La puttana del tedesco

Sulmona, 1943. Ada è una giovane vedova con due bambini piccoli, il marito, Guerino, è morto poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. La ragazza da allora ha sacrificato tutte le sue energie per il benessere dei figli, lavorando, faticando senza sosta, occupandosi anche degli anziani suoceri, annullandosi per gli altri. Al momento della caduta del fascismo e dell’armistizio, la tragedia della guerra si abbatte con tutta la sua violenza su quella zona dell’Abruzzo, dove passa la linea difensiva Gustav: l’esercito tedesco arriva in forze e, fra gli stranieri giunti in paese, vi è anche un giovane soldato austriaco di nome Helm, col quale, dopo poco tempo, Ada inizia una relazione, fatta soprattutto di attrazione fisica e comunicazione senza parole, anche perché l’uno non parla la lingua dell’altra. Sullo sfondo degli orrori dell’inverno 1943-44 che il paese si trova a vivere, fra devastanti bombardamenti angloamericani, rastrellamenti e massacri compiuti dai tedeschi, fame, paura costante, sfollamenti, i due giovani cercano di ritagliarsi una bolla di serenità lontana dalla realtà della guerra, anche se Ada è esposta alle malelingue e ai rancori dei paesani, e aiutata solo dal coraggioso sacerdote don Liborio (finalmente una figura positiva di ecclesiastico che, grazie anche alla conoscenza della lingua, tiene i contatti col comando tedesco per alleviare le sofferenze della popolazione, ma contemporaneamente si dà da fare di nascosto per aiutare e nascondere ex prigionieri inglesi in fuga, oltre a intervenire nelle situazioni di bisogno come quella di Ada). Seguono varie peripezie della coppia di amanti, con Helm che rimane gravemente ferito in azione, che però finiscono per risultare “annacquate” nella disperazione generale.

La situazione quindi è simile a quella di Dolce, il secondo “movimento” della Suite francese di Irène Némirovsky: lì siamo in Francia nel 1940, qui in Italia nel 1943, lì una signora della media borghesia e un ufficiale, qui una popolana e un soldato semplice, ma si narra sempre dell’incontro e dell’amore “impossibile” fra una donna sola (nel libro della Némirovsky Lucile era sì sposata, ma il marito, già poco amato, era lontano, prigioniero in Germania) e il soldato straniero e invasore, col quale però inaspettatamente si scoprono profonde affinità. Ciò che in Dolce rimaneva dolorosamente e malinconicamente inespresso, in La puttana del tedesco è invece vissuto in modo molto carnale e appassionato: certo, a differenza del romanzo della Némirovsky dove i dialoghi fra i due mancati amanti aiutavano a far capire il nascere del sentimento, qui, poiché Ada e Helm non riescono quasi a parlarsi, non è facile capire cosa faccia scattare la scintilla fra i due, oltre all’attrazione fisica, ma, una volta “accettato” questo primo passo, proprio il fatto che i due siano in grado di capirsi senza parlare risulta emozionante e ben descritto. L’eroina del libro è sicuramente la donna, con la sua grande forza tranquilla, l’indipendenza e l’altruismo, l’amore per i figli, l’intelligenza acuta e le capacità di organizzatrice, mentre la figura di Helm rimane un po’ generica (è un uomo buono e semplice, serio e di parola, non è un fanatico nazista).

Se un difetto si può trovare a questo romanzo, è quello di essere talvolta un po’ verboso: non è necessario dirci chiaro e tondo che gli occhi di Helm cercano con insistenza Ada perché ne è innamorato, che se i due amanti venissero scoperti sulla donna si rovescerebbe tutto l’odio della popolazione, e tanti altri dettagli e significati che potrebbero tranquillamente rimanere sottintesi, tanto il significato lo capiamo benissimo da soli. Invece l’autore è sempre molto (troppo?) “presente”, sia appunto quando si tratta di spiegare le emozioni e i travagli della sua protagonista, sia quando delinea un quadro generale degli eventi di quel teatro di guerra: i suoi personaggi parlano poco, sembra che i dialoghi non siano congeniali a D’Alessandro, ci pensa lui a dirci tutto. Talvolta sembra quasi, paradossalmente, di leggere “un riassunto” del romanzo! In una pagina, in un periodo può essere che siano narrati tanti avvenimenti e se ti distrai un attimo ti ritrovi a pensare “ok, calma, che sto leggendo? Dove/quando siamo? Che stanno facendo i personaggi?”. Ma pazienza, la storia è bella, anche se lo stile spinge appunto a leggerla così, “di volata”. Un po’ “sbrodolato”, infine, l’ultimo capitolo (forse bastava dire che Helm e Ada si sposano e vivono felici e contenti con tanti figli e nipoti fino alla morte di lui, non vita morte e miracoli decennio dopo decennio). Pazienza, la storia è comunque bella e, anche se non è certo la prima volta che ne sentiamo parlare, non si può non restare colpiti dal racconto di queste pagine tragiche della nostra Storia nazionale.

Giovanni D’Alessandro, La puttana del tedesco, voto = 3/5
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