Isaac’s Storm

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Ho scoperto questo libro da questo blog post: presentava quelli che, per l’autrice, sono i migliori 10 saggi per chi è appassionato di romanzi, che sono insomma scorrevoli e piacevoli da leggere tanto quanto i romanzi. Dell’elenco faceva parte, oltre a In nome del cielo di Jon Krakauer, che avevo già letto (e che infatti è bellissimo), anche questo, sul devastante uragano che, l’8 settembre 1900, rase al suolo la ricca e vivace città di Galveston, Texas. In effetti lo stile è piano e divulgativo, l’autore, come in un “romanzo”, seleziona, sulla base della ricca documentazione esistente, una serie di personaggi che segue passo passo nei giorni, nelle ore precedenti la catastrofe, nei momenti di terrore e di panico in cui infuria la tempesta e in quelli difficili e per alcuni strazianti del post-uragano. Ma, come si evince anche dal titolo, il vero protagonista è Isaac Cline, il capo della locale stazione metereologica, un uomo che, fino a quel tragico giorno, era il paradigma del self-made man americano, intraprendente, sicuro e soddisfatto di sé, laborioso, infaticabile, baciato dal successo, fiducioso nella scienza e nel futuro: gli errori di valutazione compiuti, da lui e da molti altri, in quel frangente, la sua incapacità di prevedere la tragedia imminente scuoteranno dalle fondamenta questo suo castello di certezze, e ne pagherà un prezzo molto caro, venendo colpito proprio negli affetti più cari.

Tutta la prima parte del saggio è dedicata a illustrare la vita, la personalità e la carriera di Cline prima del suo arrivo a Galveston, ma soprattutto a dare un quadro della città nella sua favolosa crescita di fine XIX secolo, e a ricostruire tutta una catena di errori umani e di colpevoli trascuratezze, la presunzione di uomini ormai convinti di poter controllare la natura, ma anche una incredibile serie di circostanze che contribuirono a creare, fin dalle primissime, microscopiche particelle che si aggregano nel cielo sopra l’Africa occidentale, l’uragano “perfetto”, che inizia poi il suo viaggio lungo l’Oceano Atlantico, cresce a dismisura e raggiunge prima Cuba, quindi il Golfo del Messico. Si alternano quindi capitoli che presentano i personaggi in scena (un ruolo importante è anche quello del fratello minore di Isaac, Joseph, anch’egli metereologo e da sempre in strisciante competizione col maggiore: la tragedia che colpirà la città sarà anche un traumatico momento di rottura nel loro rapporto), ad altri in cui la presenza umana svanisce, ed è solo la silenziosa, inarrestabile e ineluttabile potenza della natura che si dispiega: man mano che questa “tecnica” viene portata avanti, aumenta il senso (di sapore effettivamente romanzesco o “cinematografico”) di tragedia incombente.

Oltre alle conoscenze ancora insufficienti dell’epoca, parte delle ragioni per l’inesistente preavviso dato alla popolazione sta anche nelle vicende interne del Weather Bureau, su cui Larson si sofferma: il Weather Bureau, la struttura del governo USA predisposta alle previsioni metereologiche, era all’epoca relativamente recente ed era ancora guardato con diffidenza o con sufficienza non solo dall’opinione pubblica, ma dallo stesso governo. La dirigenza, più attenta alle ripercussioni sull’immagine dell’ufficio di un possibile “falso allarme” che ad altro, fece di tutto per sminuire la portata della tempesta, e sbagliò completamente nel calcolarne la rotta. È anche vero che quest’uragano ebbe un comportamento e un tragitto anomali rispetto ad altri osservati in precedenza; infine, gli allarmi provenienti dalle stazioni metereologiche di Cuba vennero ignorati anche a causa di una buona dose di orgoglio nazionalistico nei confronti di scienziati spagnoli ritenuti ignoranti e “impressionabili”, e più in generale Larson osserva che il sentimento diffuso di fiducia illimitata nell’uomo e nelle macchine che pervadeva la mentalità di inizio XX secolo, e il clima di euforia e orgoglio che il progressivo e apparentemente inarrestabile affermarsi, proprio in questo periodo, di una nazione giovane quali gli Stati Uniti come grande potenza, abbia spinto a sottovalutare i pericoli che l’elemento naturale era in grado di scatenare.

Purtroppo il “turno” di questo libro è capitato in un periodo scomodo, fra viaggi fuori città e impegni vari, e la lettura è risultata molto spezzettata, soprattutto per la prima parte, che ne ha più sofferto: verso la metà infatti ero abbastanza insoddisfatta, per un antefatto che si stava trascinando a lungo. Ho poi rivisto il mio giudizio, anche alla luce della seconda metà del libro, che ho potuto leggere in condizioni più favorevoli, incentrata sulla descrizione del cataclisma e quindi più “intensa” ed emozionante, e ho compreso che anche la prima parte era utile all’insieme così com’era. Oltre tutto anche altre ragioni contribuivano a rendere l’esperienza di lettura un po’ pesante: prima o poi, si spera, gli USA si decideranno ad adottare il sistema internazionale di unità di misura, perché qui di fare tutte le volte le conversioni fra gradi Fahrenheit e Celsius, fra pollici e centimetri, eccetera, alla lunga non ho avuto più voglia e, siccome sono dati importanti per comprendere i fenomeni descritti, sono consapevole del fatto di aver perso parecchio. Mi dispiace, ma è colpa loro!

Una volta iniziato il libro mi sono accorta che Erik Larson è autore anche de Il giardino delle bestie, che forse vorrei leggere: non sono rimasta particolarmente colpita da questo modo di scrivere un saggio come se si stesse raccontando una storiella (anche se, non lo nego, le pagine dedicate all’infuriare dell’uragano sono spaventose ed emozionanti), né dalle frasette messe a fine capitolo a mo’ di cliffhanger, trovata un po’ “teatrale”, per cui non so se mi piacerà.

Erik Larson, Isaac’s Storm, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

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