Una settimana di bontà

Sono in ritardo col Reading Challenge (tutta colpa de L’Aleph) e quindi ricorro a squallidi mezzucci: leggere libri di sole figure!

Scherzi a parte, in realtà ciò non vuol dire che questo Una settimana di bontà, dell’artista surrealista Max Ernst, sia un libro facile, anzi. Lo vidi per la prima volta al bookshop della mostra “Genio e follia” (Siena, 31 gennaio-25 maggio 2009): purtroppo costava (e costa) parecchio, e il mio primo pensiero fu: “spendere così tanto per un libro di cui probabilmente non capirò nulla?”. Eppure è rimasto sempre presente nelle mie “liste desideri” e, quando finalmente si è presentata l’occasione vantaggiosa, l’ho acquistato.
Come spiega il sottotitolo, “Tre romanzi per immagini”, sono riunite qui tre storie, La donna 100 testeSogno di una ragazza che volle entrare al CarmeloUna settimana di bontà, i cui quadri sono composti da Ernst attraverso la tecnica del collage, assemblando insieme ritagli da giornaletti scandalistici o dal Petit Journal (un quotidiano popolarissimo in Francia alla fine dell’Ottocento, riccamente illustrato, in cui si potevano trovare notizie di cronaca nera e romanzi a puntate) e di altra provenienza. A queste composizioni vengono aggiunte, in La donna 100 teste e in Sogno di una ragazza…, delle didascalie oscure o ironiche. Per avere un’idea dello stile di queste immagini (senza però le didascalie), questo è il risultato in Google Images digitando “une semaine de bonté”. Il risultato è estremamente affascinante e inquietante, con queste strane tavole, popolate da figure spesso metà umane metà bestiali, con scene spesso violente, tra supplizi bizzarri e fanciulle seminude, con dettagli ingigantiti o sproporzionati o del tutto fuori luogo, e soprattutto sinistramente erotiche, le cui didascalie (quando presenti), se non arrivano proprio a spiegarne il senso, quanto meno orientano in una certa direzione la lettura.

Come è evidentente fin dal titolo nel caso di Sogno di una ragazza che volle entrare al Carmelo, questi “romanzi per immagini” hanno tutti le caratteristiche di lunghi sogni malati, morbosi (in particolare quello appena citato, in cui sembra quasi di affondare in questa inquietante palude di fanatismo religioso, misticismo quasi barocco, sessualità repressa e paradossalmente inconsapevole, infantile), in cui le proporzioni non esistono, le scene e i visi si sovrappongono, tutto avviene simultaneamente. Nella postfazione si fa soprattutto riferimento a Freud e al suo concetto di “spostamento”, secondo cui l’elemento rimosso dalla coscienza e riportato in superficie dal sogno si sostanzia in dettagli apparentemente incongrui o insignificanti, ed ecco il perché (credo) di questi interni opulenti, di queste immagini sovraccariche di oggetti e particolari, quasi come strani “rebus” della Settimana enigmistica.

Arrivata all’ultima pagina, non posso dire, se voglio essere onesta, di averlo capito al 100%… però certamente è un libro che lascia un’impressione potente, fra immagini che scorrono via come in un film muto impazzito, e talvolta ti colpiscono per intuizioni e associazioni rivelatrici tra figura e testo.
E poi, per passare improvvisamente su un terreno più prosaico, è in definitiva un libro assai elegante, intrigante, “bello” da sfogliare anche qua e là.

In un libro come questo, il mini-saggio di Giuseppe Montesano nelle ultime pagine è importantissimo per cercare di non uscirne senza averci capito nulla… Interessanti, oltre alle informazioni sulla biografia di Ernst, i riferimenti ai precedenti di questo tipo di arte, da quelli più remoti come Brueghel a quelli più recenti come Grandville e Vallotton: utile per capire che, sebbene costituisse sicuramente una novità, il movimento surrealista non nacque “dal nulla”.

Max Ernst, Una settimana di bontà (a cura di Giuseppe Montesano), voto = 3,5/5
Per acquistarlo on line

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