The Linnet Bird

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Il libro in questione, a differenza di tanti che mi trascino dietro in “lista d’attesa” da anni, è un acquisto di impulso, causato dalla lettura di questa discussione su Goodreads, nel gruppo in cui chi desidera sapere il titolo di un romanzo da tempo dimenticato cerca di esporre a grandi linee la trama, nella speranza che qualcuno lo riconosca (a rileggerla ora, nella discussione è svelata nel dettaglio tutta la storia, quindi, se vi venisse voglia di acquistare il libro, vi consiglio di non aprirla): sono rimasta incuriosita dalla vicenda, e ho acquistato una copia usata. Tra l’altro, anche se, come si vedrà più avanti, non si è poi rivelata una scelta particolarmente fortunata, questo libro rimane comunque legato ai bei ricordi della breve vacanza a New York, visto che l’ho preso in una splendida libreria, Strand Bookstore, che consiglio a chiunque si trovi a Manhattan e ami i libri di visitare senz’altro.

In sintesi (per maggiori dettagli vedere appunto il link sopra), il romanzo narra le peripezie di Linny Gow, partita dalle sudice strade di Liverpool della prima metà dell’Ottocento, costretta fin da giovanissima a lavorare come prostituta, e finita, attraverso una serie di circostanze imprevedibili, sotterfugi e inganni, scelte rischiose o coraggiose, a essere la ricca e annoiata moglie di un gentiluomo inglese nell’India britannica. Mi aspettavo quindi una lettura avvincente e ricca di salti e di sorprese.

L’inizio però mi ha destato qualche perplessità, poiché la trama, pur con un’ambientazione diversa (sempre Inghilterra del XIX secolo, ma là Londra nel 1875, qui Liverpool nel 1823), mi ha ricordato fin troppo Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber. Tra Linny e Sugar, la protagonista de Il petalo, le somiglianze erano significative: una povera, giovanissima prostituta, con un passato di sfruttamento e sopraffazione, carica di rabbia verso gli uomini, che però è determinata a non finire i suoi giorni sulla strada e che ha qualcosa di “speciale” che la distingue dalle centinaia di altre anonime disgraziate che fanno la sua stessa vita, maggiore educazione, modi delicati che, per una serie di circostanze, la faranno emergere in società.
Il problema è che chiunque si metta in competizione con quel romanzo, uno dei miei preferiti di sempre, ai miei occhi non riuscirà mai a eguagliarne lo stile, la ricchezza, l’accuratezza della ricostruzione storica, la varietà e la bellezza dei personaggi. Pertanto The Linnet Bird, nei primi capitoli, soffriva del confronto impari e risultava inevitabilmente schiacciato dal paragone: sapeva di già sentito, e meglio.

Andando avanti, per fortuna, ha saputo però trovare una sua strada originale, anche se, purtroppo, neppure questo l’ha aiutato molto. La svolta principale della storia, ovviamente, è la decisione di Linny, spinta dall’amica Fanny, a lasciare l’Inghilterra per andare a vivere in India: per Fanny è un’occasione per trovare finalmente marito (in India la proporzione fra uomini e donne è nettamente a favore dei primi, e sono molte le ragazze che tentano questa strada), per Linny al contrario è l’opportunità di lasciarsi alle spalle un passato traumatico (che è riuscita a tenere nascosto a quasi tutti i suoi conoscenti) e iniziare una vita nuova, diversa. Naturalmente, come è prevedibile, questo dà modo all’autrice di esplorare gli usi e costumi indiani, ma in modo particolare della classe dei colonizzatori britannici in India, le novità che le due ragazze incontrano, nonché le persistenti difficoltà di Linny nell’adattarsi a un mondo, quella della “buona società”, che sente estraneo e costrittivo. Tutto buono e interessante, se non che i temi sono esposti in modo molto on the nose, con poco spazio per la sottigliezza e le sfumature. La protagonista, a dispetto della volontà dell’autrice di presentarcela come “una dura”, forte e non convenzionale, ha tutte le qualità di un’ottima persona, tutte le opinioni giuste che un lettore del XXI secolo vuole sentire: e quindi gli uomini sono tutti dei mascalzoni e le donne dovrebbero avere più diritti e libertà, tutti gli inglesi sono dispotici, razzisti e ingiusti con gli indiani, non si curano minimamente di comprenderne la millenaria cultura e li trattano come “selvaggi”, mentre tutti gli indiani sono campioni di rettitudine, e quanto dovremmo imparare dalla semplicità dei loro costumi o dalla loro antica saggezza… La “trasformazione” della protagonista da misera donna di strada a signorina della buona società avviene in modo fin troppo liscio e veloce. Oltre tutto, per inserire i suoi bravi commenti sulla situazione dell’India sotto gli Inglesi l’autrice sceglie quello che secondo me è l’espediente più “pigro” in assoluto, la lettera all’amico rimasto in Inghilterra (che poi, se non sei un abile scrittore, queste lettere suonano assolutamente “false”, troppo pulite, dei “mini-saggi” in cui apparentemente il destinatario non esiste, nessuno scriverebbe così). Anche la forma scelta, la narrazione in prima persona, alla lunga stanca, con quest’ossessivo io, io, io, io, io, io, io… Ogni tanto avrei voluto ci si concentrasse anche su altri personaggi… anch’essi però lasciano un po’ a desiderare. Sì, perché nel corso del libro ne vengono introdotti svariati, che però vivono il loro “momento di gloria” nell’arco di poche pagine o di pochi capitoli, e poi vengono “abbandonati” senza troppe cerimonie (perché la vita di Linny entra in una nuova fase, ed è tempo di presentare ancora nuovi comprimari; fa eccezione il personaggio di Somers, che però per certi versi non sfugge a questa regola, perché a un certo punto del libro l’autrice lo rigira come un calzino e da quel momento in poi è quasi da considerarsi un personaggio completamente diverso): tutti costoro non mi sono mai sembrati realmente vivi e interessanti, “servono” solo fintanto che la protagonista si muove attorno a loro (è anche inevitabile, essendo il racconto in prima persona), ricoprono dei ruoli abbastanza generici (la Madre dolce e sventurata, il Patrigno cattivo, l’Amico segretamente innamorato, l’Amica deus ex machina per il viaggio in India, la Signora antipatica e altezzosa, la Cameriera affezionata e fedele, il Marito crudele, lo Straniero fascinoso…). Se proprio dobbiamo proseguire il paragone col capolavoro di Faber, uno dei suoi pregi era proprio l’imprevedibilità e la complessità dei personaggi (Sugar non era “la buona”, William non era “il cattivo”, e così Agnes, Henry…), qui invece una volta che ciascuno ha ricevuto il suo imprinting, c’è poco spazio per una successiva evoluzione.

Particolarmente sgradevole e mal utilizzato il personaggio del marito: ha bisogno di una moglie per nascondere la propria omosessualità, e quindi propone a Linny la finzione del matrimonio per consentire a entrambi di continuare una vita tranquilla in India senza paura che i segreti di entrambi vengano a galla. All’inizio figura complessa, affascinante, quasi un alleato per la protagonista… nello spazio di poche pagine diventa un mostro di crudeltà, un demonio incarnato, un’anima nera come non se ne vedevano da tempo (SPOILER: per non parlare, ma ormai a quel punto la lettura era già diventata piuttosto pesante per me, vedi più avanti, della scena della “agnizione” finale che mi è sembrata superflua, perché nulla aggiunge al personaggio, di una melodrammaticità stucchevole e inverosimile all’estremo), francamente quasi una caricatura… che perde all’istante ogni motivo di interesse per il lettore. Insomma, non mi è piaciuta questa caratterizzazione eccessiva e platealmente negativa, in cui l’orientamento sessuale sembrava quasi una “aggravante” (vero è che più che omosessuale il tizio sembra piuttosto un pedofilo, anche se non è chiarissimo, nel testo si parla di “men”, ma poi alcune scene sembrano suggerire che i suoi partner siano giovanissimi e non consenzienti).

Comunque tutto andava benino fino ai tre quarti del libro, un “onesto” 3/5: a farlo scivolare al di sotto della sufficienza è stato il romanzetto Harmony con l’esotico straniero fascinoso e di nobile animo (tanto diverso da quegli schifosi degli uomini occidentali! Anch’egli era uno stereotipo vivente, naturalmente, e la vicenda nient’altro che un calco della fantasia della bella che viene rapita dallo sceicco di tanti romanzi sentimentali), e allora la melensaggine ha causato un crollo nella qualità. Senza contare il finale soporifero e senza una reale sorpresa (perché, non appena si è saputo della malattia di Somers, si è capito subito che Linny lo avrebbe avvelenato, facendo poi credere che la morte del marito fosse avvenuta per cause naturali: e tutto inoltre si risolve nello spazio di 2-3 paginette). Insomma, un romanzo troppo pieno ed esagerato, in cui si è voluto mettere di tutto e di più, ma con poca originalità e poco “mordente”.

Ora però basta con i romanzi deludenti!

Linda Holeman, The Linnet Bird, voto = 2,5/5
Per acquistarlo on line

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