Treasure Island

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

A dire il vero, non avevo in programma di leggere Treasure Island di Robert Louis Stevenson, almeno non a breve: però, a giugno leggerò La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson per il Gruppo di Lettura del mese, e volevo dunque “prepararmi” con l’originale per apprezzare meglio come Larsson avesse riscritto la storia.

Nell’unico precedente tentativo con R.L. Stevenson (ma dovrei aver letto anche La freccia nera da ragazzina, anche se forse era una riduzione), e cioè Lo strano caso del dottor Jekyll e mr Hyde, non ero rimasta particolarmente colpita: sarà perché il “colpo di scena” è ormai arcinoto, sarà che non ero stata in grado di andare oltre il significato evidente della storia, ma mi aveva lasciato un po’ freddina. Ciò nonostante, Stevenson mi sta “simpatico”: forse mi ricorda Edimburgo (dove ho visitato o casa sua o un museo su scrittori celebri edimburghesi, non ricordo bene), forse perché la sua biografia, con la decisione di andare a vivere in un paradiso tropicale, le isole Samoa in mezzo al Pacifico, ci fa un po’ invidia, forse perché è il sosia dell’attore David Thewlis.

Stavolta è andata decisamente meglio. La fama di Treasure Island è ben meritata: è davvero una lettura avvincente e gradevolissima. Poiché, fra l’altro, sapevo ben poco della trama, ha riservato anche una buona dose di sorprese, cosa che non sempre avviene leggendo un “superclassico”. Oltre tutto, l’azione è sempre ben bilanciata da una bella dose di umorismo e ironia, di stampo molto british, e da una grande eleganza: non so come meglio definirla, e anche così è molto vago, ma in un romanzo d’azione odierno non crederei possibile trovare dialoghi tanto compìti e trattative elaborate come quelle che si svolgono a più riprese fra i personaggi della storia; danno un’aria da “vecchi gentiluomini all’antica” sudditi di Sua Maestà Britannica e e da “vecchi lupi di mare, pirati ma con un loro codice d’onore”, il cui fascino fa ancora presa su di me. Molto evocativo il “piratese”, quell’inglese spesso sgrammaticato, pieno di parole storpiate e modi di dire, anche se a volte mi sono trovata in difficoltà a capire il senso di certe frasi (in effetti il voto non arriva a un 4/5 tondo tondo solo per questo motivo: alcune parti, infarcite anche di termini marinareschi, non sono semplici, e io sono stata troppo “pigra” per controllare ogni cosa sul vocabolario). A parte la grande avventura del tesoro, per me molte “chicche” durante la lettura si sono nascoste nei dettagli: come il confronto fra il dottore e il vecchio Bill alla locanda, la visita del dottore ai pirati ammalati (in generale, tutte le scene col dottore!), gli screzi iniziali fra Trelawney e il capitano Smollett, l’ambasceria di Silver e il suo colloquio col capitano, le paure dei pirati superstiziosi… L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa è pensare che il ragazzo protagonista, Jim Hawkins, senza nessuna esperienza di navigazione, potesse impadronirsi e governare praticamente da solo l’Hispaniola, sottraendola ai pirati ammutinati: questo l’ho trovato un po’ strano, ma non mi pare il caso di essere eccessivamente puntigliosi.

Ora sono curiosa di sapere se il romanzo di Larsson sarà una riscrittura della stessa storia, magari da un altro punto di vista, o un prequel, o un sequel, o si svolgerà in un “universo parallelo” in cui gli eventi legati all’Isola del Tesoro avverranno in un modo completamente diverso.

Come ultima postilla, aggiungo che mi piacciono sempre di più le avventure marinaresche: la lettura di questo classico mi ha fatto tornare in mente una serie che mi attira ma non mi sono mai decisa a iniziare, cioè le avventure di Jack Aubrey, di Patrick O’Brian (quello di Master and Commander, per capirci). È molto lunga (sono 20 romanzi, più un ventunesimo rimasto incompiuto per la morte dell’autore), e questo non mi incoraggia (temo la stanchezza, il declino, a lungo andare, nella qualità, l’indigestione di gergo e termini tecnici poco comprensibili), ma in generale è giudicata positivamente e prima o poi vorrei provare.

Robert Louis Stevenson, Treasure Island, voto = 3,5/5
Disponibile (gratis) su Amazon.it (versione per Kindle, in inglese)

Lascia un commento

Archiviato in Classici, Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...