Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali!🙂

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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