondiscendente, del papa, vescovo di Roma, di fronte allo “shopping” di resti provenienti dalle catacombe dei primi cristiani da parte di monaci franchi: in un’epoca in cui la supremazia del vescovo di Roma non era ancora un fatto pienamente accettato, tornava comodo al prestigio papale l’altissimo valore tributato alle reliquie dei primi martiri romani, “distribuite” ed esportate nel resto d’Europa.

Non erano solo le reliquie provenienti da Roma a essere particolarmente ambite, comunque: altri luoghi da cui venivano trafugate (o da cui si diceva fossero state trafugate, che, per i fini della ricerca, è lo stesso) erano l’impero bizantino, il Nord Africa e la Spagna (sotto la dominazione musulmana): gusto per l’esotico, nonché il vantaggio di chilometri di distanza che potevano impedire rivendicazioni o smentite.

Se nel Nord Europa al centro di questi traffici erano soprattutto potenti abati, sovrani e nobili, in Italia erano la comunità cittadine ad attivarsi per assicurare alla città il possesso di un qualche santo: celeberrimi i casi di Venezia con s. Marco e di Bari con s. Nicola, che infatti si rivelarono, in entrambi i casi, mosse azzeccatissime per le future fortune politiche, economiche e religiose delle due località.

Interessante anche il capitolo sulla percezione di questi atti (che, come detto, ai fini della ricerca non è importante se siano storicamente avvenuti o no, o avvenuti esattamente come ci sono stati tramandati) e su come essi venivano “giustificati”, secondo topoi che si ripetono più o meno uguali in tutte le fonti. Si può sintetizzare il “giudizio” della società dell’epoca con una formula apparentemente contraddittoria: i furti di reliquie erano sì illegali, ma non per questo erano considerati immorali. Attraverso l’analisi dei testi, si ricavano le giustificazioni tipiche del gesto: la volontà di offrire una sistemazione più dignitosa e più illustre o più sicura per le spoglie di un santo, la necessità di protezione avvertita dalla comunità, ma non ultimo anche la “volontà” stessa del santo-reliquia. La reliquia, infatti, lungi dall’essere un po’ di polvere e di ossa, o all’opposto un simbolo astratto del santo, era il santo stesso, quasi fosse ancora vivo, presente, dotato di volontà propria: per giustificare i furti, o al contrario per spiegare i tentativi non andati a buon fine, non è infrequente che si ricorra all’intervento diretto del santo che domanda lui stesso, attraverso sogni e visioni, di essere trasferito, o che si lascia o non si lascia portare via dal luogo in cui si trova sepolto.

È un libro curioso e interessante, ma non semplice o per tutti, comunque: specialmente nelle parti in cui si addentra in datazioni incerte e tradizioni di manoscritti è, inevitabilmente, molto tecnico.

Patrick J. Geary, Furta sacra. La trafugazione delle reliquie nel Medioevo (secoli IX-XI) (trad. Eugenia Fera), voto = 3,5/5

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Qui non ci sono bambini

In occasione della Giornata della Memoria, ho letto questo volumetto che avevo acquistato ormai da un paio d’anni, e di cui appresi grazie a questo articolo sul Corriere della Sera (tra l’altro proprio in questi giorni, sempre per Einaudi, è uscita un’altra testimonianza di una bambina sopravvissuta ad Auschwitz, Il diario di Helga).

Per questo libro penso che parlino meglio di me la biografia del suo autore, e un link ai suoi disegni (vedi più avanti) su Google Images. Thomas Geve nacque nel 1929 a Stettino; nel 1935 si trasferì a Berlino con i genitori. Nel 1938 suo padre fu costretto a emigrare a Londra, da dove cercò, inutilmente, di farsi raggiungere anche da moglie e figlio. Ma le cose andarono diversamente. Nel 1943 Thomas e la madre vennero deportati ad Auschwitz; la madre non ne uscì viva. Thomas invece, che aveva solo 13 anni ma, per sua fortuna, ne dimostrava di più, scampò alla prima selezione (quella che destinava tutti i bambini e gli inabili al lavoro direttamente alle camere a gas) e resistette per due anni nel campo di concentramento. All’inizio del 1945, nel corso di una delle famigerate marce della morte, venne trasferito a Buchenwald con gli altri detenuti. Lì, l’11 aprile, arrivarono i soldati americani liberatori. Thomas aveva 15 anni, era uno dei più giovani sopravvissuti. In un centro di assistenza per bambini vittime della guerra in Svizzera, nell’attesa di raggiungere il padre in Inghilterra, per raccontargli la sua esperienza, non riuscì a usare le parole. Si servì dei disegni: usò il retro di tanti moduli della documentazione del campo lasciata indietro dalle SS e schizzò tante scenette, con uno stile infantile e, proprio per questo, potentemente espressivo: la sua vita, giorno per giorno, l’arrivo, la disinfestazione, gli appelli, le baracche, il lavoro, le punizioni, la fame, la marcia finale, la liberazione.

Non a caso Thomas, da adulto, diventerà un ingegnere: nei suoi disegni colpiscono l’attenzione per le costruzioni, la precisione nel delineare mappe, scale e distanze, oltre che la memoria spaziale del bambino, che disegnava a posteriori. Tutto questo sforzo “organizzativo” e regolatore mi è sembrato anche una prova della sua intelligenza e (anche se quasi mi vergogno, dall’alto non so di che, a pronunciare giudizi su un ragazzo che ha vissuto quell’inferno) della sua grande forza di volontà, del fatto che si sia mantenuto sveglio, vigile, attento, vivo.

A questo genere di libri si dà un “voto” che non può non tener conto più di tutto del valore di testimonianza, della sofferenza che c’è dietro. Ho però qualche perplessità sull’edizione italiana: a parte le didascalie esplicative che Geve ha aggiunto anni dopo, i disegni sono fitti di annotazioni: la gran parte di queste è stata tradotta, ma non tutte (ad es., qui, solo una parte di questo “alfabeto di Auschwitz”): io me la sono cavata abbastanza bene col poco tedesco che conosco, ma forse sarebbe stato meglio darne una traduzione integrale.

Thomas Geve, Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz (trad. Margherita Botto), voto = 4/5

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