Le stanze buie

Entrare in possesso di questo libro si è rivelato una mezza impresa! No, niente di epico, mi sono limitata a fare varie ricerche e vari ordini andati a vuoto on line, ma certo per molti mesi risultava esaurito ovunque e, come sempre, visto che il libro che più vorresti leggere è quello che ancora non possiedi, si stava tramutando in una vera e propria “ossessione”.

La “fortuna” di questo romanzo è stata che ne scoprii l’esistenza quando ancora vivevo in uno stato di beatitudine post Quel che resta del giorno: mi sarei buttata a capofitto su qualsiasi libro promettesse di ricordarmi quel capolavoro, e qui le affinità fra le trame erano, a prima vista, significative. Non siamo nell’Inghilterra degli anni cinquanta ma in Piemonte, nel 1864, ma al centro della vicenda c’è sempre un maggiordomo, severo e impeccabile, che pone grande importanza nello svolgere in modo perfetto il proprio lavoro, esattamente sulla falsariga dell’indimenticabile Mr Stevens (ero quasi sicura che l’opera di Ishiguro fosse stata ben presente all’autrice mentre scriveva il romanzo, e infatti ne ho avuto conferma nei Ringraziamenti finali, in cui viene citata fra le fonti di ispirazione).

Tuttavia è un po’ ingiusto far risalire la mia decisione di comprare l’opera prima di Francesca Diotallevi solo alle presunte somiglianze con Quel che resta del giorno, perché Le stanze buie ha potuto contare anche su meriti propri: per quanto cercassi, non trovavo su Internet neppure l’ombra di una recensione negativa, ma anzi quelle presenti erano letteralmente entusiaste, e sottolineavano altresì che è raro trovare una simile qualità in un esordio assoluto.

Insomma, per questi motivi, difficile reperibilità, suggestioni e somiglianze, consenso unanime, quando finalmente ho avuto il libro l’ho iniziato con impazienza e, forse, con un’aspettativa esagerata che probabilmente ha danneggiato l’esperienza di lettura.

Andiamo con ordine. Come detto, siamo nel 1864 e Vittorio Fubini, maggiordomo rispettabile, abituato a servire nelle migliori case di Torino, si trova costretto a lasciare la città per la campagna perché lo zio, scomparso di recente, nel suo testamento l’ha indicato come suo “successore” nella carica di maggiordomo nella villa del conte Flores. Fubini è assai scontento di doversi andare a “rintanare” nelle Langhe, in una casa che, come scopre subito, è ben lontana dagli standard di “civiltà” cui è abituato. Nella villa abitano il conte Amedeo Flores con moglie e figlioletta, oltre naturalmente ai domestici. L’adattamento alla nuova realtà è inizialmente traumatico, tanto più che ben presto Fubini, che si è sempre vantato della sua freddezza e razionalità, comincia ad avere esperienze inquietanti e misteriose, e a credere che il defunto zio avesse un preciso scopo in mente nel volerlo lì, ma non sarà solo questo a metterlo “in crisi”…

Avviso: la recensione che segue contiene alcuni spoiler. I più macroscopici, così come alcuni dettagli sul finale, sono stati nascosti al solito modo (evidenziate il testo per renderli visibili). Tuttavia, per dare un parere motivato qualcosa dovevo pur dire, e non volevo mettere tutto invisibile. Perciò, chi è interessato a questo libro sappia che rivelerò uno sviluppo fondamentale della trama (oh, comunque niente che un bravo lettore non intuisca già a un quarto del romanzo).

Che dire? Che il romanzo funziona solo a metà. Viene abbozzata un’ambientazione interessante per sfruttarla poi in modo limitato e frettoloso (compiti di un maggiordomo, rapporti servitù-padroni e fra i servitori spariscono o quasi a pagina 100 o giù di lì). Uno dei pregi maggiori di Quel che resta del giorno (ormai non posso farci niente, mi viene naturale fare confronti con quel romanzo) era quanto fosse leeeeeeeeeento (e questa lentezza si misurava in termini di anni), il che rendeva benissimo l’immobilismo, l’immutabilità e la rigidità del suo protagonista. Qui, invece, passano, mi pare, tre giorni, e già praticamente la corazza di Fubini si incrina, e purtroppo con il più trito espediente romanzesco: l’amore che ti cambia e ti rende una persona migliore, ma naturalmente l’amore impossibile e clandestino per non altri che la contessa Flores, oltre all’inaspettato affetto per la deliziosa bambina Nora.

Apriamo una parentesi sulla bambina. Ora, io non ho figli, e non è che abbia tanto spesso a che fare con i bambini, però direi che i bambini sono sì fantastici ma, generalmente, possono anche essere una grande rottura di scatole. Nei romanzi, mai. I bambini nei romanzi sono a-do-ra-bi-li, 24 ore su 24. Questo mi fa tornare alla mente un brillante articolo del blog Sudare inchiostro e uno di Piperno su La Lettura… L’unico esempio che ricordi di bambina che sembrava “reale”, e cioè tanto tenera ma che ogni tanto faceva davvero dei ragionamenti balordi senza né capo né coda, stava più che altro zitta, come conveniva a un bambino dell’800 (ma c’è da dire che, qui, Nora Flores viene educata con metodi più “particolari”), e soprattutto quando parlava non aveva sempre sulla punta della lingua frasette dolcissime o piene di significato nella loro innocenza, è Sophie Rackham, e non a caso cito un personaggio tratto dal mio personale esempio di perfezione fatta romanzo (ormai, sarà venuto a noia ai lettori di questo blog).

Ma la bambina fa la sua parte, alla fine: è un personaggio-chiave nella storia, ma in scena non compare poi molto. No, a “uccidere” la seconda metà del romanzo per me (3 giorni per arrivare di slancio a metà, quasi una settimana per riuscire a finirlo, un paio di capitoli alla volta perché, a esagerare, mi veniva il nervoso) è stata la protagonista femminile. Ultimamente mi avevate vista più tollerante verso le storie d’amore nei romanzi, vero? Beh, questo libro mi ha riportato decisamente all’antico sentire. Nella prima parte inizia dunque l’insopportabile flirt tra maggiordomo e padrona, che mi ha spinto a coniare questo slogan: più fantasmi, meno romance. La seconda è un altrettanto insopportabile lagna continua perché non potrà mai funzionare, quale futuro, lei è la padrona e io solo un maggiordomo, fuggiamo insieme, sono incinta. Ah, Mr Stevens, che cosa ne avresti detto tu, di fronte a questa “intollerabile” mancanza di dignità? 🙂 Sono del parere che per far sì che il tuo lettore si convinca della caratterizzazione del tuo personaggio come rigido e inflessibile, ancorato alle sue certezze, ai suoi doveri, al suo senso del “limite”, ai suoi gesti precisi e metodici, non basta che questi ce lo ripeta continuamente, servirebbe anche che agisse come tale per lo spazio di più di due capitoli. Bisognerebbe poi mettere una “moratoria” sul personaggio della “donna anticonvenzionale” nei romanzi storici: quel che dico non pretende di avere valore universale, ma io, nei romanzi storici, non cerco personaggi con cui identificarmi e che rispecchino necessariamente i miei valori, li cerco… beh, storici. Questa poi ha pure “l’aggravante” di far parte della sottocategoria “donna anticonvenzionale che è pure esperta di profumi/cibi/spezie/sapienza antica e ancestrale ecc. perché è tanto in sintonia con la natura”. Niente, purtroppo non salvo niente di questo aspetto che ha finito per acquistare sempre più preponderanza con l’avanzare dei capitoli: fin dai primi accenni non sono mai rimasta persuasa della verosimiglianza di questa grande passione (ma neppure della sua reale “utilità” per la trama, a dire il vero: non poteva, al limite, bastare l’attaccamento per la bambina a causare il cambiamento nel personaggio di Fubini?).

Certo, poi comunque la classica storia di fantasmi nella vecchia e isolata magione, di anime che non trovano pace, di antiche colpe da scontare, conserva tutto il suo fascino (impossibile sbagliarsi, qui): ed è la parte migliore del romanzo, ma è troppo asservita alla soap opera.

E poi che “modi” sono? 🙂 Mi fai leggere dei capitoli riuscitissimi, terrorizzanti e pieni di tensione sul fantasma della villa, e nell’epilogo il fantasma non entra mai in azione? Il romanzo finisce perché il conte dà fuori di testa, così, all’improvviso? E il finale non riserva poi grandi sorprese: Amedeo Flores, che per tutto il romanzo ci è stato presentato come un uomo molto molto malvagio… guarda caso lo è davvero. E va beh, grazie. E perché poi uccide Fosco (personaggio che si sarebbe dovuto approfondire, secondo me), che senso ha?

Quindi, in poche parole: sì bambini posseduti, camere sempre chiuse a chiave in cui però c’è qualcuno o qualcosa, figure vestite di bianco che compaiono improvvisamente davanti agli occhi, anziane cameriere che sanno più di quanto non dicano… no donne che corrono a piedi nudi per i prati e finiscono fra le braccia del protagonista, no gravidanze inaspettate. Sono dispiaciuta perché, accidenti, facevano veramente paura i capitoli sul fantasma! Ma tutto quel miele, non si reggeva. Se la giovane autrice, che ha già avuto la soddisfazione di ricevere tante belle recensioni, è all’ascolto, non se la prenda se questa è un po’ meno positiva delle altre: sono io, che forse sono troppo difficile da accontentare!

Francesca Diotallevi, Le stanze buie, voto = 2,5/5

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3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

3 risposte a “Le stanze buie

  1. Non me la prendo, non ti preoccupare! Io stessa vedo Le Stanze Buie come una lunga sequenza di cose che, con il senno di poi, si potevano migliorare, del resto è molto raro che qualcosa venga bene al primo colpo (e, per i miei standard, anche al centesimo). Farò tesoro di questo commento per quello che scriverò in futuro, credimi. Solo su una cosa vorrei spezzare una lancia a favore del romanzo: citi Quel che resta del giorno, e va bene, è il romanzo che mi ha ispirato. Le mie intenzioni, tuttavia, non erano quelle di riscrivere Quel che resta del giorno. Io… volevo scrivere Le Stanze Buie. Quindi sì, Vittorio Fubini conserva un eco del mitico (e inarrivabile) mr Stevens, ma le analogie si chiudono qui, per me. Ti ringrazio, comunque, per aver letto e scritto del mio libro, spero che in futuro vorrai darmi un’altra occasione!

    • Ciao,

      senz’altro, infatti volevo dire questo: la fonte d’ispirazione è “Quel che resta del giorno” ma poi, com’è logico, il romanzo prende la sua strada originale. Forse nella mia lettura mi è venuto fin troppo “naturale” accostarli e insistere nel paragone perché, per una coincidenza, avevo letto da poco il libro di Ishiguro e mi era rimasto fortemente impresso. Spero che vorrai continuare sul terreno dell'”horror”, perché quei passi mi sono sembrati efficacissimi, e buon lavoro!

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