La vera storia del pirata Long John Silver

Commentando Treasure Island, annunciavo la mia intenzione di leggere a breve questo romanzo dell’autore svedese Björn Larsson: è stato anzi questo il motivo per cui ho preso in mano il classico di Stevenson, senza grandi aspettative, perché lo reputavo un libro per ragazzi, ma più “per dovere”, volevo affrontare Larsson, che si appropria qui del personaggio del celebre pirata Long John Silver e crea una narrazione parallela, conoscendo “l’originale”. E invece L’isola del tesoro si è rivelato assai piacevole di per sé, mentre questo, di cui su Internet si parla assai bene, tutto sommato ha un po’ deluso.

Per chi non ha ancora letto Stevenson: nelle righe seguenti (scritte in bianco per renderle invisibili, da evidenziare) c’è il finale. In Treasure Island si legge che, recuperato il tesoro, Jim e i suoi, assieme a Long John Silver che, visto fallire il suo piano, ha prontamente voltato le spalle ai suoi ex complici, raggiungono le coste del Sudamerica. Qui il temibile pirata si dilegua con la sua parte del bottino, e Jim, che è l’io narrante del romanzo, ignora quale sia stata la sua sorte: forse è ancora vivo, da qualche parte, a godersi la sua fortuna. Larsson riparte da qui, e immagina che Silver prenda a sua volta in mano la penna per narrare la “sua” versione degli eventi, ma soprattutto la sua vita dall’infanzia al momento in cui Jim lo incontra per la prima volta a Bristol: quando ha deciso di intraprendere la via del mare, dove lo hanno portato i suoi viaggi, perché è diventato un pirata, quali sono state le sue imprese e come sono stati i suoi ultimi anni, nel suo rifugio segreto in Madagascar.

Quest’idea promettente però si risolve, secondo me, in un’occasione sprecata: tutte le peregrinazioni del Silver “pre-Isola del Tesoro” non scaldano più di tanto e alla lunga stancano un po’, scollegate come sono dal “cuore” della vicenda. Sì perché, se vuoi “sfruttare” un nome mitico come quello di Long John Silver, tieniti agganciato alle vicende del tuo celebre antecedente, riscrivile da una prospettiva diversa, dicci cosa succede dopo… non “ignorarle” per buona parte del tempo. Questo mi sarei aspettata: altrimenti, se vuoi fargli fare altro per tre quarti del libro, prendi un qualsiasi pirata di tua invenzione, tanto è uguale.

Tutto il pezzo del protagonista a bordo della nave negriera deve moltissimo a Thorkild Hansen e al suo Le navi degli schiavi, così come il periodo passato da Silver al lavoro nelle piantagioni dei Fratelli Boemi di Zinzendorf trae chiaramente spunto dal cap. IV di Le isole degli schiavi, dello stesso autore (naturalmente, stando anche a quanto dice Larsson nell’appendice, Hansen non è l’unica fonte utilizzata, ma è l’unica che sono riuscita a individuare, a parte quelle ovvie di Stevenson e Defoe). Tuttavia, la versione romanzesca non si avvicina minimamente alla potenza che il saggio, senza inventare nulla ma mettendo insieme episodi reali e documenti storici, raggiungeva: qui suona tutto, per chi ha letto quei libri, molto derivativo, appunto.

Il “pezzo forte” arriva naturalmente quando Silver, nel suo “manoscritto”, arriva a raccontare dal suo punto di vista gli eventi che nell’Isola del Tesoro venivano narrati dalla penna di Jim Hawkins: così, Long John Silver, che già, nella finzione del romanzo, avrebbe ispirato un’altra opera letteraria, A General History of the Pyrates di Daniel Defoe (1724), ora si mette “in competizione” con un altro narratore fittizio o scrittore immaginario, il protagonista del classico di Stevenson, in un gioco di specchi letterario che diverte il lettore (e che mi fa pensare che no, anche se l’intreccio può risultare comunque gradevole per chiunque, non si può veramente prescindere dalla lettura di Treasure Island se si vuole apprezzare a fondo questo romanzo, non fosse altro perché alcuni eventi che in esso sono esposti dettagliatamente qui sono solo accennati). Peccato però che ci si arrivi troppo tardi, e che la narrazione diventi affrettata: perché non ci viene detto più dettagliatamente cosa succede quando Flint si inoltra nell’isola per seppellire il tesoro con sei uomini, e ritorna da solo perché li ha uccisi tutti per mantenere il segreto? Perché, Larsson, non inventi qualcosa sul motivo per cui Ben Gunn è stato lasciato sull’isola? Insomma, alla fine, detto un po’ brutalmente, cosa ci “importa” di leggere per filo e per segno tutte le peripezie del John Silver “larssoniano”, se poi rimane in ombra quello “stevensoniano”, quello che in fin dei conti è assurto a personaggio celebre del romanzo d’avventura?

Comunque, Larsson riesce abbastanza bene nell’impresa di interessare il lettore a una storia che ha un protagonista assai sgradevole, col quale è difficile entrare in sintonia: Long John Silver infatti non ha molto dell’aura “romantica” del pirata, gentiluomo dei mari sempre a caccia di nuove avventure. Sì, spesso nei suoi discorsi entrano motivazioni come il desiderio di non morire senza prima aver vissuto, di non essere agli ordini di nessuno, fa un gran parlare di “libertà”, però sostanzialmente emerge come una persona che pensa solo a se stessa (come appunto gli dice, verso la fine del romanzo, Jack, lo schiavo nero da lui liberato), opportunista, una sorta di “eminenza grigia” accanto alle varie figure con cui si trova a traversare i mari, sempre attento a non esporsi troppo e a rimanere nell’ombra, mantenendosi sempre aperta una via d’uscita. Attenzione, però: questo non è affatto un “difetto” del libro, anzi, è forse il suo maggior punto di forza, perché mi sembra perfettamente in linea con la caratterizzazione “originale” del personaggio fatta da Stevenson. Già in Treasure Island, infatti, Silver era così, subdolo, calcolatore, falso (quando Jim lo conosce gli si presenta con le fattezze gentili e cordiali di un locandiere, si imbarca con l’umile mansione di cuoco, è sempre pronto a dare una mano, ma non è mai in prima fila…), che, a differenza dei suoi compagni, energumeni spesso disperati o senza nulla da perdere, ha addirittura il “buon senso” di investire in banca i suoi guadagni di una vita nella pirateria, e che non a caso non esce di scena con una morte “spettacolare” da supercattivo impenitente e tragico, ma sparendo all’improvviso con la sua parte di tesoro dopo aver freddamente voltato le spalle ai suoi ex compagni, una volta compreso che la loro missione era destinata al fallimento.

Però, in due parole: troppo lungo.

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver (trad. Katia De Marco), voto = 3/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa in altre lingue

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...