La danese

Siamo a Copenhagen, 1925. Einar e Greta, marito e moglie, sono due artisti: lui è un paesaggista con una discreta fama, lei invece una ritrattista ben poco considerata. Sono una coppia unita, ma non potrebbero essere più diversi: lei viene dalla California, è nata in una famiglia ricchissima ma ha sempre voluto conquistarsi la propria indipendenza, è un tipo pratico, decisionista, lui è nato in un minuscolo villaggio danese in una casa poverissima, è rimasto ben presto orfano, è delicato, fragile, silenzioso. Un giorno, quasi per caso, per aiutare la moglie a completare dei dettagli del ritratto di una cantante che non può essere presente alla posa, Einar indossa dei vestiti da donna: da quel momento, si “risveglia” dentro di lui un’altra persona, Lili, un’altra identità che, poco a poco, si affianca a quella con cui ha vissuto tutta la sua vita. Einar, sostenuto anche dall’appoggio della moglie che non reagisce mai in modo inorridito ma, al contrario, si sforza di farlo star bene (anche perché Lili diventa il suo soggetto preferito, e la sua vena creativa sembra rifiorire), sempre più spesso “lascia spazio” a Lili, non si tratta solo di un cambio di abiti, è tutta la personalità dell’uomo che sembra progressivamente “ritirarsi” mentre l’altra si fa strada, fino a che questa continua “tensione” non rischierà di mettere in serio pericolo la salute di Einar/Lili e giungerà il momento di prendere una decisione definitiva.

Nel corso dei capitoli, con una serie di salti indietro nel tempo, conosciamo anche il passato dei due, le persone che furono importanti nelle loro vite prima che si conoscessero e si sposassero, e che nel caso di Hans, amico d’infanzia di lui, tornano inaspettatamente a svolgere un ruolo, le esperienze che in qualche modo hanno formato i loro caratteri… mentre, nel presente, la delicata trasformazione di Einar attraversa varie fasi, dalla pressocché totale “scissione” della personalità, tanto da considerare quasi Einar e Lili come due persone perfettamente distinte e reali, “dimenticandosi” dell’altra quando si trova a vivere nei panni dell’una, al disgusto di sé e alla disperazione più cupa, che lo spinge persino a prendere in considerazione l’idea del suicidio.

Questa è la storia di Einar/Lili e della sua ricerca di identità e di felicità, ma è allo stesso tempo anche la storia di Greta, del suo amore disinteressato, della sua visione anticonformista (che la porta, ad esempio, a “proteggere” il marito dai tentativi di alcuni medici di procedere con “terapie” invasive e violente, e in generale dai suoi sforzi tesi sempre verso l’obiettivo finale di far sì che l’uomo che ama possa essere se stesso), del suo spirito intraprendente, dei suoi sacrifici e anche, alla fine, del suo percorso di distacco definitivo da Einar/Lili e di inizio di una nuova vita accanto a un altro uomo. E forse questa è una delle parti più riuscite del libro, quando Lili, dopo l’operazione, è ormai pronta e smaniosa di costruirsi un’esistenza diversa e indipendente, e Greta non riesce a convincersi che il suo “compito” è finito, che deve lasciarla andare, che non avrà più bisogno di lei, che anzi ora è arrivato il momento di pensare a se stessa.

Alla fine del libro, l’autore avvisa che la trama prende sì spunto da un fatto realmente accaduto (nel 1930 un uomo di nome Einar Wegener si sottopose a un’operazione per il cambio di sesso), ma sono talmente tanti gli elementi aggiunti dalla sua fantasia che questa non può definirsi “la storia” di quell’evento. Nel complesso, una storia d’amore non convenzionale, forse per certi versi difficile da capire, ma non per questo meno autentico. Bello anche il piccolo contorno di personaggi secondari di questa “famiglia allargata” unita da una grande solidarietà, Hans, Carlisle (il fratello di Greta), Henrik.

David Ebershoff, La danese (trad. Anna Mioni), voto = 4/5

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