La setta degli angeli

Camilleri, lo dico subito, mi sta antipatico: non mi piacciono le sue idee, non mi piace che faccia uscire un libro nuovo ogni mese, non mi ha mai suscitato il minimo interesse la serie di Montalbano, sia su carta sia sullo schermo, e mi infastidisce la sua interminabile lunghezza. Sono pregiudizi, sì, il famoso “non l’ho letto e non mi piace”.

In effetti però un libro di Camilleri l’ho già letto (o meglio ascoltato, era un audiolibro), Un filo di fumo: anche in quel caso non si trattò proprio di una mia scelta, era un regalo, fatto sta che fu il modo per entrare in contatto con il versante della enorme e straripante produzione dello scrittore che si riferisce ai romanzi di ambientazione storica. Sono gli unici libri di Camilleri per i quali non scatta subito l’avversione di cui sopra: per questi, l’interesse che talvolta mi suscita l’intreccio (sono spesso rielaborazioni di fatti realmente avvenuti ed eccezionali e bizzarri ma ormai quasi dimenticati, tratti dalla storia locale siciliana, come ad esempio Il re di Girgenti) si scontra col rifiuto a prescindere: raramente il primo prevale (ci sono molti libri che dovrò leggere nella mia vita prima di arrivare a quelli di Camilleri), ma è successo con questo La setta degli angeli, che da tempo avevo messo “in osservazione”.

Sì, perché, appunto, Camilleri riesce a scovare episodi oscuri e affascinanti per cui la tentazione di saperne di più è potente. Qui siamo nel 1901, a Palizzolo, paesino siciliano dominato dalla solita “cricca” di nobilume e pretume. Alcune fra le famiglie più in vista sono alle prese con un segreto scottante: le loro figlie, giovani serie e devote, assidue frequentatrici delle varie parrocchie del posto, si ritrovano misteriosamente incinte e si rifiutano di rivelare gli autori del “misfatto”. La voce, per soffocare la quale si ingenera nel frattempo una serie di equivoci e di conseguenze impreviste, giunge all’orecchio dell’avvocato Matteo Teresi, noto socialista e “mangiapreti”, che inizia a indagare e scopre una verità sconcertante: tutti i parroci del paese, tranne uno, sono colpevoli di aver ingannato e plagiato, approfittando della loro autorità di uomini di Chiesa, le giovani, rendendole docilmente consenzienti a pratiche erotiche spacciate per penitenze ed esorcismi contro le tentazioni. Teresi denuncia senza paura lo scandalo dalle colonne del giornale che dirige, per un breve periodo viene celebrato come un paladino della giustizia ma poi, ben presto, interviene “l’onda lunga” del riflusso, della connivenza e della convenienza dei potenti a rendere del tutto vano il suo operato.

L’interesse dell’autore risiede chiaramente non tanto nella vicenda in sé, quanto nelle reazioni (o non-reazioni, ed è questa l’amara constatazione, che in Sicilia, ma più in generale in Italia, si assiste sempre all’eterno ritorno dell’uguale, agli scoppi di indignazione temporanei ed effimeri dopo i quali i colpevoli ne escono praticamente impuniti, mentre le persone oneste e coraggiose vengono abbandonate a se stesse) che essa suscita: infatti l’accenno di “giallo” è ben misero (e d’altra parte si sa già tutto fin dalla quarta di copertina dell’editore), i preti stupratori e le loro vittime contano ben poco (l’unica figura a emergere vagamente è la sventurata Rosalia), non c’è alcuna indagine psicologica nelle loro motivazioni o ossessioni. Non si può considerare una “mancanza” del romanzo perché, appunto, è chiaro fin da subito che non è questo ciò di cui vuol parlare Camilleri, casomai è stato un motivo di delusione per me che, invece, avrei gradito sapere di più su questi aspetti.

La prima metà del romanzo ha i toni della farsa: equivoci, umorismo un po’ scollacciato o facilone (penso alla scena del sigaro acceso che fa andare a fuoco i pantaloni di don Anselmo Buttafava), personaggi perennemente esagitati e macchiettistici (come vogliono, d’altra parte, le convenzioni del genere), il tutto accentuato dal solito uso della lingua con l’originale impasto di italiano e dialetto. Nella seconda parte i toni diventano rapidamente più cupi e pessimistici, in linea con la crudele parabola del protagonista. Se non ricordo male, era questo anche il percorso del mio unico precedente, Un filo di fumo, con l’ironia che lasciava comunque un certo amaro in bocca. Insomma, poche sorprese.
Il problema è che, avendo insistito fin troppo sul pedale della farsa nella prima parte, l’autore non è riuscito, per quanto mi riguarda, a rendere convincente e coinvolgente la seconda, più tragica. L’apparente trionfo e poi il subitaneo svanire di tutte le speranze del protagonista, di fronte all’isolamento e alla crescente ostilità di quei concittadini per i quali aveva lottato, mi hanno lasciato fredda, perché il personaggio non aveva mai assunto, in precedenza, la statura “eroica” che si presupponeva. Probabilmente era proprio l’intento dell’autore non farne un “santino” irrealistico, ma troppo grande era la distanza fra la caratterizzazione che ne veniva sbandierata e come veniva fatto muovere sulla scena (ad esempio, l’insistenza sul fatto che fosse noto come “l’avvocato dei poveri”: sì, viene detto e ripetuto spesso, ma è un’etichetta che non si traduce mai in azioni concrete). Ne è uscita fuori una figura poco definita e poco credibile, che non rende giustizia a quella storica e di cui, in fin dei conti, non si capiscono le motivazioni che portano a compiere quest’atto coraggioso. Il risultato insomma è stato che la farsa non mi ha fatto ridere, e la denuncia non mi ha smosso più di tanto… e le vicende storiche che erano state, per me, la molla che mi aveva spinto alla lettura non vengono indagate molto a fondo. Un libro non brutto, ma senza infamia e senza lode.

Il romanzo, come detto, trae spunto da un fatto di cronaca realmente avvenuto che travalicò i confini dell’Isola e, per qualche giorno, comparve sui giornali nazionali (tanto da giungere alle orecchie di don Luigi Sturzo, che scrisse un commento indignato contro quei preti indegni sul quotidiano “Il Sole del Mezzogiorno”), ma, come si legge in una Nota finale, trasformato poi dalla fantasia dell’autore: il paese reale si chiama Alia (provincia di Palermo) e non Palizzolo, i nomi dei personaggi coinvolti, tranne quello del protagonista Matteo Teresi (mantenuto tale e quale per rendergli omaggio: di lui ho trovato in rete queste notizie biografiche), sono cambiati, e senz’altro ci saranno stati altri abbellimenti, esagerazioni o invenzioni, come è naturale e come è correttamente precisato.

Andrea Camilleri, La setta degli angeli, voto = 3/5
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1 Commento

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Una risposta a “La setta degli angeli

  1. Tania9gatti

    Nel 1995 il Birraio di Preston mi conquistò e, pochi anni dopo, i gialli di Montalbano mi accompagnarono per un’intera estate. Da allora non mi sono più avvicinata a quest’autore che dicono oggi abbia persone che scrivono per lui. Che dire…..

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