Paraletteratura

Questo agile libretto, grazie al quale riesco senza troppi sforzi a mantenermi al passo anche con la saggistica, tratta della “paraletteratura” (definita anche in mille altri modi, che però hanno una connotazione meno neutra, e che quindi l’autrice preferisce evitare: “letteratura di consumo”, “d’intrattenimento”, “di genere”, “popolare”, e così via), cioè “quelle scritture … dettate più dal desiderio di raggiungere una vasta platea di lettori che dall’ambizione di imprimere un segno personale e duraturo nella storia della prosa d’arte” (p. 13). Insomma, la roba che ingurgito regolarmente, visto che le mie letture spesso e volentieri non sono molto “colte”, perciò era interessante leggerne uno studio scientifico.

L’analisi qui è limitata al panorama letterario italiano e si concentra soprattutto, dato il settore di interesse dell’autrice (docente di Storia della lingua italiana), sulla lingua e sullo stile, piuttosto che sulle logiche di mercato, le tendenze, seguite o pilotate, e le strategie di vendita.

L’oggetto di studio è comunque assai ampio: cantari, volgarizzamenti e riduzioni delle opere letterarie, specialmente i romanzi cavallereschi (spesso trasmessi anche oralmente), raccolte di novelle ed exempla, almanacchi e fogli volanti con il resoconto di notizie curiose o meravigliose, libretti edificanti, catechismi e manuali di buone maniere, per i secoli più lontani, romanzi d’appendice e a puntate, libri per ragazzi, fotoromanzi, per arrivare ai contemporanei gialli/noir, la chick-lit, i fumetti e le graphic-novels, i romanzi per teenagers.

Linguisticamente, questo tipo di testi non è caratterizzato, come si potrebbe pensare, da un italiano di registro “basso” o scorretto, bensì da una lingua formalmente corretta, media, con costrutti elementari, senza picchi né in alto né in basso, e perciò invariabilmente piatta (casomai, più che cadute, vi si possono trovare, al contrario, più o meno goffi tentativi di “letterarietà” e ricercatezza artificiosa). Sono autori che, appunto, non mostrano di avere alcuno “stile” personale, né ambiscono ad averlo, e però, proprio per la loro “mediocrità” ed esteriore correttezza, non va sottovalutato il contributo di questi testi alla diffusione della lingua italiana fra le masse.

Un’altra caratteristica è la produzione basata su grandi numeri: una massa ingentissima di opere che, a partire soprattutto dall’invenzione della stampa, invade il mercato e di cui generalmente, per la scarsa qualità del materiale con cui sono prodotte e l’uso intensivo che ne viene fatto (oltre alla valutazione fortemente negativa che la critica “ufficiale” ne ha fatto fino ai tempi recenti, per cui se ne stimava inutile la conservazione), oggi è sopravvissuta solo la punta dell’iceberg.

Infine, sono testi in cui in genere la “autorialità” è un fattore secondario, trattandosi spesso di compilazioni, adattamenti, prodotti “in serie” che si agganciano a determinati e collaudati filoni, e su cui inoltre spesso l’editore/stampatore ha molta più voce in capitolo (per quanto riguarda soprattutto i tempi, strettissimi, di realizzazione, ma anche i contenuti) e forza contrattuale rispetto alle opere letterarie di autori più rispettabili. E, appunto, molto interessante è scoprire il “fiuto” per le tendenze del mercato dimostrato non solo da questi oscuri scrittori “mestieranti”, ma soprattutto da editori e stampatori, fin dai primi tempi di questo boom. Un altro aspetto che viene solo accennato, ma che era impossibile, nell’economia di questo breve saggio, sviluppare adeguatamente, è il ruolo che la crescita del numero delle lettrici ebbe sul successo di questa letteratura “effimera”.

Le conclusioni sulla situazione attuale sono lasciate in sospeso, anche perché, paradossalmente, “negli ultimi anni il ventaglio dei generi paraletterari si è talmente ampliato [soprattutto nel vastissimo territorio del “romanzo”] da rendere difficile semmai individuare l’esiguo spazio rimasto ai testi letterari in senso stretto” (p. 141). Neppure la distinzione esteriore, che nei secoli passati aiutava abbastanza bene a districarsi, sembra valere più: oggi, con gli ebook, con le uscite nelle edicole, un “classico” non è più, necessariamente, un libro che si trova solo in confezione “pregiata”. Oltre al giudizio del critico letterario, dunque, che resta comunque opinabile, la Ricci propone i criteri che ha tentato di individuare, di lingua e stile, di mezzi di produzione, promozione e diffusione, per cercare di definire la marea montante della “paraletteratura” odierna.

Laura Ricci, Paraletteratura, voto = 3/5

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