Elogio degli amanuensi

Scoperto dal sito della casa editrice Sellerio, questo piccolo volumetto, visto che costava pochi euro, è servito probabilmente da “riempitivo” per qualche ordine on line: a dire il vero, di questi libretti della Sellerio (adorabili, per formato, tipo di carta, copertine) ne trovo sempre parecchi nei vari mercatini dell’usato: dalla descrizione del risvolto di copertina sembrano sempre fantastici, autentici capolavori da riscoprire, forse però in realtà si tratta di operette minori non per caso.

Giovanni Tritemio, nome italianizzato di Iohannes Trithemius (1462-1516), fu un umanista e monaco tedesco, abate dei monasteri di S. Martino di Sponheim e poi di S. Giacomo a Würzburg: fra le sue opere, ecco questo De laude scriptorum, scritto nel 1492 e pubblicato a stampa nel 1494, un trattatello in cui, proprio nel periodo dell’introduzione della stampa, si esalta l’antico mestiere del monaco amanuense.

Una battaglia sicuramente “di retroguardia”, anche se l’autore, formatosi in ambienti di raffinata cultura umanistica, non fu affatto un arcigno avversario del progresso. Come nota Andrea Bernardelli nella prefazione, infatti, Trithemius predica “bene” e razzola “male”: infatti, per un appassionato bibliofilo che per la sua collezione non disdegna affatto i libri a stampa, scrivere un Elogio degli amanuensi sembra un po’ paradossale, e poco convincenti le motivazioni che adduce per sostenere la superiorità dei libri manoscritti su quelli stampati (i manoscritti, realizzati su pergamena, sarebbero ben più duraturi dei libri stampati cartacei: ma il curatore replica che Trithemius non poteva non sapere che esistevano anche edizioni a stampa su pergamena, nonché naturalmente manoscritti su carta!). In realtà, a parte la forza della tradizione che probabilmente in questo tipo di letteratura di ambiente monastico ha il suo peso (massiccia, come era prevedibile, la presenza di citazioni bibliche o da testi dei Padri della Chiesa o da autorità), mi sembra che Trithemius esalti il lavoro dell’amanuense (in particolare, dell’amanuense che copia i testi sacri) non tanto dal punto di vista “tecnico”, ma soprattutto nel suo aspetto “spirituale”, di lenta fatica che ti fa guadagnare il premio della vita eterna, di opera di devozione durante la quale si assimilano e si “masticano” le Scritture, di prezioso servizio per la diffusione della conoscenza della fede. Bella poi e tipicamente “umanistica” l’osservazione che è meglio avere un libro corretto e copiato senza errori che esteticamente prezioso e ricco di miniature.

Avrei preferito scoprire un manualetto con indicazioni pratiche (che strumenti si usano, come preparare il foglio, la posizione da assumere… cose così), ma d’altronde il titolo non era “Guida per gli amanuensi”; qualche consiglio c’è, ma assai generico: l’abate deve avere cura di assegnare alla pratica scrittoria i monaci più adatti al compito, i monaci che non sanno scrivere possono comunque rendersi utili (interessante che l’autore suggerisca loro, ad esempio, di rileggere quello che il copista ha scritto: ulteriore indicazione che in passato l’apprendimento della lettura e quello della scrittura erano nettamente distinti, oggi si fatica a capire come sia possibile), i libri vanno conservati con cura, e poco altro.

Giovanni Tritemio, Elogio degli amanuensi (a cura di Andrea Bernardelli), voto = 3/5

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