The Woman in White

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

In effetti di questo autore mi interessava da un po’ La veste nera, ma nel “Pozzo letterario” di Goodreads Italia del mese di luglio è stato proposto quest’altro suo romanzo, perciò ho pensato potesse essere un utile “test” per avvicinarmi alla sua scrittura (un altro punto a favore è che il libro, in versione elettronica, è disponibile gratuitamente in lingua originale, essendo scaduto il diritto d’autore).

The Woman in White fu pubblicato originariamente a puntate, e in volume nel 1860. La storia, ambientata nell’Inghilterra del 1850, è complicatissima e non tento nemmeno di riassumerla: tutto ha inizio, comunque, con la misteriosa apparizione di una giovane donna vestita di bianco fuggita da un manicomio (l’immagine sulla copertina della mia edizione, con questa signora serena ed elegante, è assolutamente inadatta a rendere l’idea!), depositaria di oscuri segreti di fondamentale importanza per le prossime nozze di una ragazza nobile, Laura Fairlie, amata senza speranza da un povero maestro di disegno ma fidanzata con un baronetto più anziano di lei. Da qui in poi naturalmente la vicenda si sviluppa e si complica. Caratteristica interessante: ciascuna parte del racconto è affidata a una voce diversa, consentendo all’autore uno sfoggio di abilità nel cambiare “voce” a ogni capitolo.

Diciamolo subito, sapevo che non si trattava di “alta letteratura”, ma di un buon prodotto di un autore ai suoi tempi celebre e prolifico, Wilkie Collins, un perfetto esempio di romanzo “vittoriano” che ultimamente mi ha dato più soddisfazioni che dispiaceri (senza dover scomodare sempre l’esempio luminoso de Il petalo cremisi e il bianco, posso citare altri titoli che mi sono piaciuti parecchio, Angelica, Le memorie di Jack lo Squartatore, Omicidio a Road Hill House, Mrs Robinson’s Disgrace). Era anche partito bene, con un gradevole tocco umoristico (il professor Pesca, la descrizione dell’insopportabile Mr. Fairlie, della simpatica Marian, brutta ma in gamba, che all’inizio pensavo potesse essere contrapposta alla sorellastra Laura, bella ma “scema”)… Il leggero humour dei primi capitoli, però, è svanito quasi completamente per lasciare spazio a toni sempre più magniloquenti ed enfatici (d’accordo, è anche vero che all’inizio non era ancora scoppiato nessun “dramma”), e mi sarei aspettata più azione, mentre qui la storia andava avanti principalmente attraverso lettere spedite, lettere ricevute, visite, colloqui, eccetera…

E quindi giù con dolci damigelle in pericolo, amori assoluti e purissimi, situazioni caricate o trascinate per le lunghe all’inverosimile, colpi di scena incredibili, cattivi senza cuore, fino al più classico degli happy endings, con l’ordine e le convenzioni ristabiliti, e la giusta punizione per i malvagi.

Non posso neanche dire che le mie aspettative siano state “tradite”, poiché appunto fin dall’inizio si sapeva che questo è uno dei più classici “romanzi d’appendice”: l’ho preso proprio perché prometteva intrattenimento e avventura “senza impegno”. Certo è che a me alla lunga è sembrato solo pesantissimo e, se pure il suo scopo l’ha raggiunto, perché sono voluta arrivare in fondo per vedere come andava a finire, neanche più tanto avvincente, per la qualità un po’ “dozzinale” dell’intreccio (si badi bene: la trama è complicatissima e con tantissimi personaggi, la curiosità per vedere come si risolverà c’è, ma le “situazioni” sono sempre quelle: scambi di persona, innocenti fanciulle perseguitate, sette segrete, agnizioni, eccetera). Bisogna anche dire che il romanzo è “invecchiato” male, e cioè che alcuni snodi fondamentali potevano magari tenere sulle spine un lettore del XIX secolo, ma oggi insomma… Ad esempio: uno dei personaggi principali, Sir Percival Glyde, nasconde un Grande Segreto: si va avanti per tutto il romanzo chiedendosi quale possa essere questo indicibile segreto che potrebbe rovinarlo, e alla fine si scopre che è il fatto che i suoi genitori convivevano ma non si sono mai effettivamente sposati, e quindi egli, in quanto figlio “illegittimo”, non avrebbe avuto diritto a ereditare il titolo del padre. Sì, non c’è dubbio che questo per lui sia un problema e che lo spinga a una serie di azioni che mettono in moto una catena di eventi, ma, quando siamo arrivati finalmente alla rivelazione del movente, non ho potuto fare a meno di rimanere un po’ delusa. E alla fine del libro è proprio la delusione la sensazione prevalente, anche perché il romanzo è generalmente ritenuto un classico del genere, e il mio unico precedente con il feuilleton, I Beati Paoli, era stata un’esperienza ben più divertente (e quindi non è per “snobismo” se non ho apprezzato questa letteratura più “popolare”)!

Insomma, se questo genere di romanzo è interessante, oltre che per sé, anche per uno studio della mentalità (chi era che diceva che non c’era niente di meglio della letteratura popolare per capire il “sentire comune” e il sistema di valori della società? Vedi il modo in cui Marian e gli altri personaggi femminili nelle loro narrazioni parlano delle donne e delle loro qualità, con frasi che lasciano un po’ di stucco i lettori di oggi, la generale diffidenza venata di razzismo verso lo straniero… Non a caso il “genio del male” che trama contro i buoni è un italiano, e quando entra in scena un personaggio non inglese è spesso presentato in cattiva luce), per me la letteratura inglese ha prodotto di meglio. Scopro che Collins e Dickens erano buoni amici, e da qualche parte mi pare di aver letto che Collins sia un Dickens “dei poveri”: vorrei prima o poi leggere alcuni classici come A Tale of Two CitiesLittle Dorrit, e spero proprio che quello fatto a Collins sia un complimento esagerato, o che Dickens si dimostri davvero molto migliore!

Wilkie Collins, The Woman in White, voto = 2,5/5
Scaricabile gratuitamente (in inglese) qui

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