Stoner

Stoner, di John Edward Williams, uscito nel 1965 e passato abbastanza inosservato all’epoca, è un romanzo che ha conosciuto una clamorosa “rinascita” grazie alla ripubblicazione in anni recenti.

Avevo un certo timore ad accostarmi a questo libro: se guardate le recensioni in rete vedrete che il consenso è universale, è piaciuto a tutti, anzi, “piaciuto” è troppo poco, per molti questo è un libro bellissimo, un capolavoro. La povera lettrice ignorante che è in me non poteva fare a meno di chiedersi con ansia: “E se lo leggo e a me non piace? Vuol dire che non ci capisco nulla?”. Naturalmente esagero, il termine “ansia” è improprio, ma certo le aspettative erano pompate a mille. L’ho proposto quindi per il gruppo di lettura di Goodreads Italia: leggere in compagnia mi aiuta a scavare meglio e ad analizzare il testo da angolazioni che potrebbero sfuggirmi.

La storia è molto semplice, si esaurisce quasi, a un livello superficiale, già con le prime righe del primo capitolo: William Stoner, proveniente da una famiglia di poveri contadini, cominciò a frequentare l’Università del Missouri nel 1910, si laureò in letteratura inglese e subito dopo cominciò a insegnare, e sempre lì rimase, anno dopo anno, dopo essersi ben presto “bruciato” qualsiasi possibilità di carriera, svolgendo le sue lezioni con competenza e passione ma senza incidere più di tanto nell’ambiente accademico, fino alla sua morte, nel 1956.

La “sfida”, per l’autore e per il lettore, è naturalmente illuminare questa esistenza così “banale” e grigia, “fallimentare”, secondo la nostra idea preconcetta di “eroe da romanzo”, mostrarne l’insospettabile vita interiore, la capacità di resistenza di fronte a una quotidianità che, a volte, ci richiede molto più “eroismo”, o un eroismo più silenzioso ma non meno autentico, di quanto non si creda.

La parabola di questo nuovo Giobbe (leggendo il libro mi è venuto naturale accostarlo al romanzo Giobbe di Joseph Roth, appunto) ha inizio, dopo un’infanzia e un’adolescenza quasi senza storia, assorbite dalla fatica del lavoro in fattoria e dalla solitudine, con l’iscrizione all’università, dove, dopo aver iniziato gli studi di agronomia, Stoner scopre all’improvviso, quasi come una folgorazione inspiegabile e poi mai più messa in dubbio, la passione per la letteratura. E già questa “epifania” improvvisa mi ha causato qualche difficoltà, poiché non si capisce a fondo, come non sono chiari i rapporti fra Stoner e il suo professore e i suoi giovani colleghi, suoi unici amici. Ma ho capito poi che spesso l’obiettivo dell’autore non è spiegare e motivare, ma mantenere il posto che il mistero e l’imprevedibile e l’ineluttabile hanno, comunque, nelle nostre vite.
La storia vira quindi decisamente sul privato del protagonista, che, con una decisione che si rivelerà presto fatalmente sbagliata, si invaghisce di una ragazza totalmente diversa da lui, delicata, assolutamente inesperta della vita, cresciuta in un ambiente ovattato e quasi anestetizzato che l’ha in qualche modo “bloccata” all’infanzia. Stoner ed Edith, questo il suo nome, si sposano, quasi conformandosi a un tracciato per loro “già scritto”, e l’impacciato corteggiamento, l’imbarazzata cerimonia e la penosa luna di miele sono fra i capitoli più coinvolgenti del romanzo.

Ma se la vita privata del protagonista ben presto si avvia verso una china dalla quale sarà impossibile risalire, quella professionale mi è sembrata più complessa, sfaccettata e, a conti fatti, interessante. Devo dire la verità, ho sperato che il romanzo si potesse incamminare anche sul sentiero di una satira amara del mondo accademico e delle sue feroci faide interne: al centro del libro si colloca infatti un capitolo meraviglioso e carico di tensione su… un esame di dottorato, ovvero non proprio il soggetto che immagini ti faccia rimanere col fiato sospeso per pagine e pagine. Eppure, il duello tra Stoner e un suo collega, anch’egli dalle motivazioni spesso incomprensibili e sfuggenti, è forse il punto più alto dell’opera, forse perché è quanto di più simile a una “ribellione” che il protagonista mette in atto. Peccato però che poi questo filone non sia adeguatamente approfondito, secondo me, o meglio sia trattato non con l’intento satirico e pungente che avevo immaginato.

I problemi, per quanto mi riguarda, sono cominciati quando nella composta “tragicità” di questa vita silenziosa e sofferta si sono infiltrati tocchi di melodramma. Sì, tanto per cambiare ce l’ho con la storia d’amore fra uno Stoner ormai maturo e una sua studentessa, ma anche con l’estremizzazione della caratterizzazione della moglie come un’implacabile e sadica torturatrice, e con l’estraniamento della figlia, insomma, quando il carico di pene di questo “nuovo Giobbe” ha smesso di ispirarmi partecipazione e compassione. E la stoicità del protagonista finisce per sembrare poi, a ben vedere, persino stolida, controproducente e ingiustificata: è chiaro che Stoner soffrirebbe se dovesse rinunciare all’insegnamento, e ancora di più se il divorzio lo allontanasse irrimediabilmente dall’amata figlia. Ma, proprio alla vigilia della definitiva separazione da Katharine, alla fine non sembrano neppure quelli i veri motivi che lo costringono a quella rinuncia. E allora, c’è qualcosa che conti veramente per lui?

Tanti estimatori di questo romanzo hanno definito Stoner un personaggio indimenticabile, che non si può non amare, pur nelle sue continue sconfitte. Non so, io di Stoner non mi sono innamorata. Potevo simpatizzare con Stoner fintanto che le sue rinunce e i suoi errori apparivano come il risultato di tentativi falliti ma comunque coraggiosi, ma non ho più trovato questa “esemplarità” nella seconda parte del libro. Lo posso capire, posso anche arrivare ad identificarmi, a riconoscere nella sua debolezza un riflesso della mia: ma non posso dire di “amare” un personaggio così, come non amo la mia debolezza. A un certo punto, dalla com-passione si passa all’irritazione, alla rabbia, al disprezzo (che è quasi un “auto-disprezzo”, se vogliamo).
Paradossalmente, se parliamo di personaggi, sembra quasi più “ammirevole”, anche se in negativo, la combattività testarda e insopprimibile del prof. Lomax: è un’esagerazione, naturalmente, visto che costui si dimostra alla fine quasi fanatico e ottuso nella difesa delle proprie convinzioni, e oltre tutto crudele.
Meno interessanti i due personaggi femminili principali, moglie e amante di Stoner. La prima, a dire il vero, all’inizio è affascinante nella sua situazione disperata di vittima/aguzzina, ma poi l’autore, che le aveva dedicato alcune pagine di introspezione, a un certo punto rinuncia a indagarne le motivazioni, e la riduce, come ho detto, a implacabile e, spesso, incomprensibile nemica del protagonista, punto. La seconda, fin dalla sua prima apparizione, ha chiaramente scritto in fronte love interest, perciò è presentata come una specie di “anima gemella” del protagonista, quasi un suo riflesso, e non spicca mai per sé.

“Cosa ti aspettavi?”, si chiede Stoner nel momento di fare un consuntivo della sua vita. In effetti, potevo rivolgermi anch’io la stessa domanda una volta finito il libro: mi sembra che mantenga tutto quello che promette. Come tante altre esistenze, anche quella qui narrata è fatta di alcune scelte giuste, come quella di dedicarsi alla letteratura e poi all’insegnamento, e tante altre sbagliate o non affrontate, che fra loro si compensano, si compenetrano fino a dare come risultato 65 anni di vita. Ma mi ha colpito un brano verso la fine: il “grigio” Stoner, nell’approssimarsi della morte, riesamina il suo percorso e… anche se sulle prime lo considera un fallimento, come è tentato di fare anche il lettore, in fondo, poi, quasi si corregge: c’è una forza che l’ha sempre spinto, in tutte le sue azioni (o non-azioni), in tutte le sue scelte (o non-scelte), ed è l’amore. Forse è un invito, anche per il lettore, a non giudicarlo. E quindi forse la dicotomia “piaciuto/non piaciuto” è qui poco adatta, forse Stoner bisogna piuttosto “capirlo” (no, non mi è molto chiaro quello che voglio dire: è ciò che succede quando tento di scrivere recensioni “di un certo livello”).

John Edward Williams, Stoner (trad. Stefano Tummolini), voto = 3,5/5

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