Gli Oscar del 2013 – Premiazioni

Avevo già questa impressione, e ora la matematica la conferma: il 2013 non è stato un anno di letture eccezionali. La media voto è 2,95 (su 5), cioè sotto la sufficienza, sia pure di pochissimo. Di libri bruttissimi ce ne è stato solo uno (e mezzo), ma è stato soprattutto il consistente numero di libri “così così” o deludenti o “senza infamia e senza lode” a causare questo risultato negativo. D’altra parte, non ho neanche dato a nessuno il massimo dei voti (però 3 libri ci sono andati vicino, con 4,5/5)

Prima di iniziare coi “premi”, una nota a margine: mi fa piacere aver finalmente terminato, nell’anno del bicentenario della nascita del compositore, la lettura “pluriennale” dei quattro volumi di The Life of Richard Wagner di E. Newman (non conteggiati a fini statistici). Era uno dei “buoni propositi” di inizio 2013, rispettato.

– Libro migliore del 2013

I “primi della classe”, come dicevo sopra, quest’anno sono stati tre: Maurice, di E.M. Forster, Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro, e Brokeback Mountain, di Annie Proulx, quest’ultimo proprio fresco fresco, letto il 31 dicembre. In teoria ora dovrei essere in difficoltà nell’assegnare il premio, invece non ho dubbi: bellissimi tutti, ma come mi ha tenuto inchiodata alle pagine (pur parlando apparentemente di cose noiosissime come il modo migliore di lucidare l’argenteria!) e mi ha fatto versare calde lacrime come Quel che resta del giorno, non c’è riuscito nessun altro.

Certo, non è che sia una terna molto “allegra”! Almeno uno dei tre però non finisce malissimo, dai. Cito altri bei titoli (li ritroveremo anche in altre categorie): The Complete Brandstetter, più come “esperienza” che come qualità dei singoli romanzi in sé, The Italian Boy, Pyongyang, North and South, I cani di via Lincoln.

– La gradita sorpresa del 2013

Qui facciamo una piccola precisazione: la “sorpresa” non è semplicemente un autore mai letto prima. Prima di quest’anno non avevo mai letto né Borges né de Amicis, ma entrambi non sono per nulla perfetti sconosciuti. Tanti degli autori di quest’anno erano nomi nuovi per me, ma questa categoria va interpretata nel senso che non devono solo rivelarsi sconosciute “meteore”, ma anche lasciare il segno, invogliarmi a riprendere in mano qualcosa scritto da loro in futuro. E allora, vista così, sono più numerosi quelli che ho voluto “sperimentare” e che mi hanno deluso, purtroppo (alcuni esempi: forse per la Allen di The Only Gold non si può proprio parlare di fallimento, ma mi aspettavo meglio, Zeise con L’Armada, Harwood con The Seance, Tenino con Too Stupid to Live, Holeman con The Linnet Bird, Esquivel con La voce dell’acqua, Baker con L’Ambasciatore di Marte alla corte della regina Vittoria…). Venendo invece ai pochi ma buoni, sono stata un po’ indecisa se premiare Pyongyang di Guy Delisle che, suggerito dai consigli automatici di Goodreads, mi ha “folgorata” dopo aver sfogliato poche pagine in libreria, o Miami Blues di Willeford, primo di una serie che proseguirò, però… però devo essere onesta: come opere sono di qualità migliore, ma non mi hanno piacevolmente “stupito” quanto… un romanzetto rosa, letto in due mezze giornate sotto l’ombrellone: Pricks and Pragmatism, di J.L. Merrow. È stata, dunque, una sorpresa, perché di fronte a questo tipo di romanzi, dall’anno scorso, non faccio più la snob, qualcheduno mi stuzzica, lo leggo e lo gradisco, ma non mi illudo mai di trovarci il “capolavoro”: e invece questo qui, nel suo piccolo (vale anche per le dimensioni, in realtà è più un lungo racconto che un romanzo), è un gioiellino, che riesce a evitare gran parte delle solite formule del genere e si fa apprezzare per l’originalità, la leggerezza, con cui però tocca temi anche seri, e la “positività”.

Curiosità: una delle scoperte dell’anno scorso, Georgette Heyer, nel 2013 non si è confermata ma ha anzi piuttosto deluso (The Grand Sophy), ma forse per lei non è detta l’ultima parola.

– Miglior opera di narrativa italiana contemporanea

Gli autori italiani non sono andati male, tutto sommato: certo, niente per cui gridare al miracolo, ma è questa d’altra parte la tendenza generale del 2013, come detto. Carini I funeracconti e Amore e ginnastica, niente male La chimera, La puttana del tedesco, Principessa e La setta degli angeli, un gradino più su Mabel dice sì e Tentativi di botanica degli affetti, mentre purtroppo mi ha un po’ deluso Le api randage (colpa di un confronto impossibile con un’altra opera dello stesso autore), ma il vincitore è una lettura recente, I cani di via Lincoln di Antonio Pagliaro: sono particolarmente contenta perché mi ha dato la possibilità di “rivalutare” un autore che rischiavo di accantonare a causa di una sua precedente prova infelice (sempre e solo secondo il mio personale giudizio, ovviamente).

– Miglior opera di narrativa straniera contemporanea

In realtà il risultato qui sarebbe scontato, visto che l’ho già premiato come Libro dell’Anno: Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro. Se però vogliamo escludere quest’ultimo, in teoria dovrei premiare i due che più gli si sono avvicinati, Maurice o Brokeback Mountain… Però, che ci posso fare, c’entrerà anche la soddisfazione di essersi accaparrata un libro “raro”, quella specie di “affetto” che si instaura fra lettore e personaggio quando questo è ben costruito e lo si accompagna per tanti romanzi e tante storie, ma a me va di premiare “in blocco” tutta la serie di Brandstetter di Joseph Hansen. E così Dave si aggiudica anche questo dopo il premio “Miglior sorpresa 2012”! Nel 2014 dovrò sforzarmi di pensare a qualcos’altro.

– Miglior opera di saggistica

Facile, The Italian Boy, di Sarah Wise: scorrevolissimo e appassionante come un romanzo, con quel gusto anche del “macabro” e dell’indagine, spaziando però attraverso tanti temi e spunti.

Scelta facile, dico, perché gli altri saggi al massimo non sono andati oltre un onesto 3/5: un po’ meglio solo Mrs Robinson’s Disgrace e Psicopatologia della vita quodidiana. Quest’anno il mio interesse per alcune settimane si è catalizzato su la spedizione di Cortés e la fine dell’impero azteco: purtroppo però nessuna delle opere che ho letto “merita” il premio di miglior saggio: per un motivo o per un altro mi sono tutte sembrate più o meno carenti: spero nei prossimi libri che leggerò in futuro sull’argomento.

– Miglior classico

Più o meno significa “romanzo ‘famoso’ di qualche secolo o decennio fa”, anche se il limite cronologico non mi è molto chiaro (ci metto Borges e non La notte e la città, che pure sono più o meno coevi, per dire). Devo avere inconsciamente qualcosa contro Forster, perché neanche qui Maurice riesce a spuntarla: forse, più seriamente, sconta il fatto di essere una lettura di qualche mese fa, e quindi meno fresca nella memoria di North and South di Elizabeth Gaskell, che si è rivelato insospettabilmente “moderno” e che ha soddisfatto, senza annegarlo nella melassa, anche il mio lato più romantico, che ultimamente tende a venir fuori sempre più spesso.

Fra gli altri, godibilissimo e giustamente famoso Treasure Island, probabilmente non compreso e trattato in modo un po’ troppo severo L’Aleph; invece, niente di che, secondo me, un classico popolarissimo ai suoi tempi e anche oggi, The Woman in White.

– Il peggio…

Ah ah, non ci devo pensare neppure un secondo: Gli Schwartz, di Matthew Sharpe, che libro orribile! Una pena andare avanti anche solo di poche righe. In confronto a quello, persino un libro brutto come Dove nessuno ti troverà sembra decente.

Molto staccati, perché non raggiungono certo i livelli di questi due “campioni”, ma comunque insufficienti La voce dell’acqua, The Grand Sophy (che delusione dopo la scoperta Cotillion del 2012!), L’Ambasciatore di Marte alla corte della regina Vittoria, Miss Lonelyhearts (che tanti giudicano un capolavoro: mah!). Certo, almeno loro erano leggibili, però, a differenza del nostro “vincitore”.

3 commenti

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3 risposte a “Gli Oscar del 2013 – Premiazioni

  1. Io “Quel che resta del giorno” l’ho messo tra i peggiori…
    Non che sia scarso, o scritto male, ma le prime 230 – 240 (?) pagine si potevano ridurre drasticamente… Io mi sono obbligata a finirlo, ma più volte l’avrei voluto abbandonare. Troppe, troppe parole per un autore che in altre occasioni non mi è dispiaciuto affatto, ma qui l’ho trovato veramente prolisso. Con il finale si è riscattato di molto, quello vale da solo tutto il libro.

    • Ah sì? Via da questo blog!!! Scherzo! 😀 In realtà a me è sembrato che proprio questo fiume di parole fosse un altro modo, per il narratore Stevens, per impedirsi di guardare finalmente ai nodi irrisolti della sua esistenza. Insomma tutto quel libro mi sembra coerentemente e meravigliosamente costruito alla perfezione. Ora vado a vedere se posso renderti “pan per focaccia” stroncando un libro che tu hai trovato bellissimo 🙂

      Buon anno, a parte gli scherzi 🙂

      • Sì, ma infatti ho pensato che Ishiguro ha saputo rendere alla perfezione il personaggio… però, ad esempio nelle pagine in cui descriveva l’argenteria, l’avrei voluto scuotere un po’ dalla sua monotonia…
        Stronca pure, sono curiosa 🙂

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