Vanity Fair

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Curiosamente, nella mia testa il romanzo La fiera delle vanità di Thackeray si confondeva con L’età dell’innocenza della Wharton, non so perché; ho cominciato a interessarmene in modo più approfondito una volta saputo il sottotitolo, che è “A Novel Without a Hero”, e cioè “un romanzo senza eroe”. Questa insolita dichiarazione, il fatto che allora presumibilmente vi avrei trovato personaggi complessi e sfaccettati e non unidimensionali, hanno contribuito a farlo inserire nella lista dei “da leggere”. È il libro del “gruppo di lettura” di Goodreads Italia di agosto.

La vicenda si dipana dall’epoca delle guerre napoleoniche ai primi anni Trenta dell’Ottocento, e ha come teatro principalmente la grande metropoli londinese, ma anche Brighton, Bruxelles e Waterloo, la Francia e un minuscolo (e immaginario) staterello tedesco, il Ducato di Pumpernickel (deliziosa l’ironica descrizione della vita quotidiana e degli illustri personaggi che lo popolano, tutti impegnati in faccende insignificanti ma trattate con grande importanza). A grandi linee, il romanzo racconta le esistenze parallele di due ragazze diversissime, la dolce, mite, placida, ubbidiente, gentile, adorabile e inevitabilmente mortalmente noiosa e scialba Amelia Sedley, e la brillante, intelligente, intraprendente, affascinante ma profondamente ipocrita, opportunista e insensibile Rebecca “Becky” Sharp. Mentre Amelia non desidera altro che lasciarsi impacchettare nella comoda esistenza che la sua famiglia della ricca borghesia ha preparato per lei (il matrimonio, pianificato da tempo immemorabile, col figlio di un socio del padre è la sua unica aspirazione), la molla che costantemente spinge all’azione Becky, orfana di una cantante e di un artista spiantato e poco rispettabile, è il desiderio di migliorare la propria condizione sociale, di scalare tutti i gradini fino a diventare, con le buone o con le cattive, una signora rispettabile.

Sulla loro strada naturalmente incontreranno mille complicazioni e mille personaggi, tutti, in linea col sottotitolo dell’opera, ben lontani dallo stereotipo dell’eroe/eroina, ma anche profondamente umani nei loro difetti e debolezze: dal fratello maggiore di Amelia, Joseph, prima (e ultima?) vittima delle tecniche di seduzione di Becky, vanitoso, pomposo ma anche timidissimo e tragicamente impacciato con le donne, a George Osborne, il promesso sposo della giovane, bello, ricco, coraggioso, ma anche tremendamente egoista e irriconoscente, a William Dobbin, suo amico e segretamente innamorato di Amelia, una persona al contrario dotata di ottime qualità, onesto, gentile, sempre pronto ad aiutare, ma anche tutto sommato patetico nella sua devozione “canina” e senza speranza e votato all’autoannullamento, ai fratelli Crawley, la nobile famiglia in cui Becky riesce in qualche modo ad entrare, il maggiore, Pitt, serio e rigoroso ma noioso e intrigante, e il minore, Rawdon, più vivace, ma anche abbastanza stupido, ignorante e manipolabile. E questi sono solo i principali: ma ve ne sono moltissimi altri.

La girandola di personaggi e situazioni che il lettore attraversa pagina dopo pagina sembra non avere un vero e proprio “centro”, la scena diventa sempre più ampia, le figure secondarie, quasi tutte con la loro personale backstory, elaborata e sempre diversa, sempre più numerose, che si ha l’impressione che il romanzo possa andare avanti all’infinito, generando sempre nuove storie, anche perché, oltre a non esserci “un eroe” univoco, non sembra esserci neppure un percorso chiaro da A a B, per cui davvero a un certo punto ci si rende conto che in ogni capitolo potrebbe succedere di tutto, potrebbe trattarsi del resoconto dettagliatissimo di poche giornate, o del riassunto di mesi o anni di avvenimenti. Questa sensazione di leggero “stordimento” per il lettore era, visto il titolo dell’opera, probabilmente nelle intenzioni dell’autore, come a ricreare la confusione di una chiassosa e affollatissima e labirintica fiera di paese, in cui rischiamo di perderci in una serie di attività vane, inconcludenti, ridicole. Naturalmente il messaggio sottinteso è una pungente e ironica critica al mondo contemporaneo dell’autore, in cui solo muovendosi con astuzia e ipocrisia, come fa Becky, si può ottenere alcunché, sempre però finché il vento non cambia, perché i riconoscimenti che la società mondana è disposta a dare sono sempre fuggevoli, temporanei, e sottratti poi crudelmente al minimo errore.

Ritorno ancora una volta a “scomodare” la mia pietra di paragone, e cioè Faber e il suo Il petalo cremisi e il bianco (comincio a temere che il ricordo mi stia spingendo a “idolatrarlo” fin troppo: e se in futuro lo rileggessi e non lo trovassi più così bello?): l’esordio di Vanity Fair, con l’autore che si rivolge familiarmente e di frequente ai suoi lettori, li coinvolge e li “stuzzica”, mi ha ricordato quel romanzo (è possibile che Faber si sia ispirato proprio a Thackeray?), disponendomi subito favorevolmente. Anche quest’opera, come The Woman in White, uscì originariamente a puntate, e in effetti, verso la fine, si sente a un certo punto uno “scarto”: il tono, da pungente ma tutto sommato bonario, si fa più “tragico”. È una virata abbastanza inaspettata (leggo su Wikipedia che è impossibile ormai stabilire se fosse fin dall’inizio nelle intenzioni dell’autore o se il lunghissimo libro abbia subito questa evoluzione “naturalmente”, strada facendo), che sulle prime ho fatto un po’ fatica ad “accettare”, e in effetti anche il finale mi ha lasciato qualche perplessità, specialmente la conclusione della vicenda di Dobbin e Amelia. Per tutto il romanzo l’autore sembra alternativamente ridicolizzare e/o compatire Dobbin, “bloccato” e schiavo di questo amore senza speranza per una donna ossessivamente devota a un marito che non la meritava (sembrava anzi anche un po’ un simbolo della critica di Thackeray alla società del tempo: l’unico personaggio meritevole e integro era destinato a non avere mai dalla vita la ricompensa che sognava), tanto che, quando finalmente, nel penultimo capitolo, Dobbin sembra scuotersi e dice in faccia alla donna di aver sprecato la vita dietro a lei, mi sono congratulata con lui! Ma tutto viene vanificato nel capitolo successivo, dove leggiamo un lieto fine che mi è sembrato un po’ melenso, anche se temperato da una certa ironia. Dopo centinaia di pagine, mi sono sentita quasi “presa in giro”, e il mio voto è passato repentinamente da 4 a 3,5. Il giorno successivo mi sono documentata un po’ su Internet; secondo alcuni, questa conclusione è meno “lieta” di quanto si potrebbe pensare, poiché Dobbin, dopo la delusione sofferta, non sarebbe più in grado di amare Amelia come un tempo: sul momento non avevo avuto questa sensazione, ma si tratta probabilmente di una mancanza di acutezza da parte mia. Ora che ci penso, infatti, il fatto che Thackeray butti lì, inaspettatamente, quasi come uno “schiaffo” al lettore, il termine “parassita” per definire Amelia sembrerebbe smentirmi. Forse nei prossimi giorni il finale mi sembrerà meno “stonato” di quanto non l’abbia giudicato alla prima lettura.

William Makepeace Thackeray, Vanity Fair, voto = 3,5/5
Disponibile (gratis) su Amazon.it (versione per Kindle, in inglese)

Lascia un commento

Archiviato in Classici, Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...