Al paese dei libri

Nel 2000, lo scrittore Paul Collins e la sua famiglia decidono di trasferirsi da San Francisco al paesino di Hay-on-Wye (Galles). Perché proprio lì? Perché Hay-on-Wye non è un paese “normale”, ma il paradiso dei bibliofili, con un numero spropositato di librerie (più di quaranta nel 2000, oggi un po’ meno) e per di più tutte (tranne una) vendono libri usati, antichi e rari.

Al paese dei libri in sostanza è questo, qualche mese di vita degli americani Collins in Gran Bretagna, dove al fortunato Paul, che fin da bambino ha la passione per i libri oscuri e dimenticati, siccome non gli bastava di essere invidiato solo per il mestiere che fa e per il posto in cui va a vivere, riesce anche senza alcuno sforzo quello che qualsiasi fanatico dei libri sogna ad occhi aperti: andare a lavorare in una libreria immensa e stipata di volumi in ogni angolo, accatastati senza alcuna logica dal suo “anarchico” proprietario, Richard Booth, l’autoproclamatosi “re di Hay-on-Wye”, dal libretto rarissimo e preziosissimo con la prima cosa pubblicata di Scott Fitzgerald ancora studente alla robaccia di nessun valore che non comprerà mai nessuno. Le parti relative ai libri bizzarri e improbabili trovati chissà come da Collins sono formidabili (vedi più avanti), come pure la descrizione del mondo di librerie di Hay-on-Wye e i suoi eccentrici librai, il lavoro sul libro di prossima pubblicazione (La follia di Banvard, anche quello sarà una mia prossima lettura), le riflessioni sulle enormi quantità di libri pubblicati e probabilmente mai letti da nessuno, i timori e i dubbi di un aspirante scrittore di fronte alle pile di remainders dimenticati (destino che forse toccherà anche a lui)… Insomma, in poche parole, tutto ciò che si riferiva ai libri! Se avesse parlato solo di questo, sarebbe stato un gioiellino. Le parti sulle “stranezze” britanniche secondo un immigrato americano (la TV, il governo, il mercato immobiliare, i quiz, i giornali), a volte divertenti, a volte, onestamente, poco interessanti (probabilmente le avrei apprezzate di più se fossi stata parte in causa), così come le peripezie della famiglia Collins per trovare casa (a chi importa?).

Comunque, finito questo libro, mi è sembrato più che giusto andare a fare un giro in una delle librerie dell’usato della città (va bene il sito del Libraccio, ma ogni tanto fa piacere rovistare degli scaffali veri): speravo di scoprire anch’io qualche “perla rara” come riesce a Collins, e alla fine sono stata fortunata, ho trovato davvero qualcosa che mi interessava (Edipo a Stalingrado di Gregor von Rezzori).

Ed ecco una selezione dei titoli più bizzarri, improponibili e curiosi citati da Collins (e che ora cercherò, naturalmente):

Nel 1879 il giornalista americano J.M. Bailey pubblicò un meraviglioso libro di viaggi, L’Inghilterra dalla porta di servizio. Ormai l’hanno dimenticato tutti, ma io ci sono affezionato, e non solo perché si conclude con la trascrizione, lunga un paragrafo intero, dei versi che fa l’autore mentre vomita attraversando la Manica. [e qui C. inserisce una nota: La trascrivo: «Ble-ahrg! – bleee – bleee – ble-ahrg! Oh, povero me! – bleee – bleee – bleee-aaah-ahrg! Oh Dio, abbi pietà! Ble-ahrg! ble-ahrg! bleee-ahrg! Santo eie – ble-ble-ahrg! (Pausa). Ah-ah-ah-ah-ah – ble-ahrg! – ble-ahrg – bleee-aaahrg!».]

[…] A caccia di indiani in taxi [di Rate Sanborn]… la storia di una donna che collezionava le statue di legno di capi pellerossa che cinquant’anni fa si esponevano davanti ai tabaccai. Era difficilissimo trovarne un modello diverso dagli altri, e allora lei correva a prenderlo in taxi.

[…] le Sconcertanti rivelazioni di Maria Monk. Si tratta di un libro- denuncia del 1836 su un convento di Montréal dove i preti ingravidavano le suore, soffocavano i bambini appena nati e li seppellivano in un pozzo pieno di calce nei sotterranei. La fama della Monk durò poco: squadre di investigatori constatarono che l’interno del convento non corrispondeva alla descrizione che ne faceva il libro – cioè, non c’erano passaggi segreti, stanze per riti satanici, mucchi di ossa di bambini, né calderoni fumanti ad uso delle Diaboliche Sorelle. In seguito la Monk fu sorpresa a rubare e concluse i suoi giorni in un pensionato per scrittori di un penitenziario di New York.

[…] una copia del Trattato sulla follia nelle sue implicazioni mediche (1883) del dottor William Hammond. Uno dei miei idoli: mentre prestava servizio con i nordisti nella guerra di secessione guarì un soldato dalla «convinzione di essere fatto di ossa di pollo». Dopo la guerra, nel suo studio, Hammond si prese cura di pazienti di ogni genere: una donna che vedeva ovunque maschere greche che la fissavano maligne; un uomo che prendeva ordini dall’orologio sulla mensola del camino; un fontaniere in contatto con «l’idraulico capo dell’eternità», secondo il quale mischiando sangue e urina di squalo si otteneva una pasta saldante resistente a qualsiasi temperatura.

[…] Il nipote di vetro veneziano (1925), di Elinor Wylie. È una favola ambientata nel Rinascimento, e c’è un arcivescovo che desidera ardentemente un figlio. Uno scultore gentile gli fabbrica un bambino, vivo e vegeto eppure… di vetro. Inevitabilmente, il bambino cresce e aspira a integrarsi in un mondo di carne, sangue e spigoli vivi, e addirittura a trovare l’amore. Non ci riesce; ogni volta che stringe la mano a qualcuno, l’altro si ritrova delle schegge di vetro nel palmo.

[…] il Dizionario di Londra di Charles Dickens Junior. È una guida del 1884, pensata per i londinesi, e c’è tutto, dagli orari di apertura dei negozi ai consigli per il cittadino su come difendersi da una galassia di truffatori: finte ditte di traslochi, arrotini che fanno i basisti, vetrai che poi rubano l’argenteria, e soprattutto falsi operai della compagnia del gas. Neanche gli oggetti in ferro battuto possono dirsi al sicuro, se non vengono ben inchiavardati a terra: «Se avete un raschiafango per le scarpe, e ci tenete a conservarlo, sarà bene che non resti fuori dalla porta dopo il crepuscolo».

Nel 1922 Riccardo Nobili pubblicò un titolo meraviglioso, La nobile arte del falso, nel libro dimostra quanto i paleontologi possano essere incredibilmente crudeli l’uno con l’altro, portando a esempio il caso dello sventurato dottor Louis Huber, di Würzburg: «Nel 1727 due paleontologi del posto prepararono una «Nel 1727 due paleontologi del posto prepararono una sorpresa per Huber… Fabbricarono fossili di animali fantastici e le conchiglie più improbabili. Le imitazioni erano modellate in creta con l’aggiunta di una sostanza indurente… [e] rappresentavano formiche e api di proporzioni colossali, crostacei di forme sconosciute ecc. Furono poi sepolte con cura in un terreno dove Huber stava scavando… Una volta fatte alcune di quelle incredibili scoperte, Huber ritenne opportuno pubblicare un libro, che consisteva in un centinaio di tavole… [con] illustrazioni che riproducevano con estrema precisione quei suoi fantastici reperti antidiluviani». Purtroppo Nobili non riporta il titolo del libro di Huber, cosa che trovo molto frustrante. Non sono riuscito a trovarlo in nessuna biblioteca; del resto non ho mai trovato menzione di qualcuno che si chiamasse Louis Huber. Forse, fedele al suo titolo, Riccardo Nobili ci ha nobilmente rifilato un altro falso.

L’idea non è mia. È di David Garnett, che nel 1924 scrisse un curioso libricino intitolato proprio Un uomo allo zoo; il protagonista, un certo John Cromartie, si accorge di una grossa lacuna nel padiglione dei primati dello zoo di Londra: manca un esemplare di Homo sapiens. Con grande sollecitudine si offre volontario, e finisce in una gabbia di vetro e rete metallica, seduto in poltrona a leggere romanzi di Henry James e a giocare con il gatto ignorando lo sguardo meravigliato dei visitatori. Sulla gabbia viene affisso un cartello: Homo sapiens UOMO Questo esemplare, nato in Scozia, è stato donato allo zoo dal signor John Cromartie. I visitatori sono pregati di non infastidire l’Uomo con osservazioni di carattere personale.

Credo che non prendereste in considerazione nemmeno il tomo del 1867 di Mary Godolphin, Robinson Crusoe riscritto in parole monosillabe. Oltretutto la Godolphin bara, perché ha lasciato intatto «Venerdì». E non vedo un gran futuro neanche per la bislacca idea del 1937 di J. Barlow Brooks, Le strabilianti storie della Bibbia rivisitate nel dialetto del Lancashire.

Mentre riordinavo il reparto di letteratura americana, da Booth’s, avevo trovato un altro libro della Sanborn [quella di A caccia di indiani in taxi], che parlava del suo trasloco dalla grande città alle campagne del New England. Si intitolava Adottare una fattoria abbandonata. Poi ho trovato anche il seguito, pubblicato appena qualche anno dopo: Abbandonare una fattoria adottata.

Paul Collins, Al paese dei libri (trad. Roberto Serrai), voto = 3,5/5
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