La paura

Progetto prima guerra mondiale: parte 2
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù

Mi fa sempre piacere quando sono in grado di risalire con precisione al momento in cui ho scoperto per la prima volta un libro, anche se non interessa a nessuno a parte me. Questa storia in particolare poi non ha proprio niente di speciale, ma la “fisso” lo stesso qui a futura memoria, per quando un giorno rileggerò tutte le recensioni dei libri letti nella mia vita: era il 10 gennaio 2012 e, nella sala d’aspetto dell’AVIS, ho visto la recensione sfogliando la rivista “il Venerdì” di Repubblica. Chiarito questo, passiamo a cose più interessanti.

La paura uscì originariamente nel 1930; nel 1939 si pensò bene di ritirare un romanzo così “antimilitarista” e “antipatriottico” in un momento in cui ci si avvicinava a un altro conflitto. Il libro ricomparve solo nel 1951, sostanzialmente immutato (come scrive l’autore nella prefazione a questa seconda edizione), anche se non è mai diventato un “classico” della letteratura di guerra.

1914. Il diciannovenne Jean Dartemont, alter ego dell’autore, allo scoppio delle ostilità si arruola nell’esercito francese: non è un esaltato patriottismo a spingerlo, ma piuttosto la curiosità, la voglia di partecipare all’evento storico per cui il mondo intero si è mobilitato. La sua visione più che ingenua si infrangerà praticamente subito sulla realtà della guerra di logoramento, delle trincee, della fatica, dell’incubo continuo della morte che diventerà per i successivi quattro anni compagno costante dei milioni di fanti di tutti gli schieramenti, per la stragrande maggioranza giovani chiamati a combattere una guerra che non hanno scelto né voluto.

Una guerra, inoltre, che solo loro conoscono veramente: per i parenti rimasti a casa, per i civili intrisi di patriottismo che leggono i bollettini dello Stato Maggiore sui giornali, per i generali che pianificano attacchi e avanzate sulle mappe, la guerra è un concetto molto semplice: “Avanti fino alla morte!”. E poco a poco il protagonista, e in generale il soldato, si rende conto di quanto sia inutile provare a far capire al resto del mondo l’autentica realtà del conflitto: non verrai creduto, e la tua storia comunque non serve a nessuno, dà solo fastidio. Nelle ultime pagine del romanzo, quando ormai la guerra è alle battute finali, Dartemont è a colloquio con un commilitone, Negré, che incarna una visione cinica e disincantata della vita. Mentre Dartemont è convinto che la loro testimonianza possa servire a evitare altre guerre in futuro, l’altro se la ride: pensa forse che la situazione cambierà di una virgola per tutti i governanti, generali o affaristi che hanno fatto fortuna con la guerra? Quanto ai giovani del futuro che si troveranno un giorno a partire per il fronte come loro, continua Negrè, per quanto lo riguarda lui sarà lì a guardarli partire e ad acclamare il loro coraggio, perpetuando tranquillamente il ciclo infinito.

Non mi è sembrato un capolavoro (ci sarà pure un motivo se, anche dopo la ripubblicazione negli anni cinquanta, non è granché noto fra i titoli sulla guerra), c’è qualche lungaggine e, soprattutto, più di una volta l’autore inserisce le sue considerazioni mettendole in bocca a vari personaggi, creando quindi dialoghi un po’ artificiosi e pesanti. È però un’interessante testimonianza.

Ho un appunto da fare sulla traduzione, che poi è sempre il solito, in fondo: gli “adattamenti” forzati per me poco giustificabili e per di più inefficaci. Alle pp. 259-260 il protagonista racconta di ritrovarsi insieme a soldati che provengono dalla Francia meridionale: Nizza, Marsiglia, Tolone. Sono chiassosi ed espansivi e parlano un colorito dialetto, che presumibilmente si poteva leggere nell’originale francese. Qui in questa edizione viene reso con alcune battute in romanesco/napoletano. Non è la prima volta che incontro traduttori che ricorrono a questa soluzione in situazioni analoghe: a me sembra una cosa profondamente insensata e persino ridicola. Qualsiasi lettore è in grado di rendersi conto che qui l’aggettivo “meridionale” chiaramente non si riferisce agli Italiani del sud, e stona terribilmente questo inserimento incongruo. È chiaro che situazioni come questa sono “l’incubo” del traduttore, perché assai ardue da risolvere, lo capisco che non deve essere facile: l’unica alternativa che adotterei io sarebbe esattamente l’opposto, una nota in cui si informa il lettore italiano che quella parte del testo, nell’originale, non è traducibile, con tutte le sue sfumature, nella nostra lingua. Non so se sia preferibile evitare questa “ammissione di impotenza”, può darsi di sì visto che, appunto, queste bizzarre “italianizzazioni” non sono poi così infrequenti.

Gabriel Chevallier, La paura (trad. Leopoldo Carra), voto = 3,5/5

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