Cento giorni

Senza neanche saperlo prima di consultare Wikipedia, ho iniziato questo libro a esattamente (giorno più, giorno meno) 20 anni di distanza dal genocidio ruandese, che era in atto da tempo ma si scatenò su larga scala a partire dal 6 aprile 1994.

Cento giorni è un romanzo e non ha intenzione di tracciarne la storia: leggendolo, però, si imparano varie cose e soprattutto ci si imbatte in interessanti spunti di riflessione. David Hohl è uno svizzero che, nel 1990, giunge a Kigali, Ruanda, per lavorare nella sede della Direzione dello sviluppo e della cooperazione svizzera di quel Paese (dal 1961, anno in cui finì la dominazione belga e il Ruanda divenne una repubblica, la Svizzera è fra le nazioni più attive nel Paese). È pieno di buone intenzioni e di ottimismo, è più politically correct che mai (azzeccato il breve episodio sulla squadra del Camerun a Italia ’90!), e convinto che anche il suo piccolo contributo possa fare una differenza nel mondo. Non si trova di fronte a scene apocalittiche, come si immaginava lui e come noi immaginiamo, in un calderone indistinto, tutta la realtà africana. In Ruanda, forse il più “svizzero” fra gli Stati centrafricani, la cooperazione sta dando buoni frutti, il lavoro procede, la situazione politica si può definire stabile, una condizione che certo agli europei non dispiace. Al di sotto della quotidiana gestione di progetti, accordi, iniziative, però, nessuno si accorge che esiste un’altra realtà parallela, chiarissima a tutti i nativi (così come esiste la lingua francese della comunicazione “ufficiale”, e la lingua bantu, per lo più incomprensibile ai personaggi europei), oppure, se qualcuno si accorge, se qualcosa traspare, viene liquidata in fretta, sottovalutata, volutamente interpretata nel modo più comodo e conveniente perché il lavoro di tutti possa andare avanti sostanzialmente come prima.

Una bella personificazione di questa sconcertante incapacità di andare a fondo è il personaggio femminile di Agathe, una donna ruandese con cui David intreccia una relazione, molto cruda e fisica, in cui però l’uomo sembra sempre “un passo indietro”, smanioso di capire e controllare e afferrare qualcosa di “definitivo”, ma senza riuscirci mai. Agathe all’inizio del romanzo è una persona assolutamente indifferente alla situazione politica del Paese (la ragazza ha studiato in Belgio, e non desidera altro che tornarci e lasciarsi alle spalle il Ruanda); col tempo, però, anche la donna si lascia coinvolgere dal clima di odio esasperato, “si adatta”, come dice il narratore, come se il massacro finale fosse una conclusione ineluttabile e inevitabile, date le premesse maturate per anni, uno sbocco “naturale”, e ben poco potessero fare i singoli per contrastare questo esito (anche se non vorrei che questa mia frase desse adito a un’interpretazione del genocidio ruandese come una “esplosione” di violenza “tribale”, “istintiva” e incontrollata: da quel che si legge nel libro, infatti, fu tutt’altro: preparata, metodica, organizzata).
Si giunge quindi al fatidico aprile 1994, quando David, con una decisione quasi impulsiva e irrazionale, sceglie di non lasciare il Paese assieme al resto della delegazione svizzera, e assiste così alla fase più intensa della tragedia (i cento giorni del titolo) prigioniero del “fortino” della propria casa.

A scrivere di più su cose che non conosco bene, rischio solo di fare errori. Mi limito a dire che, dal punto di vista di un lettore europeo, la “scossa” che presumo volesse dare questo romanzo è efficace proprio perché David, i suoi colleghi, gli ex colonizzatori ora diventati cooperanti, esprimono quello che pensiamo dovremmo sentire anche noi, tutto ciò che ci sembrerebbe giusto e ragionevole fare in quella situazione… e tutto questo si rivela assolutamente insignificante, o peggio controproducente, nel migliore dei casi ingenuo

Il romanzo si chiude su toni sconfortanti, sottolineando questo senso di incomprensione e fraintendimento, finanche di “derisione” delle effettive capacità di “intervento” che ci illudiamo di avere (vedi l’ultimo incontro fra David e Agathe), oppure al contrario il paradosso di una “acculturazione” fin troppo efficace (l’ordine e la precisione “svizzeri” che finiscono per essere proprio i fattori che più agevolano la metodica ed efficientissima attuazione del massacro, la Ruanda come “Svizzera d’Africa” o la Svizzera “Ruanda d’Europa”?).

Lukas Bärfuss, Cento giorni (trad. Daniela Idra), voto = 4/5

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