The Great Shakespeare Fraud

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Di questa vicenda, romanzesca ma assolutamente vera, sono venuta a conoscenza grazie a una serie di post nel pregevole blog “Senza Errori di Stumpa”: prima puntata, seconda puntata, terza puntata (tra parentesi, l’autrice del blog è molto più competente di me in materia di Shakespeare, epoca elisabettiana e letteratura inglese in generale, perciò, per avere informazioni anche più dettagliate di quanto scriverò qui di seguito, vi rimando ai suoi articoli, oppure trovate nel testo i link a Wikipedia).

È la storia di un ragazzo di circa diciott’anni, William-Henry Ireland, figlio illegittimo di Samuel Ireland: o almeno, così pare, perché nessuno si dette grande premura di chiarirgli le sue origini: è certo che quella che molto probabilmente era sua madre e Samuel Ireland convivevano da tempo, e agli occhi di tutti lui e le sue due sorelle erano figli di Samuel. Questa incertezza sicuramente influì sull’indole del giovane, timido, silenzioso e poco propenso allo studio, tanto che ben presto tutti, e in particolare il padre, si abituarono a considerarlo poco sveglio, anzi, decisamente scemo. Niente avrebbe reso William-Henry più felice del fatto di sentirsi amato e apprezzato dal padre, che invece, dalle pagine del saggio, non sembra fosse molto incline a considerare altri che se stesso. Samuel Ireland era un pittore e incisore, amava frequentare il bel mondo delle lettere e della piccola nobiltà, e soprattutto era un appassionato collezionista, ma con scarso senso critico: i suoi interessi andavano dall’opera d’arte di un certo gusto alla curiosità stravagante, all’oggetto divenuto “reliquia” perché appartenuto a questa o quella celebrità del passato. Fra i suoi numi, il primo posto spettava a William Shakespeare, che proprio in quella seconda metà del Settecento viveva un periodo di grande fortuna critica, e vedeva iniziare il suo “culto”. Se William-Henry non viveva che per ricevere un giorno un po’ d’amore da quel padre del tutto distante e indifferente, il sogno di Samuel era arrivare a possedere qualcosa scritta dalla mano del suo mito. Il giovane si convinse quindi che l’unico modo perché il padre lo notasse, per farlo felice, per rendersi meritevole ai suoi occhi, era esaudire questo suo desiderio. E si mise a produrre falsi autografi di Shakespeare.

Domanda: tutto qui il retroscena di questa maxitruffa passata alla Storia? Sì! Incredibile, no? Nel dicembre 1794 William-Henry salta fuori dicendo di aver trovato casualmente nella casa di un vecchio gentiluomo suo amico un autografo di Shakespeare, falsificato di sana pianta: un pezzo di carta antica, dell’inchiostro “invecchiato” con qualche trucco, una scrittura arzigogolata e quasi illeggibile e un inglese ridicolmente ed esageratamente antiquato, e l’avventura ha inizio. Samuel è pazzo di gioia, e William-Henry soddisfatto e compiaciuto: per la prima volta, ha fatto qualcosa di buono agli occhi del padre. Visto che è stato così facile, perché non continuare? Astutamente il giovane cominciò con documenti brevi, facili e poco impegnativi, come ricevute di pagamenti, contratti (lavorando in uno studio legale, il ragazzo poteva agevolmente prendere la carta da antichi documenti e copiare i formulari dell’epoca, e praticamente gli rimaneva solo da aggiungere il nome di Shakespeare; a giudicare dalla mole di falsi che produsse, inoltre, non doveva avere tanto lavoro da fare in ufficio!); poi, a causa delle continue pressioni del padre, freneticamente desideroso di avere la sua “dose” quasi quotidiana di nuovi cimeli, e che non fossero solo “aridi” documenti contabili, nonché della sua stessa crescente esaltazione nel vedere che nessuno scopriva l’inganno, in una spirale quasi autodistruttiva iniziò ad annunciare e produrre falsi sempre più elaborati: una lettera di Shakespeare alla moglie, il manoscritto di King Lear e, infine, addirittura una tragedia inedita, Vortigern, chiaramente scritta da lui dal primo all’ultimo verso.

La cosa stupefacente è che William-Henry, che certo non era un esperto del Bardo, nel fabbricare i suoi falsi incorse in una serie di madornali sviste, errori di cronologia, incongruenze, anacronismi, eppure nessuno sollevò alcuna obiezione: giocò forse a favore del ragazzo la paura di mettersi contro la corrente (“se tanti hanno già dichiarato che i documenti sono autentici, che figura ci faccio a dire il contrario?”), oppure non si fece caso agli errori perché il “suo” Shakespeare era più congeniale al gusto del Settecento (Ireland, ad esempio, nel presunto manoscritto di King Lear, “ripulì” il testo dalle espressioni volgari, nei documenti presentò il poeta come un uomo eccezionale sotto tutti i punti di vista, insomma fabbricò una versione “migliore” in cui tutti desideravano credere), o persino, paradossalmente, gli stessi errori furono portati a difesa dell’autenticità delle carte: in fin dei conti, un falsario si sarebbe documentato a fondo e non avrebbe mai commesso sviste così clamorose! La truffa andò avanti dunque per mesi, uscì dal ristretto circolo familiare e attirò a casa Ireland sempre più numerosi cultori del poeta, letterati e personaggi in vista: durò tanto a lungo, forse, proprio perché era troppo incredibile per essere anche solo concepita. Innanzi tutto, sebbene non mancassero esempi, anche recenti, di falsari (il celebre James Macpherson, ma l’autrice ricorda anche il meno conosciuto Thomas Chatterton, che fra l’altro aveva in comune con Ireland la giovanissima età), una cosa era inventarsi oscuri poeti gaelici o medievali e fabbricarne di sana pianta le opere (come appunto avevano fatto i due sopra citati), non sarebbe stato poi impossibile farla franca, un’altra osare lo stesso con un grande della letteratura, il più grande anzi, conosciutissimo e ammiratissimo. Assurdo pensare che vi fosse qualcuno capace di rischiare tanto! E poi, povero William-Henry, l’altro motivo per cui fino all’ultimo nessuno sospettò del ragazzo che continuava a fare una scoperta eccezionale dopo l’altra era che lo consideravano tutti talmente scemo che mai l’avrebbero ritenuto in grado di architettare un imbroglio di così vasta scala!

Incredibile, bizzarra, romanzesca e a tratti comica quanto si vuole, la storia di William-Henry Ireland è in realtà anche piuttosto triste: si pensi alla fitta corrispondenza tra il padre Samuel e il fantomatico “Mr H.”, il vecchio gentiluomo di cui il ragazzo diceva di essere diventato amico e nella cui casa erano avvenuti tutti i miracolosi ritrovamenti. Le lettere di Mr. H, ovviamente false, erano l’unico, disperato modo in cui William-Henry osava comunicare, persino qua e là accennando velatamente alla verità, col genitore: tramite questo “amico immaginario”, tanto prodigo di lodi per il suo talento, tentava di suscitare un po’ di affetto e apprezzamento nel padre Samuel, che rimase, ahimè, cieco e sordo di fronte a queste patetiche “richieste di aiuto”, fissato piuttosto sul proposito di arricchire la sua collezione o di lanciare il business che stava mettendo su attorno ai documenti “scoperti” dal figlio.

Non si può dire che Ireland sr si sottraesse alle verifiche: i documenti erano esposti nella sua abitazione e chiunque poteva vederli (anzi, grazie al pagamento di un biglietto Samuel ci guadagnava anche qualcosa). Beh, non proprio chiunque, in effetti: al maggior studioso di Shakespeare dell’epoca, Edmond Malone, non fu mai permesso di esaminare la collezione, chissà perché (forse Samuel non era poi così sprovveduto come potrebbe sembrare). Già in partenza scettico, e ora anche piuttosto offeso, Malone dovette aspettare fino alla fine del 1795, quando i manoscritti vennero trionfalmente pubblicati: acquistato il volume, si mise ad esaminarlo per trarne le sue conclusioni sull’autenticità o meno dei manoscritti. Si aspettava di dover fare un esame difficoltoso e lungo, si rese invece conto che il suo lavoro era… fin troppo facile per la quantità spropositata di incredibili errori e assurdità che balzarono immediatamente agli occhi del critico: Malone pensava di scrivere un rapido opuscolo, ma talmente tante erano le obiezioni che si potevano sollevare che pubblicò invece un volume di circa 400 pagine in cui faceva a pezzi impietosamente ogni pretesa di autenticità della collezione di Ireland.
Già da prima che Malone mettesse la definitiva pietra tombale sulle speranze di Samuel, comunque, dopo il primo periodo in cui, se mai qualcuno era rimasto non del tutto convinto, si era però guardato bene dal parlare, il dubbio aveva cominciato a farsi strada e, all’inizio del 1796, era esploso: la stampa andò a nozze con questa stuzzicante controversia, con una serie di attacchi degli scettici, contrattacchi dei credenti, parodie, canzonature, vignette, caricature, che culminarono nella “memorabile” (e unica) messa in scena di Vortigern il 2 aprile 1796. La credibilità dei manoscritti era ormai precipitata: William Henry, per non mettere in difficoltà il padre, che da tutti venne additato come il vero responsabile della truffa, confessò tutto scagionandolo… Non gli credettero, e soprattutto non gli credette il padre, che continuò disperatamente, irragionevolmente, incredibilmente a considerare autentici i documenti e a insistere col figlio perché questo misterioso “Mr H.” si facesse avanti e uscisse dall’anonimato, confermando la sua versione. La famiglia Ireland uscì a pezzi da questo disastro: padre e figlio ruppero tutti i rapporti, e per lo stress Samuel morì di lì a poco, nel 1800. Insomma, l’unico scopo che William Henry si era prefisso quando aveva iniziato a produrre falsi, e cioè farsi amare dal genitore, non fu mai raggiunto. Consola un po’, comunque, venire a sapere della sorte successiva di William Henry: il ragazzo venne fuori meglio dallo scandalo e, spiace dirlo ma sembra questo il caso, la morte del padre forse lo “liberò” da questa presenza tanto opprimente; lasciò Londra e visse a lungo in Francia, si sposò due volte e soprattutto proseguì la carriera di “scribacchino” con una produzione letteraria alquanto torrenziale, che spaziava dal romanzo alla poesia, dalla biografia agli scritti di argomento politico. Morì nel 1835.

Con un argomento così, sfido chiunque a scrivere un brutto libro: infatti, il saggio della Pierce, se anche forse non dirà nulla di nuovo all’esperto, è accessibile e godibilissimo, soprattutto per chi, come me, non sa granché della biografia di Shakespeare (anzi, sembra essere stato pensato proprio per un pubblico non esperto, vedi anche i riquadri di approfondimento stile libro scolastico).

Patricia Pierce, The Great Shakespeare Fraud, voto = 4/5

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