Pyongyang

Un altro libro suggeritomi da Goodreads, attraverso la funzione delle “recommendations” automatiche, che finora si confermano affidabili.

Circa un mese fa mi trovavo in giro e, in attesa di un’amica, per passare il tempo sono entrata, guarda caso, in libreria. Ho preso dalla sezione fumetti Dodici, che non mi ha convinta, e lì accanto ho visto appunto Pyongyang, di Delisle: ho messo via l’ultima opera di Zerocalcare e cominciato quest’ultimo. Ammetto candidamente che l’intenzione iniziale era… leggere l’intero volume, magari in due puntate consecutive, in libreria. Ma, man mano che sfogliavo le pagine, mi è sembrato talmente bello da decidere che no, dovevo possederlo.

Nel 2001 Guy Delisle, disegnatore canadese, si reca a Pyongyang, Corea del Nord, per supervisionare il lavoro di una squadra di disegnatori per un cartone animato di produzione francese: è infatti pratica comune da parte degli studios occidentali (come si impara leggendo il libro) mandare in outsourcing le fasi più meccaniche e ripetitive, che richiedono minore impegno creativo, della produzione (come le centinaia di disegni “di raccordo” che messe di seguito all’altra rendono il movimento dei personaggi sullo schermo) in Paesi in cui il costo del lavoro è decisamente più basso. Delisle passa quindi alcuni mesi nel posto più inaccessibile e impenetrabile per un occidentale, costantemente accompagnato e guardato a vista e possibilmente persuaso della situazione più che rosea del Paese da uno stuolo di gentilissimi “angeli custodi”, guide, interpreti, colleghi, che non lo mollano un secondo.

Il resoconto della sua esperienza ha trovato espressione in questa graphic-novel, che ci offre uno squarcio di un paese dell’assurdo, in cui su tutto e tutti si impongono l’incredibile culto della personalità del “presidente eterno” Kim Il-sung (e, di riflesso, del figlio Kim Jong-il, allora in carica, morto nel 2011), l’inquadramento dell’intera popolazione in una inflessibile routine di rituali e servizi “volontari”, la tetragona fedeltà mai incrinata da incertezze di cui danno prova tutti i nordcoreani che l’autore incontra (è da precisare che chiaramente, “guardato a vista” com’è, egli non ha mai occasione di entrare in contatto con “l’uomo della strada”), la sensazione costante del controllo e della sorveglianza cui si è sottoposti, e di trovarsi in un luogo che risponde a una logica tutta sua, nell’impenetrabile chiusura al resto del mondo, l’assurdo contrasto fra sprechi e imprese faraoniche e situazione drammatica della popolazione (del resto pervicacemente negata). Non a caso, per il viaggio, Delisle si porta dietro da leggere 1984 di George Orwell: la Corea del Nord sembra essere il paese più vicino a tradurre nella realtà l’ideale distopico del romanzo.

Il tono di Delisle rimane sempre leggero, e riesce a far sorridere anche se ci sarebbe da piangere: riferisce dei suoi piccoli “scontri” coi suoi ospiti quando si intestardisce a rompere il rigidissimo protocollo, la sua incredulità (che talvolta si trasforma in fastidio) di fronte a tante obiezioni o complicazioni, attraverso questi piccoli episodi “comici” fa intravedere una realtà che comica non è. Quando il discorso si fa più “politico”, si scontra costantemente con il “muro di gomma” dei suoi accompagnatori, impenetrabili al minimo stimolo alla discussione. Allo stesso tempo, comunque, non si presenta neanche come un eroe, impegnato a scuotere le coscienze dei nordcoreani con cui entra in contatto: riferisce con onestà le tante piccole “cortesie” ipocrite cui si è piegato volente o nolente, e riconosce che il suo passaggio a Pyongyang non avrà conseguenze, finirà come i suoi tentativi di far volare lontano l’aeroplanino di carta dalla finestra.

Guy Delisle non è un giornalista, per certi versi è un osservatore senza tante “sovrastrutture”: se una cosa gli sembra incomprensibile, assurda, inaccettabile, non si fa tanti scrupoli a dirlo, anche se col sorriso. Ho letto una critica su Goodreads in cui questo libro veniva tacciato di “etnocentrismo” e “razzismo”: mi sembra che il “complesso di colpa dell’uomo bianco” stia giungendo a livelli preoccupanti e tragicomici, se abbiamo paura di sembrare “irrispettosi” del regime dittatoriale nordcoreano. Finalmente, anzi, un po’ di sana “cattiveria”, o meglio sincerità senza tanti paraocchi o esigenze di politically correctness.

Non essendo tanto “esperta” dell’arte del fumetto mi astengo dal dare giudizi sul disegno: a me è piaciuto, essenziale ma con qualche tocco “bizzarro”, come la pagina sul loop infinito del ritratto di Kim Il-sung che indossa la spilla di Kim Jong-il che indossa la spilla di Kim Il-sung che indossa la spilla di Kim Jong-il…

Guy Delisle, Pyongyang (trad. Andrea De Ritis), voto = 4/5
Per acquistarlo on line (altra edizione)

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