Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima

Forse la recensione più efficace, stringata ma azzeccata, di questo libretto la scrive Jesús Munárriz già nelle primissime righe della sua Presentazione: “Non cercare in queste memorie, lettrice o lettore, le raffinatezze della letteratura, poiché mai fu questo il loro proposito. Scopri piuttosto in esse quel che d’insolito, avventuroso ed elettrizzante contengono, che non è poco”.

Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima: questa autobiografia è opera di Catalina de Erauso, una giovane basca, figlia più piccola di un cavaliere, nata nel 1592; dall’età di due anni, la bambina viene collocata in convento perché vi passi il resto della sua vita. Solo che, a quindici anni circa, Catalina scappa (nel suo racconto sembrerebbe una decisione d’impulso e non pianificata), si traveste da uomo e da lì cominciano le sue avventure e i suoi viaggi, con nessun altro scopo se non vedere un po’ di mondo e non stare ferma nello stesso posto. Dopo aver girovagato tra paesi baschi e Spagna, imbattendosi anche nei suoi genitori che non la riconoscono, Catalina si imbarca per le colonie americane, vive tra il Perù e il Cile, combatte anche con qualche merito nei frequenti scontri con gli indios (ed ecco perché è la monaca alfiere), e soprattutto gioca, scatena una rissa dopo l’altra, ferisce e uccide i suoi avversari in continui duelli (durante un duello notturno non si accorge di avere di fronte il suo fratello maggiore, e lo uccide), entra ed esce di prigione o corre a rifugiarsi presso le chiese e i conventi per sfuggire alla giustizia, e insomma non sembra esattamente uno stinco di santo, finché un giorno non decide di rivelare la sua vera identità. Diventata “un personaggio”, torna in Europa, in tanti vengono a vederla, viene ricevuta a corte, si reca a Roma dal papa che le concede di continuare a vestirsi con abiti maschili. La sua autobiografia si conclude bruscamente, ma da altri documenti si sa che Catalina tornò in America, stavolta in Messico, e lì morì nel 1650.

Il racconto, dopo le prime pagine (la fuga, l’incontro col padre, i primi scontri), diventa abbastanza monotono e ripetitivo, lo stile è arido. D’altra parte Catalina non voleva scrivere un testo letterario, bensì un memoriale da presentare a corte per ottenere dei benefici: quindi tanti svolazzi non le servivano, meglio privilegiare chiarezza, stringatezza e un’elencazione precisa e minuziosa dei suoi vagabondaggi.

E non c’è molto altro da aggiungere. Anche il fatto che la protagonista sia in realtà una donna finisce per essere per buona parte del racconto quasi irrilevante, davvero, quasi lo si “dimentica”: a parte rari episodi, o gli accenni fugaci alle avventure sentimentali (Catalina probabilmente era lesbica, e il fatto che si facesse passare per castrato le dava ampie possibilità di avvicinare donne sposate e non), e il momento della rivelazione finale, la stessa autrice non dedica neanche una riga a questa scelta del cambio di genere. Un documento curioso, una biografia movimentata, una lettura velocissima, nulla più.

Catalina de Erauso, Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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