The Grand Sophy

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Vista l’esperienza positiva con Miami Blues di Charles Willeford, nei giorni scorsi avevo pensato di proseguire spedita con le altre avventure del poliziotto Hoke Moseley… Però… però già altre volte ho commesso l’errore di buttarmi a capofitto su una serie, leggere 3, 4, 5 romanzi di fila sempre con gli stessi protagonisti, ricavandone talvolta un certo senso di “indigestione” e di noia. Meglio allora centellinare questi altri episodi, e leggere qualcos’altro.

Come spesso mi capita il “qualcos’altro” è un libro che non c’entra assolutamente nulla col precedente: salto di palo in frasca senza alcuna logica, ed ecco perché alcuni “percorsi di lettura” a tema, sulla carta interessanti, non fanno per me.
Alla fine del 2012 ho scoperto Georgette Heyer, scrittrice “di culto” fra le appassionate del romanzo rosa, o più precisamente della Regency Romance, grazie al suo bel libro Cotillion; The Grand Sophy (1950) è forse il suo romanzo più famoso: se è anche il più rappresentativo, ho paura che il mio “innamoramento” per quest’autrice sarà stato di breve durata.

Siamo, ovviamente, a Londra, nel periodo della Reggenza (1811-1820). Di nuovo una famiglia numerosa, quella di Lord e Lady Ombersley, che di recente si è tirata fuori da cattive acque grazie alla mano ferma ma tirannica del figlio maggiore, Charles, che comanda non solo su fratelli e sorelle ma anche sui genitori, dal carattere ben più debole del suo. Non mancano i problemi, comunque: la giovane Cecilia ha rifiutato un’ottima proposta di matrimonio perché ha perso la testa per un emulo di Lord Byron, l’affascinante poeta Augustus Fawnhope, Hubert si è messo nei guai con un usuraio, e lo stesso Charles sta per sposarsi con una signorina di buona famiglia che nessuno, in famiglia, riesce a sopportare per quanto è antipatica. In questa casa scossa da tensioni e malumori irrompe la giovane Sophy, cugina di Charles, che, mentre suo padre è all’estero, trascorrerà alcuni mesi coi parenti… sconvolgendo per sempre i destini di tutti i personaggi e prendendosi “cura”, a suo modo, di tutti questi problemi, fino ad addolcire persino il glaciale cugino e a conquistarne il cuore.

Ridatemi Freddy e Kitty di Cotillion e la loro simpatica imbranataggine! Charles è interessante, ombroso ma fondamentalmente per bene, ma Sophy, col suo attivismo vulcanico e incontenibile e la sua invadenza “a fin di bene”, risulta talvolta difficile da… sopportare (ovviamente l’identificazione è scattata piuttosto con la seriosa e “antipatica” Miss Wraxton, ahimè… alla quale invece non ne veniva perdonata una)… senza contare la presunzione di chi rivede dopo anni e anni un cugino che praticamente non ha mai conosciuto e dopo pochi giorni, o meglio ore!, è perfettamente in grado di decidere che la fidanzata che si è scelto non fa per lui. Sophy è “nata imparata”, non sbaglia mai, qualsiasi impresa intraprenda è un successo, possiede qualsiasi abilità, è un’ottima cavallerizza, sa sparare benissimo, niente riesce a scomporla, ha sempre la risposta pronta e nessuno si sogna mai di contraddirla (a parte Charles, negli usuali botta e risposta del genere “si odiano/si amano”): è vero che probabilmente è precisamente l’intento dell’autrice creare l’antitesi perfetta della “Damsel in Distress”, ma quando si esagera si raggiunge l’ugualmente risibile (e insopportabile) caricatura della “God-Mode Sue”! E capite bene come sia difficile appassionarsi alle sorti di un personaggio che semplicemente non può fallire.

Purtroppo, in questo tipo di romanzi dal finale più che scontato, è l’empatia coi personaggi che deve fare la differenza, e se non sei per lo meno guidato dall’amore per l’adorabile eroina anticonformista ma fai il tifo per l’antagonista rigida e antiquata destinata a rimanere con le pive nel sacco e debitamente ridicolizzata, sai che difficilmente l’esito sarà un’esperienza di lettura del tutto soddisfacente. Ogni capitolo letto era dunque un lento (molto lento! Il libro non finiva mai!) avvicinarsi a un esito che mi innervosiva sempre di più.

Poi, è chiaro, è un romanzo rosa e tutto deve finire bene col vero amore che trionfa (Miss Wraxton era veramente cattiva! E Charles non l’aveva mai veramente amata!), ma che palle!

A tutto questo si aggiunge l’assai sgradevole scena dell’usuraio, dai toni vagamente antisemiti (certo, riconosco che, per svariati motivi, possa essere storicamente verosimile che l’usuraio sia ebreo, ma era veramente necessaria la caratterizzazione moralmente e fisicamente repellente che ne fa la Heyer?).

Cosa rimane, dunque? Pur sempre la grande abilità nel creare e animare un vasto cast di caratteri, le battute di dialogo argute, il tono aggraziato e leggero e la ricostruzione minuziosa e vivissima della società del tempo. Ma certo Cotillion era di un altro livello…

Georgette Heyer, The Grand Sophy, voto = 2/5
Per acquistarlo on line (edizione italiana)

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