Heads in Beds

Come accade sempre più spesso, è dai miei fidati contatti su Goodreads che scopro nuovi libri. Per il memoriale Heads in Beds: A Reckless Memoir of Hotels, Hustles, and So-Called Hospitality, di Jacob Tomsky, resoconto delle esperienze lavorative dell’autore nella “giungla” del settore alberghiero, mi aveva colpito la recensione entusiasta di una utente, di cui cito l’accattivante esordio: “something unprecedented has happened in the publishing industry: they published a book by (wait for it!) a good writer. >>gasp<< I know. I’m as shocked as you are, really”.

Devo confessare che un po’ mi aspettavo una sequela di aneddoti divertenti stile “mi ricordo quella volta che in hotel è venuto Mr ***, ah ah ah”, oppure “mi ricordo quella volta che quel cliente mi fece quella richiesta assurda, ah ah ah”. Invece il libro non è uno “Stupidario dei clienti d’albergo”, e il suo intento principale non è far ridere e basta.

Heads in Beds si apre a New Orleans, verso la fine degli anni novanta, allorquando “Thomas Jacobs” (alter ego di Jacob Tomsky: l’autore ha modificato tutti i nomi di luoghi e persone presenti nel libro) esce dal college col suo bel degree in Filosofia, e ben presto si accorge che non gli servirà assolutamente a nulla. Il suo ingresso nel business alberghiero avviene quindi dal gradino più basso della piramide, il valet parking, cioè quel servizio, tipicamente americano, in cui un addetto parcheggia e poi riporta la macchina del cliente, che può quindi comodamente scendere e risalire davanti all’ingresso, per un albergo di lusso appena aperto. Tra lotte spietate fra colleghi per accaparrarsi le mance (che saranno uno dei motivi fondamentali dell’intero libro), acrobazie proibite per riportare l’auto al cliente nel minor tempo possibile e incidenti solo sfiorati… o no, il giovane si fa notare, e viene promosso all’interno della struttura, alla reception. Dovrà imparare allora a trattare coi clienti in prima persona, tra incastri di prenotazioni, check-in e check-out, e sconfortante maleducazione. Poi, altra opportunità di carriera: Tom viene promosso a supervisore del personale addetto alla pulizia delle camere; e qui possiamo leggere aneddoti divertenti o comunque interessanti sulle imbarazzanti scoperte fra la spazzatura dei clienti, sulle tecniche adoperate per mettere a posto le stanze nel miglior tempo possibile, in generale su un lavoro ingrato e spesso sottovalutato.

L’autore però non si limita a raccontarci storielle: in alcuni punti il libro è un mix fra autobiografia e manuale, perché, sulla base della sua esperienza, Tomsky dà anche alcuni consigli a noi, clienti degli alberghi, consigli utili ma sempre sul tono ironico del resto del libro, per ottenere la migliore esperienza possibile. Come fare per assicurarsi che la nostra auto non sia maltrattata da un valletto? Come riuscire a farsi dare una buona stanza (come ci insegna Tomsky, una delle bugie più clamorose che possiamo sentirci dire alla reception di un albergo è: “Tutte le camere sono uguali, signore”) o a svuotare il minibar senza pagare? Nella maggior parte dei casi, non sono cose complicatissime da memorizzare, e in pratica possiamo ridurre il tutto a due regole d’oro. La prima è comportarsi civilmente e trattare il personale dell’albergo dove staremo come esseri umani: potrebbe sembrare piuttosto ovvio, ma, a giudicare dagli aneddoti riferiti da Tomsky, pare che valga la pena ripeterlo. La seconda regola è… mance. Mance mance mance: è l’ingrediente in più in grado di smuovere mari e monti. Ma mance alle persone giuste. Non era poi così impossibile da indovinare, eppure la brillantezza dell’autore rende la lettuta non scontata e divertente.

Torniamo alla folgorante carriera di Thomas: lo avevamo lasciato letteralmente sommerso dalle lenzuola sporche dei clienti dell’albergo. È il momento in cui gli giunge una dolorosa illuminazione e in cui capiamo che quello che stiamo leggendo non è, come dicevo, semplicemente uno “stupidario delle cose strane o buffe che succedono negli alberghi”. Tom realizza una cosa: che quel lavoro non gli piace, eppure lo assorbe totalmente al punto che non ha più tempo libero: il suo conto in banca non è mai stato così in saluto, perché l’assurdo è che non ha la possibilità di spendere i soldi che guadagna: durante il suo giorno libero, esausto, passa le ore a casa, a dormire e ciondolare in stato catatonico.
Si dimette, parte: passa alcuni mesi a Parigi, non gradendo particolarmente la “simpatia” dei francesi (sono i mesi dell’attacco USA all’Iraq), alcuni altri, molto più ricchi di contatti e amicizia, in Norvegia. L’anno sabbatico però non può durare per sempre: Tom torna in USA, ma non più a New Orleans, bensì a New York. Una città che rischierà di stritolarlo, che, per quanto non amata, gli sarà impossibile abbandonare a causa della sua “forza di gravità” da vero e proprio “centro del mondo”, e che finirà per trasformarlo, renderlo più stressato, forse più adulto.

L’ultima cosa che Tom vuol fare è tornare a lavorare in un albergo; gli piacerebbe scrivere, trovare un lavoro nel mondo dell’editoria, New York è la Mecca dell’editoria, no? Ce la può fare. Manda curriculum. Risultato? Zero totale. E così, dopo aver lottato invano contro la sua “vocazione”, pressato dalle bollette, cede e invia i fax “fatali” a due alberghi che cercano un addetto al front-desk. Risultato? Grazie alla sua esperienza, subito due colloqui.
Abbracciato così il suo “destino”, Tom viene assunto in un albergo di Manhattan, il “Bellevue” (non esiste, non cercatelo: il nome vero è stato modificato, come dicevo), ben lontano dagli antichi fasti dell’hotel lussuoso e appena inaugurato di New Orleans. La struttura è vecchiotta e il personale un po’ sui generis, ma in compenso New York offre allo spirito di osservazione del protagonista una clientela molto più internazionale e gustosi studi “antropologici” sui suoi colleghi: memorabile la figura del bellman newyorchese, vero e proprio “animale da preda” a caccia di mance (la sua principale fonte di guadagno): Tom ci insegna come trattarli, gli errori da non fare se proprio non intendiamoci servirci di loro (ad es. vietato dire “non voglio disturbarlo”: “Don’t want to bother him? The man has a family. No one is getting bothered here”), come rifiutarne l’aiuto con grazia e in modo da non scontentare nessuno. A New York scopre anche le gioie (e i dolori) dell’essere inquadrato in un’organizzazione sindacale, alla quale dedica righe come al solito brillanti, ma anche informative, non risparmiando critiche e stoccate, ma valorizzando ciò che di prezioso far parte della Union gli ha recato, e l’aiuto ricevuto.

Succede insomma quel che Tom non avrebbe mai pensato: il “Bellevue” e i suoi abitanti diventano la sua casa e la sua famiglia, comincia ad amarli, con tutti i loro difetti. Caspita, comincia ad amare persino il suo lavoro, è orgoglioso dell’impegno profuso per offrire sempre un ottimo livello di servizio, per quanto possibile. È proprio in quel momento che cambia tutto.

L’albergo passa sotto il controllo di una private equity firm; tutta la struttura viene rimodernata e resa “fighetta”. La dirigenza è sostituita con manager d’assalto la cui unica preoccupazione sembra essere risparmiare e spremere qualsiasi dollaro, nonché, ultimamente, cacciare a pedate gran parte del vecchio personale e portare chi rimane (che fa parte della Union e perciò non è così facile da licenziare) all’esasperazione con un mobbing continuo, provvedimenti disciplinari ingiustificati e vessazioni varie, per potersene liberare e sostituirlo con altri pagati meno. La clientela affezionata viene brutalmente “scaricata”, il target ora è un altro: cominciano ad arrivare i primi VIP.
Tom comincia a sentirsi di nuovo in trappola, a fantasticare di ripartire di nuovo da zero in Sudafrica, e a non mettere più alcun “amore” nel suo lavoro, la corda si tende sempre di più fino ad arrivare pericolosamente vicini al licenziamento…

E poi? Ce l’ha fatta Tom a liberarsi o, per citare le sue parole, “Did I make it out? Am I writing this on a mosquito-netted porch while a thick red sun sets over Africa, a book on the table next to me, its pages shifting gently in the warm, fragrant jungle breeze?”.

Questo non ve lo dirò, ma concludo dicendo che, appunto, come assicurava l’utente che mi ha fatto conoscere questo libro, la lettura di Heads in Beds si rivela varia, a sorpresa appassionante, divertente, anche toccante in alcuni punti (il ritorno nell’amata New Orleans post uragano Katrina, ad esempio), insomma decisamente piacevole.

Jacob Tomsky, Heads in Beds, voto = 3,5/5

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