Il libro dei libri bugiardi

Nel gruppo Goodreads Italia c’è un gioco chiamato “La parola del mese”, in cui, appunto, ogni mese si sceglie una parola diversa e i partecipanti dovranno leggere un libro che la contenga nel titolo. Come si vede, è molto semplice e senza troppe pretese, non c’è “competizione”, non c’è un vero e proprio “tema”, però mi sembra che piaccia, raccoglie sempre adesioni, e sono contenta perché l’ho inventato io. Qualcuno lo interpreta come un mezzo per scoprire autori o libri sconosciuti, scelti solo perché contengono la parola del mese e che poi, magari, entrano fra i nostri preferiti. Io attribuisco a questo gioco una funzione differente (visto che non sono una lettrice che ama andare “alla cieca”): vedo se fra i tanti libri accumulati negli anni e in attesa ce n’è uno che casualmente contiene la parola prescelta: quello è il “pretesto” per prenderlo finalmente in mano.
Ecco il motivo per cui, visto che la parola di marzo è “bugiardo”, ho iniziato il mese con Il libro dei libri bugiardi, di Melissa Katsoulis, che possiedo dal 2010; evidentemente mi serviva proprio uno “stimolo” in più, perché ricordo di averlo iniziato anche qualche tempo fa, ma dopo poche pagine l’avevo abbandonato. Non credo perché l’avessi trovato particolarmente difficile: è un testo tutt’altro che specialistico, scritto in modo divulgativo da una giornalista, non una storica della letteratura. Probabilmente il problema sarà stato che, malgrado l’argomento stuzzicante (libri il cui contenuto si spaccia per vero, e invece è clamorosamente inventato, o scritti da autori che poi si scoprono fasulli, con intento doloso o per una semplice “burla” ai danni dei critici o dei rivali accademici), non è proprio un testo brillante, e infatti si lascia leggere, si vengono a sapere cose interessanti e/o curiose, ma di sicuro, nelle mie personali classifiche di fine anno, questo libro non si porterà a casa l’Oscar per il miglior saggio del 2014 (sarebbe insomma un classico 3/5, ma vedrete che il voto sarà leggermente inferiore per i motivi che dirò).

Il sottotitolo italiano, “L’avventura millenaria dei falsi letterari” (quello originale invece si tiene più sul vago: “A History of Literary Hoaxes”), è ingannevole: nell’introduzione vengono sì ricordati anche casi più antichi, a cominciare naturalmente dalla celeberrima Donazione di Costantino, ma il resto del libro copre un arco cronologico tutt’altro che “millenario”: si parte dal XVIII secolo, e gli esempi più numerosi sono tratti dalla storia letteraria del XX e dei primi anni del XXI; inoltre, come era forse prevedibile, l’attenzione è puntata quasi esclusivamente sul panorama anglofono. Tra l’altro nell’introduzione si dice che le truffe illustrate nel libro sono “ordinate cronologicamente” (p. 10), poi in effetti non è così (a parte i primi due capitoli su XVIII e XIX secolo), sono disposte per argomento: mah.

A parte il primo capitolo sul Settecento, che in gran parte tratta argomenti già visti recentemente (e trattati in modo più ampio) in The Great Shakespeare Fraud (non potevano infatti certamente mancare gli esempi di James Macpherson, Thomas Chatterton e William-Henry Ireland), il resto del libro è una carrellata tra casi assai celebri, come i Protocolli dei savi anziani di Sion o i falsi diari di Hitler o (in anni recentissimi) l’inesistente J.T. LeRoy, e altri meno noti (almeno a me, o al pubblico italiano) e bizzarri, che oscillano fra la truffa a volte “geniale” e divertente, gustosa e ben architettata, l’inganno spregevole e il “caso umano”, il bugiardo patologico in cerca di attenzione (un indice dei nomi e delle opere sarebbe stato utile). Alla lunga però il tutto si riduce a una compilazione un po’ monotona e arida di casi che per la maggior parte finiscono per assomigliarsi (l’autore si finge quel che non è – viene creduto – il libro ha successo – si scopre la truffa/l’inganno/lo scherzo).

Ecco un po’ di libri di successo che sono in realtà truffe belle e buone o, nel migliore dei casi, raffinati scherzi letterari (Gary): … E venne chiamata Due Cuori di Marlo Morgan, presunte avventure di una donna in viaggio assieme a una tribù di aborigeni australiani, che fece infuriare i suddetti per le sue falsità, L’amore ucciso, di Norma Khouri, che, uscito nel 2002, sfruttò il clima post-11 settembre per raccontare di un presunto “delitto d’onore” in Giordania, Sopravvivere coi lupi, di Misha Defonseca, in cui l’autrice vuol far credere di essere sfuggita bambina ai nazisti ed essere vissuta a lungo nelle foreste con un branco di lupi, anche un libro che vorrei leggere, La vita davanti a sé, che, se oggi appare con in copertina il nome del vero autore, Romain Gary, in origine era creduto opera dell’inesistente Emile Ajar. Mi sono divertita a verificare su Goodreads se effettivamente la comunità dei lettori ne è al corrente: altri titoli si possono trovare qui. Inutile dire che il genere in cui questi esempi più abbondano è quello del misery memoir, “storie vere” strappalacrime di presunte ex vittime della droga o dell’alcolismo, ma non manca neppure chi si costruisce un passato da sopravvissuto alla Shoah (e questo aspetto si può ricollegare a un libro adocchiato tempo fa che sembrava interessante, sul “business” dell’Olocausto… Forse questo? Ma io pensavo a un saggio, quello è un romanzo). Era forse un po’ troppo aspettarsi che l’autrice fosse informata sugli esempi del panorama italiano (penso alle recenti controversie attorno ai nomi di Lara Manni e Nicolai Lilin).

Nel libro è ricordato solo di sfuggita (p. 347) uno spassoso e recente caso di “burla” letteraria, e cioè Atlanta Nights, che invece, rispetto ai tanti altri esempi, aveva più di un elemento di originalità (a cominciare dal carattere di “sfida” lanciata all’editoria a pagamento): mi colpì talmente tanto che quella voce su Wikipedia in italiano la tradussi io dall’inglese.

Desta qualche perplessità la traduzione italiana: non che mi sembri sbagliata, ma ogni tanto c’è qualche sbavatura (o qualche frase che sembra tradotta troppo letteralmente, p. 346). Ad es., a p. 29 nel testo c’è un’interpolazione chiaramente pensata per l’edizione italiana e non originale (si parla dell’opera di Macpherson, Fragments of Ancient Poetry Collected in the Highlands of Scotland, “da noi più noti come Poesie di Ossian, grazie alla traduzione che ne fece Melchiorre Cesarotti”), non è segnalata e poteva anche essere messa in nota, piuttosto che nel corpo del testo. A p. 66 c’è la bizzarra scelta di lasciare il nome di un quotidiano russo e il titolo di un’opera, ugualmente pubblicata per la prima volta in russo, in inglese (cioè così come deve averli scritti Katsoulis, ma che senso ha mantenerli anche nella traduzione italiana, se comunque non sono quelli originali? Allora meglio mettere quelli russi). A p. 119 si parla delle false lettere della prima fidanzata di Lincoln al futuro presidente: invece di riprodurre il testo “originale” in inglese sgrammaticato, c’è… la versione italiana “creativa” (“in italiano suonerebbero più o meno così”: ma chi lo dice?), con un po’ di errori a caso (“il mio quore corre per la felicita…”): di nuovo, che senso ha? Curiosamente, lasciare il testo originale facendolo seguire dalla traduzione è proprio il metodo utilizzato più avanti (e per fortuna) quando si tratta di versi (pp. 152-154, 249, 251, 255, 257, 262, 324), ma non solo, anche per un’altra lettera in cui il testo inglese è significativo ai fini del discorso (p. 362): e allora perché qui sì e lì no?

Capitolo “errori vari”. A p. 107 si legge di un “ex campione di box” (invece che boxe), a p. 114 l’articolo che smaschera questa truffa viene datato 1996, il che è impossibile, infatti è del 2006; già alla pagina dopo (115) è riportata questa dichiarazione dello scrittore smascherato: “Quello solo in quello a cui volete credere” (sic). Eh? La frase originale (lo scopro sempre da Wikipedia) era “What you want to believe you want to believe”, quindi, più o meno, “si crede in quello cui si vuole credere”. A p. 157 si fa confusione con i nomi: la frase “Malley riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città” andrebbe corretta in “Harris riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città”. Più una marea di altri errori sparsi qua e là, parole che mancano, frasi che in italiano suonano un po’ sgraziate (pp. 121, 161, 232, 250, 254, 289, 292…), indice di scarsa cura.

Insomma, sembra che nessuno alla Rizzoli si sia preso il disturbo di rileggere questo libro prima di pubblicarlo.

Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi (trad. Natalia Stabilini, Andrea Zucchetti), voto = 2,5/5

2 commenti

Archiviato in Libri, Saggistica

2 risposte a “Il libro dei libri bugiardi

  1. Enrico

    Il saggio a cui fai riferimento è probabilmente L’industria dell’Olocausto di Finkelstein.

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