Qui non ci sono bambini

In occasione della Giornata della Memoria, ho letto questo volumetto che avevo acquistato ormai da un paio d’anni, e di cui appresi grazie a questo articolo sul Corriere della Sera (tra l’altro proprio in questi giorni, sempre per Einaudi, è uscita un’altra testimonianza di una bambina sopravvissuta ad Auschwitz, Il diario di Helga).

Per questo libro penso che parlino meglio di me la biografia del suo autore, e un link ai suoi disegni (vedi più avanti) su Google Images. Thomas Geve nacque nel 1929 a Stettino; nel 1935 si trasferì a Berlino con i genitori. Nel 1938 suo padre fu costretto a emigrare a Londra, da dove cercò, inutilmente, di farsi raggiungere anche da moglie e figlio. Ma le cose andarono diversamente. Nel 1943 Thomas e la madre vennero deportati ad Auschwitz; la madre non ne uscì viva. Thomas invece, che aveva solo 13 anni ma, per sua fortuna, ne dimostrava di più, scampò alla prima selezione (quella che destinava tutti i bambini e gli inabili al lavoro direttamente alle camere a gas) e resistette per due anni nel campo di concentramento. All’inizio del 1945, nel corso di una delle famigerate marce della morte, venne trasferito a Buchenwald con gli altri detenuti. Lì, l’11 aprile, arrivarono i soldati americani liberatori. Thomas aveva 15 anni, era uno dei più giovani sopravvissuti. In un centro di assistenza per bambini vittime della guerra in Svizzera, nell’attesa di raggiungere il padre in Inghilterra, per raccontargli la sua esperienza, non riuscì a usare le parole. Si servì dei disegni: usò il retro di tanti moduli della documentazione del campo lasciata indietro dalle SS e schizzò tante scenette, con uno stile infantile e, proprio per questo, potentemente espressivo: la sua vita, giorno per giorno, l’arrivo, la disinfestazione, gli appelli, le baracche, il lavoro, le punizioni, la fame, la marcia finale, la liberazione.

Non a caso Thomas, da adulto, diventerà un ingegnere: nei suoi disegni colpiscono l’attenzione per le costruzioni, la precisione nel delineare mappe, scale e distanze, oltre che la memoria spaziale del bambino, che disegnava a posteriori. Tutto questo sforzo “organizzativo” e regolatore mi è sembrato anche una prova della sua intelligenza e (anche se quasi mi vergogno, dall’alto non so di che, a pronunciare giudizi su un ragazzo che ha vissuto quell’inferno) della sua grande forza di volontà, del fatto che si sia mantenuto sveglio, vigile, attento, vivo.

A questo genere di libri si dà un “voto” che non può non tener conto più di tutto del valore di testimonianza, della sofferenza che c’è dietro. Ho però qualche perplessità sull’edizione italiana: a parte le didascalie esplicative che Geve ha aggiunto anni dopo, i disegni sono fitti di annotazioni: la gran parte di queste è stata tradotta, ma non tutte (ad es., qui, solo una parte di questo “alfabeto di Auschwitz”): io me la sono cavata abbastanza bene col poco tedesco che conosco, ma forse sarebbe stato meglio darne una traduzione integrale.

Thomas Geve, Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz (trad. Margherita Botto), voto = 4/5

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