The Horror! The Horror!

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Il primo libro del 2014 era sulle allucinazioni; questo è sui fumetti dell’orrore americani dei primi anni Cinquanta, ed è ricchissimo di illustrazioni pop-splatter-trash. Se consideriamo che come prossimo libro, ora, sono tentata di iniziare Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri, di Mary Roach, ce n’è abbastanza per farmi venire gli incubi!

Scherzi a parte, questo The Horror! The Horror! (sottotitolo: Comic Books the Government Didn’t Want You to Read!), di Jim Trombetta, visto nella libreria di una “vicina” di Goodreads, è in realtà un saggio molto serio che analizza un genere popolarissimo, i suoi temi predominanti e la sua arte, e soprattutto i motivi per cui a un certo punto venne energicamente combattutto dal governo americano fino all’imposizione di una rigidissima censura, il “Comics Code”, datato 1954. L’autore ha inoltre pescato dalla sua collezione e riprodotto nel volume tantissime copertine di giornaletti oggi rarissimi, di cui potete immaginare il kitsch assolutamente irresistibile (alcuni esempi si possono vedere in questa recensione di un utente di Goodreads, anche se è possibile che il link sia accessibile solo a chi è iscritto al social network: un’alternativa qui), nonché alcune storie nella loro interezza.

Fumetti e riviste quali Weird Tales of TerrorHorrific, Uncanny Tales, Haunted Thrills e via dicendo erano fra gli svaghi più popolari e diffusi tra i ragazzini americani dell’immediato dopoguerra: ben presto però risvegliarono l’attenzione preoccupata di psicologi e politici, finché, appunto, non si decise di regolamentare il settore. Tra le prescrizioni, che a noi ora suonano quasi ridicole ma che piombarono tra capo e collo su tutta una schiera di operatori del settore, che oltre tutto si ritrovarono anche a essere additati e accusati dalla Commissione governativa apposita quali “corruttori della gioventù”, il divieto di usare le parole Horror e Terror nei titoli, il divieto di rendere in modo minimamente attraente o simpatico i cattivi o di presentare situazioni che potessero suscitare “sfiducia” nella legge o nelle forze dell’ordine, l’obbligo del lieto fine nelle storie (!). In teoria, i dettami del Comics Code non erano tassativamente vincolanti, ma gli edicolanti e i rivenditori si rifiutavano di esporre i giornaletti che non vi si attenevano, per cui, di fatto, per delle pubblicazioni che, non dimentichiamolo, erano sì forme d’arte ma anche, anzi soprattutto, operazioni commerciali (lo scopo era vendere!), vi era ben poca scelta.

Come in tutti i casi di censura, emerge “in negativo” che le copertine, le illustrazioni, le storie di queste pubblicazioni andavano a toccare, in modo consapevole o meno (forse uno degli aspetti che mi ha meno convinta del saggio è stato caricare fin troppo e in modo generalizzato di intenzionalità i messaggi reputati “pericolosi” trasmessi da queste riviste), nervi scoperti della società del tempo, come naturalmente la paura dell’olocausto nucleare, la divisione in blocchi e la paranoia anticomunista (“Dungeon of Doom”, pp. 37-41), traumi non ancora elaborati, come gli orrori, da poco emersi, della Shoah, ma anche altri tragicamente attuali, come la guerra di Corea, in cui forse per la prima volta vennero impiegati (o si iniziarono a conoscere) tattiche e armi da “film dell’orrore” (come l’uso del napalm, o le torture fisiche e psicologiche sui prigionieri), e così pure incubi più quotidiani e casalinghi come la realtà delle discriminazioni razziali (emblematico l’esempio citato alle pp. 273-274; inoltre, alle pp. 266-271, una rarità: una storia, riprodotta integralmente, di uno dei pochi artisti afroamericani dell’epoca, “Some Die Twice” di A.C. Hollingsworth, che si svolge su una nave negriera), la violenza domestica (specie sui bambini), fame e povertà (che stridevano troppo con l’immagine esaltante e vittoriosa della nazione più potente del mondo). Questo non vuol dire che tutti i fumetti contenessero messaggi progressisti troppo scomodi per l’autorità, anzi: alcuni erano sicuramente capolavori di satira (la società degli zombie della storia “Corpses … Coast to Coast!”, alle pp. 193-198!), ma più spesso i racconti solleticavano infantilmente gli istinti e i pregiudizi più beceri. Il problema era, però, che osavano trattare, scopertamente o dietro la metafora del fantastico o l’immagine del vampiro e del lupo mannaro, con una violenza inedita, e a un pubblico considerato “innocente”, argomenti che si preferiva piuttosto sottacere che affrontare.

Vero è che, forse, l’egemonia dei fumetti, e dei fumetti del terrore in particolare, avrebbe comunque dovuto cedere, prima o poi, di fronte all’avanzata di nuovi media, come la televisione, ma sicuramente il Codice ne accelerò la fine. D’altra parte, quella dei censori fu una vittoria molto effimera, proprio perché gli stessi temi, la stessa “sfacciataggine” nella raffigurazione della violenza e nel trattamento di temi politicamente scorretti sarebbero riemersi, di lì a poco, proprio in cinema e televisione.

Interessante il parallelo dell’autore fra l’atteggiamento del governo USA negli anni Cinquanta e quello post 11 settembre 2001, caratterizzato, mutatis mutandis, da una svolta a 180°: allora, si scelse di pacificare l’opinione pubblica tentando di eliminare, anestetizzare, infiocchettare qualsiasi riferimento o accenno alle paure più comuni dei cittadini, alle emergenze sociali. In anni più recenti, invece, l’orientamento è stato quello di tenere costantemente alto il livello di allarme nella “guerra al terrore”, di attizzare, più che smorzare, la paura.

Al saggio in sé va un voto di 3,5: ma nel giudicare questo libro grande peso devono avere, ovviamente, la parte grafica, la confezione, l’apparato iconografico, che ne fanno un oggetto prezioso e bellissimo. E poi, le storie che sono riprodotte nella loro interezza! Alcune davvero inquietanti e spaventose e geniali e consapevolmente provocatorie, altre godibili proprio perché ridicolmente, sfacciatamente trash. E in più, in allegato c’è anche un DVD con un documentario televisivo andato in onda il 9 ottobre 1955 (una puntata del programma Confidential Files, condotto da Paul Coates) che mette in guardia contro l’influenza perniciosa dei fumetti sui ragazzini (paradossalmente sembra di guardare una delle esilaranti parodie del genere che si vedono negli episodi dei Simpson… ma questo è vero, oltre che più spaventoso dei fumetti stessi. Tra l’altro, come nota l’autore, è anche fuori tempo massimo perché i fumetti dell’orrore sono già stati banditi l’anno prima)! Solo un appunto: ma è obbligatorio che la “firma prestigiosa” di turno scriva i propri pensierini nell’introduzione? L’editore è così convinto che questo renda ancora più appetibile il suo libro? Qui si tratta di R.L. Stine, famosissimo anche in Italia per la serie dei Piccoli brividi: è un nome che sicuramente ha attinenza col tema trattato, ma nella paginetta di introduzione si limita a dire, in tono spiritoso, che da ragazzino a lui e ai suoi amici piacevano molto questi fumetti, e che a un certo punto scomparvero dalle edicole, ma che nessuno di loro ha mai risentito della loro presunta “nefasta” influenza nella vita adulta. E quindi? Magari se avesse approfondito un po’ sul modo in cui queste precoci letture hanno influenzato la sua opera di scrittore sarebbe stato più interessante.

Jim Trombetta, The Horror! The Horror!, voto = 4/5

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4 commenti

Archiviato in Libri, Saggistica, Varia

4 risposte a “The Horror! The Horror!

  1. ang

    “Al saggio in sé va un voto di 3,5: ma nel giudicare questo libro grande peso devono avere, ovviamente, la parte grafica, la confezione, l’apparato iconografico, che ne fanno un oggetto prezioso e bellissimo”, e infatti mi è venuta voglia di leggerlo. Slurp!

  2. Pingback: Statistiche del 2014 | libri ... e basta

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