The Last Runaway

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Devo confessare che da tempo nutrivo un certo qual pregiudizio verso l’autrice Tracy Chevalier, divenuta celebre per La ragazza con l’orecchino di perla: senza aver mai letto un suo romanzo (credo che molti lettori abbiano le loro personali idiosincrasie), credevo comunque di poterla ritenere un po’ patinata, autrice di romanzi storici ben confezionati, ma poco saporiti, “scolastici”. Però un elemento nel riassunto della trama di questo ultimo suo libro mi aveva incuriosito.

La protagonista, Honor Bright, ragazza quacchera appena arrivata in America dall’Inghilterra, si ritrova per la prima volta di fronte all’istituzione della schiavitù, cui la comunità quacchera (lo scopro grazie alla lettura di questo romanzo) è da sempre contraria, e si impegna dunque nell’aiutare gli schiavi neri in fuga dal Sud verso il Canada; nella sua azione è aiutata da altri affiliati alla rete clandestina chiamata “Underground Railroad”, ma ostacolata, fra l’altro, da Donovan, cacciatore di schiavi che incarna tutto ciò che Honor più disprezza, ma con cui, manco a dirlo, subito nasce una forte attrazione fisica; siccome col tempo e con le ultime letture sto diventando una “romanticona”, ammetto dunque di aver letto il libro principalmente per questa promessa di attrazione fatale/tensione erotica fra due opposti e apparentemente inconciliabili caratteri. Parte della “responsabilità” per la parziale delusione, quindi, è anche mia che ho creduto (a torto) che il rapporto fra i due fosse più centrale nella storia.

Dorset, Inghilterra, 1850. Complice anche una delusione d’amore, Honor Bright, di fede quacchera, decide impulsivamente di seguire in America la sorella Grace (la quale a sua volta non sembra molto più riflessiva e giudiziosa, parte per raggiungere il futuro marito, un uomo più anziano che a malapena conosce e che ha accettato di sposare probabilmente perché attratta dalla voglia di novità e avventure). Dopo un primo capitolo in cui praticamente leggiamo solo quanto ha vomitato Honor durante la traversata (dovrebbe farci capire che per lei si tratta di un viaggio senza ritorno, perché non sopporterebbe di ripetere l’esperienza, ma l’autrice insiste talmente tanto sulla nausea della protagonista che, a parte lo schifo, risulta solo comicamente esagerato), finalmente si entra nel vivo. Purtroppo l’avventura americana di Grace finisce ben prima che le due sorelle raggiungano la loro meta (Faithwell, Ohio, dove vive una consistente comunità quacchera), perché pochi giorni dopo l’arrivo la ragazza si ammala e muore; Honor si ritrova così completamente sola e lontanissima da casa, in una terra straniera che fatica a comprendere, ospite inaspettata e non troppo gradita dell’uomo che sarebbe dovuto diventare suo cognato. Senza più Grace al suo fianco, la presenza di Honor in America non ha più un vero “scopo”, e oltre tutto è poco opportuno che ella viva sotto il tetto di un uomo che non è suo marito, perciò dalla comunità cominciano ad arrivarle pressioni più o meno velate perché trovi una sistemazione più stabile e consona sposandosi al più presto. Peccato che anche la sua famiglia acquisita non la accolga proprio “a braccia aperte”… Come accennavo sopra, fra gli aspetti inediti e più odiosi di quel nuovo mondo vi è la schiavitù: Honor scopre subito che anche gli altri quaccheri della comunità, compresa la famiglia del neomarito, la condannano, ma fra l’enunciare principi a parole e far seguire l’azione ai discorsi il passo è lungo, e quindi il suo impegno concreto incontrerà la disapprovazione dei suoi compagni, timorosi della legge, che punisce chiunque presti aiuto a uno schiavo in fuga. Fortuna che esistono anche persone anticonformiste come la modista Belle Mills, l’unica persona che Honor può considerare davvero amica, il cui fratellastro però è proprio il già citato Donovan.

Va beh, basta col riassunto della trama, tanto non è un romanzo in cui succedano grandi colpi di scena uno dopo l’altro. La storia poteva essere interessante, ma la protagonista, attraverso gli occhi della quale seguiamo lo sviluppo della vicenda, già di suo non è molto simpatica. L’autrice forse la vuole presentare soltanto come introversa, silenziosa e riflessiva, però dalle pagine risulta involontariamente anche fastidiosa e rompiballe: d’accordo che, poverina, la situazione in cui si viene a trovare è tutt’altro che rosea e ha poco da stare allegra, ma per tutta la prima parte del libro non fa altro che lamentarsi, tranciare giudizi e trovare difetti in tutto e tutti (gli Americani sono tutti sguaiati, le donne americane non sanno cucire e tenere in ordine la casa come sa farlo lei, il tempo in Ohio fa schifo, o è troppo caldo o è troppo freddo, nessuno la tratta bene e tutti la fanno sentire di peso…). Inoltre, il personaggio vede, intuisce, capisce e riflette subito troppo e troppo acutamente sulle cose nuove che scopre e gli eventi che le accadono, coglie subito troppi dettagli, fa subito troppe associazioni e collegamenti, con molte frasi sentenziose sulle differenze fra Inghilterra e Stati Uniti e sul modo di vivere e di pensare degli Americani, per non avvertire subito la presenza ingombrante e fastidiosa dell’autore (insomma, Honor mi sembra troppo “sveglia” per una ventenne che fino a quel momento non ha visto nulla del mondo oltre al suo paesello nella campagna inglese, è evidente che è un “mezzo” per fare osservazioni da outsider sulle caratteristiche e sulle storture della società americana dell’epoca).

E poi il finale fa cadere un po’ le braccia. Tutte le righe seguenti sono coperte per non rovinare la sorpresa a chi vuol leggere il libro, vanno evidenziate per visualizzarle. Dopo la fuga della stessa Honor, che non accetta più di piegarsi ai compromessi che il marito Jack e gli altri quaccheri fanno tra i loro ideali e il quieto vivere, la famigliola alla fine si riconcilia, nonostante i contrasti fra marito e moglie non sembrino risolti (o ci si vuole far credere che si risolvano in due righe) e nonostante Jack sia uno dei personaggi più scialbi del libro. Anche la decisione di spostarsi a ovest, sebbene nella sua riflessione finale Honor ci assicuri che ormai ha smesso di “scappare da” (“run from”) e ora invece, seguendo la filosofia di vita degli Americani, abbia imparato ad “andare verso” (“run towards”), verso il futuro, verso nuove possibilità, eccetera, continua a sembrarmi in tutto e per tutto una fuga dal problematico dilemma se aiutare o no gli schiavi mettendosi contro la legge. Allora, se fuga dev’essere, che avvenga in modo clamoroso, con la ragazza che abbandona scandalosamente il tetto coniugale assieme a un Donovan “redento”, col quale evidentemente sente maggiore affinità che col marito (e invece la parabola di “redenzione” di questo personaggio viene lasciata a metà in modo un po’ ambiguo: non sembra credere fino in fondo alla giustezza di ciò che fa, e nella scena finale probabilmente agisce solo per gelosia, però i confronti fra lui e Honor sono sempre brevi e inconcludenti, per lo più l’uomo si vede di sfuggita o è menzionato da altri come fosse il babau… Insomma, hai un personaggio che appare potenzialmente capace di interessanti sviluppi e tensione, usalo di più, no?).

Comunque, ho imparato cose nuove sui quaccheri, sull’esistenza della Underground Railroad che proprio attraverso l’Ohio aveva le sue rotte fondamentali, non ho imparato invece granché su come fare le trapunte (la grande passione di Honor) perché non mi interessa affatto e tutti i passi con i dettagli su questa tecnica di cucito li ho scorsi assai rapidamente. Interessanti anche le osservazioni stupite, dal punto di vista dell’osservatore proveniente dal Vecchio Mondo, sulla continua spinta al movimento della società americana (per Honor, vissuta sempre nello stesso posto, è una novità “l’irrequietezza” degli Americani, il fatto che in America non vi sia nulla di eterno e immutabile), allo spostarsi verso altre terre, al ricominciare daccapo e ricostruire la propria vita altrove, senza paure e senza rimpianti.

Nell’edizione italiana (L’ultima fuggitiva, Neri Pozza), suppongo, tutta la resa della particolare parlata dei quaccheri (che usano “thee” al posto di “you” come pronome di seconda persona singolare, ad esempio) sarà andata completamente persa.

Tracy Chevalier, The Last Runaway, voto = 3/5
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