L’importo della ferita e altre storie

Libro recensito e consigliato da Gaia Conventi, blogger di “Giramenti”, L’importo della ferita e altre storie, di Pippo Russo (qui il blog dell’autore, in cui parla di libri e di calcio), è un libro cui nella mia collezione su Goodreads ho dato l’etichetta di “humor”, anche se in realtà c’è ben poco da ridere.

Nel saggio Paraletteratura, che lessi qualche mese fa, e che trattava proprio dei prodotti della letteratura di consumo, commerciale, si leggeva che i libri di tal genere solitamente non sono, come si sarebbe portati a pensare, scritti male: anzi, l’ambizione di chi li produce è quella di trovare uno stile piano, medio, anonimo e mediocre e senza guizzi di originalità, sì, ma comunque formalmente corretto. A tal punto che, sempre in quel saggio, di tali opere si sottolineava anche la funzione “educativa” e strumentale alla diffusione della lingua italiana fra le grandi masse di lettori.

Ebbene, qui in L’importo della ferita (il titolo viene da un’espressione atrocemente brutta e senza senso tratta dal romanzo Niente di vero tranne gli occhi di Giorgio Faletti, che forse voleva parlare dell’entità di una ferita) Pippo Russo ci parla di un’altra realtà: sì, perché qui si parla di libri di successo scritti veramente male. E l’autore ha tutto il diritto di affermarlo, visto che se li è letti dalla prima all’ultima riga, e ora ne fa un’analisi spietata, soprattutto a livello formale.

Le prime due parti del libro sono dedicate a bersagli tutto sommato “facili”: Giorgio Faletti, Fabio Volo, Federico Moccia, Pupo (ebbene sì, anche lui ha scritto un libro: s’intitola La confessione), Giuliano Sangiorgi (idem: Lo spacciatore di carne). Detto francamente, non si tratta di nomi che godono di grande credito nel mondo delle patrie lettere, ma grazie a Russo possiamo capirne il motivo senza doverci sorbire le loro opere.
Nella terza parte si trovano invece due nomi più sorprendenti, che anzi sono considerati talmente “di qualità” da avere anche ricevuto premi prestigiosi: Antonio Scurati e Alessandro Piperno. Nell’italiano di questi ultimi, per fortuna, l’autore individua meno “orrori”, e la critica si appunta più sullo stile, che può risultare più o meno indigesto (Scurati, in effetti, dai brani riportati sembra illeggibile).
Fra questi nomi, l’unico che intendo (intendevo??) leggere è Piperno (più precisamente il suo libro Persecuzione): mi consola vedere che tutto sommato è quello che ne esce meglio (Persecuzione è anche il libro che prende il voto più alto fra tutti quelli analizzati, un “bel” 5, a fronte di tanti 2, 0,5, zero meno meno meno).

Purtroppo i problemi non sono solo stilistici e grammaticali ma anche contenutistici, visto che, ad esempio, Fabio Volo, tolte pagine e pagine in cui, a quanto pare, i suoi personaggi pensano ossessivamente alla cacca (quando la fanno, quando non riescono a farla, come la fanno), dietro l’immagine paracula e venduta egregiamente di grande ammiratore (e conoscitore) dell’universo femminile, piazza qua e là considerazioni veramente offensive e crudeli sulle donne, o che Moccia nei suoi romanzi è capace di glorificare i comportamenti più incivili e persino barbaramente violenti perché i suoi ragazzi sono sì coatti ma tanto “veri”.

Per cui forse ha ragione Russo, quando dice che non sempre è vero che “l’importante è leggere”: alcuni libri meglio non leggerli (non rendiamo del tutto vano il “sacrificio” di chi se li è inflitti per scriverci su questo saggio e metterci in guardia) e fare altro.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, voto = 3,5/5

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