Maurice

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Altro titolo che mi ricorda New York: Maurice di E.M. Forster è stata una “lettura collettiva” del gruppo M/M Italia su Goodreads, cui non partecipai, ma fu così che per la prima volta ne sentii parlare. Esplorando lo Strand Book Store (l’ho già ricordato, bellissima libreria dell’usato di Manhattan da cui sono uscita carica di volumi), nella sezione LGBT, me lo sono ritrovato esposto in bella vista, con un simpatico sconto del 50%, e così è stato incluso nell’acquisto.

Un caso di libro “imprevisto”, che prendi assolutamente a caso, leggi e poi ti sorprende, rivelandosi bellissimo.
Ultimamente, frequentando social network letterari come appunto Goodreads e spulciando varie discussioni, mi sono resa conto di essere una lettrice “forte”, ma forse non troppo “colta”. Non è una “colpa”, non ho intenzione di cambiare radicalmente le mie abitudini, intendo solo dire che è un fatto, leggo principalmente romanzi moderni, molta letteratura di genere, mentre frequento poco i “classiconi” e quasi per nulla i libri più sperimentali e d’avanguardia. Nella mia mente Forster era legato al primo gruppo, lo conoscevo come autore di libri quali Casa Howard o Camera con vista, romanzi che classificavo sbrigativamente con l’etichetta “ambientazione rigidamente ‘british’, bellissimo stile, tante pagine, ma non succede niente” (tutti inorridiranno per la mia “pochezza” intellettuale). Insomma, massima “stima” per lo scrittore, ma non mi attirava, non l’avevo mai preso in considerazione: però questo Maurice sembrava molto promettente.

Il protagonista, come da titolo, è Maurice Hall, un rampollo di una buona famiglia borghese, orfano di padre, con due sorelle minori e una madre che lo adora. All’inizio del romanzo ha 14 anni. È un ragazzo assolutamente nella media, non è particolarmente brillante né spiritualmente sensibile, è di bell’aspetto e ha di fronte a sé una carriera già più o meno segnata e di sicuro successo sulle orme del genitore defunto. La “scossa” che segna la sua esistenza e che al principio lo destabilizza è l’incontro con un collega studente a Cambridge, il giovane Clive Durham: colto, sensibile, ammiratore della civiltà greca, tra questi e Maurice nasce una forte amicizia, in cui il protagonista è anche stimolato intellettualmente (è Clive a portarlo a riflettere su quanto sia effettivamente solida la sua fede cristiana che gli è stata inculcata fin dall’infanzia), finché Clive non rivela all’altro di essere innamorato di lui. La prima reazione di Maurice è di disgusto e rifiuto, ma poi, superate le incertezze (sto davvero sintetizzando e banalizzando!), anche Maurice dichiara a Clive il proprio amore: è una relazione che comunque rimane casta, essendo Clive convinto, dopo essersi a lungo tormentato in gioventù sulla liceità delle sue inclinazioni, che quello sia il modo più giusto e “puro” di vivere la propria omosessualità. È chiaro che il rapporto non è del tutto paritario, essendo la personalità di Clive dominante rispetto a quella più “plasmabile” di Maurice, pertanto è questi a dettare regole e confini e a tenere le redini della relazione. Passano tre anni molto felici, vissuti in clandestinità, ma con la sensazione, per Maurice, di avere finalmente “qualcuno” che gli appartiene e cui appartiene. Esteriormente Maurice è l’esempio perfetto di “uomo di successo”, tutto quello che in epoca edoardiana si richiede a un “capofamiglia”, si occupa dell’andamento della casa e comanda a bacchetta la madre e le sorelle, ha un buon fiuto per gli affari, si occupa delle cause “giuste” e ha ottime frequentazioni: questa energia positiva deriva naturalmente dalla serenità della sua vita sentimentale, che scorre placida e tranquilla, totalmente affidata alle mani di Clive. Tutto però finisce all’improvviso quando quest’ultimo comincia a sentirsi attratto dalle donne: con una freddezza quasi “raggelante” e una razionalità quasi sovrumana, semplicemente decide che una fase della sua vita si è conclusa, rientra “nei ranghi” e si conforma docilmente al suo ruolo nella società: sposa una ragazza, diventa amministratore del patrimonio familiare (anch’egli era orfano di padre, ma sotto la tutela della madre fino alla maggiore età), entra in politica. Per Maurice, abbandonato dall’amante (per lettera!), le cose non sono così semplici: la sua scelta di vita non è “un interruttore” da accendere e spegnere a piacimento. È a questo punto che egli comincia a sentirsi, oltre che tremendamente solo e distante dal resto della famiglia, che lo rispetta ma non lo ama, anche “sbagliato”: perché non riesce, come ha fatto Clive, a “guarire”? Sono le pagine più dolorose del romanzo, quando Maurice si riduce a consultare un medico amico di famiglia, che tronca bruscamente il discorso non appena il giovane accenna al suo “problema”, e addirittura a sottoporsi all’ipnosi, nella speranza di estirpare una volta per tutte questa sua tendenza “perversa” e ritrovare la “pace”, come gli augura anche Clive, che si ostina a volergli essere amico (incurante, o forse semplicemente bellamente ignaro di quanto sia doloroso per Maurice continuare a frequentarlo; come noterà anche lo stesso Forster analizzando la sua opera, il personaggio di Clive, da forza “positiva” e “rivelatrice” per il protagonista, si trasforma poi in un’emblema dell’ipocrisia e del perbenismo)… Il suo sentirsi interiormente “diverso” fa sì che Maurice si riveli insofferente anche ad aspetti della società a lui contemporanea che invece si riflettono nella sfera pubblica, come se, una volta superato un confine invisibile, fosse in grado di aprire gli occhi su tutto un mondo di convenzioni e ingiustizie (da cui anche alcuni accenni alla politica e al socialismo: questi li ho compresi meno, ammetto la mia ignoranza sulla vita politica inglese di inizio ‘900)… L’impasse viene superata in modo inaspettato, grazie a un nuovo incontro e a una nuova passione improvvisa, stavolta anche pienamente fisica, che all’inizio sembra non priva di ostacoli (un elemento di suspence è dato dall’incertezza se il nuovo amante di Maurice non abbia in mente in realtà di ricattarlo: la scena dell’incontro fra Maurice e Alec al British Museum è, proprio per questa ambiguità e oscillazione fra diffidenza e desiderio, intensamente erotica). A questo punto, Maurice abbraccia pienamente il suo modo di essere, dichiarandosi pronto ad affrontare i sacrifici che questa scelta richiederà, a differenza di Clive, che aveva deciso di tirarsi indietro.

Scritto da Forster nel 1913-14, questo romanzo rimase però inedito fino alla sua morte (Forster lo fece leggere solo a pochi amici intimi), e uscì postumo nel 1971: facile capire il motivo leggendolo (l’omosessualità era un reato all’epoca in Gran Bretagna, vedi anche il post su Una camera a Chelsea, e la rappresentazione di un amore omosessuale felice inaccettabile), ed effettivamente sono rimasta stupita dall’audacia e dalla franchezza con cui si affronta la presa di coscienza di Maurice, i suoi desideri, le sue ansie, infine la sua “liberazione”. Mi sembra quasi superfluo addentrarmi in una “analisi” del significato del romanzo (e sto faticando parecchio a tirar fuori queste quattro frasette stiracchiate!), perché l’ha già fatta Forster stesso in una postilla scritta decenni dopo la stesura dell’opera (ma quando il libro era ancora inedito), che è molto interessante poiché ci dà la possibilità di vederlo all’opera, di sapere le ragioni di alcune scelte dell’autore, i suoi intenti, certi suoi ripensamenti, le sue fonti di ispirazione (persone di sua conoscenza, ma anche la sua stessa esperienza: la spinta a iniziare il romanzo gli venne anzi dall’incontro con Edward Carpenter), il modo in cui sono stati concepiti e introdotti certi personaggi, la difficoltà nel trovare il finale giusto e poi la decisione definitiva, la scelta di non pubblicare il manoscritto…

Forster insiste molto sul fatto che Maurice non abbia nulla di “speciale”, sia una persona comune, semplice, “normale”, poco interessata ad addentrarsi in complicate analisi di sé (al contrario di Clive, intellettuale e riflessivo, egli predilige l’azione, è magari più lento nel giungere alle conclusioni, ma poi si muove con maggiore determinazione), e su quello che per lui è l’elemento chiave dell’opera, la “felicità”, ed è anche per questo che poi si arriva a un lieto fine forse poco verosimile ma “necessario”: per il “messaggio” che Forster intendeva trasmettere, era essenziale non concludere con la visione di Maurice solo, disperato e disgustato da se stesso, ma dare un’immagine di speranza e autoaffermazione per quei tempi “scandalosa” (anche se poi all’autore mancò il coraggio di darla in pasto al pubblico).

Quindi, insomma, se devo tornare al mio “pregiudizio” verso Forster per vedere se è il caso di correggerlo o meno, sicuramente ho apprezzato l’eleganza dello stile e l’acutezza psicologica, anche se la lettura è stata a tratti faticosa (non solo per i termini inglesi che mi sono sembrati un po’ antiquati, o cui comunque non ero abituata, ma anche perché spesso molte cose vengono solo accennate, con allusioni, frasi sibilline… non sto parlando di passaggi “scabrosi”, certo, quelli sono trattati con molta discrezione, ma anche spiegazioni e sviluppi che spesso vengono lasciati intendere “fra le righe”): ma, più che apprezzamento “esteriore”, devo dire che mi sono proprio emozionata, l’ho trovato tutt’altro che freddo e compìto, come credevo. Non so se questo libro, rispetto agli altri dell’autore, aveva il “vantaggio” del tema scottante, per cui è riuscito ad appassionarmi di più: se non altro ora posso dire di avere una lacuna in meno.

E.M. Forster, Maurice, voto = 4,5/5
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