The Only Gold

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Mi pare di aver visto per la prima volta questo libro nella lista “Gay Romance Fiction with a Strong Sense of Place“, ovvero, se ho ben capito, romanzi in cui l’ambientazione non è limitata a pochi accenni indistinti, storie che potrebbero avvenire in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, ma libri in cui è evidente un certo lavoro di ricerca dell’autore per creare un “microcosmo” convincente e realistico. Credo che sia una caratteristica fondamentale per un buon romanzo storico, così come plasmare personaggi che si muovano in armonia con le leggi e le convenzioni di un particolare tempo e un particolare luogo: romanzi così sono una piacevole e stimolante sfida per l’autore e per il lettore, che si trova di fronte a personaggi che hanno pensieri, fanno scelte, compiono azioni non scontate o immediatamente decifrabili. Insomma, volevo qualcosa di più “sostanzioso” di un romanzo rosa standard: quest’autrice pareva aver incontrato il parere favorevole di molti lettori.

New York, 1888. Dopo quattordici anni di onorato e scrupoloso servizio alla Grandborough Bank, Jonah Woolner si vede passare davanti per l’agognata promozione un nuovo arrivato, lo sconosciuto Reid Hylliard. Costretto a ingoiare la delusione e a mettersi al servizio del suo nuovo superiore, il grigio, metodico e solitario Jonah trova ancora più motivi per detestare cordialmente Reid perché costui, al contrario, guadagna all’istante la simpatia di tutto lo staff con i suoi modi accattivanti e “piacioni” e, soprattutto, sconvolge la collaudata routine della banca con una serie di innovazioni e riforme. Naturalmente tutto questo è il preludio al classicissimo “topos” dei nemici/rivali che diventano amanti, ma la narrazione si mantiene ben lontana dal già visto grazie, appunto, all’ambientazione tratteggiata con cura e finezza, e allo stile di gusto deliziosamente rétro (ma il romanzo è del 2011), con un ritmo deliberatamente lento e situazioni che prendono tutto il tempo necessario per svilupparsi, un erotismo molto più sfumato rispetto ad altri esempi del genere.

Sarò probabilmente l’unica ad aver apprezzato più la prima parte, in cui sembra non succedere nulla, l’attrazione fra i due è ancora taciuta, in banca si svolge il lavoro di tutti i giorni ed è frequentemente in scena anche il cast di personaggi secondari (i colleghi, gli altri abitanti della pensione in cui vive Jonah) e i protagonisti non fanno che litigare su questa o quella modifica alla routine dell’ufficio, rispetto alla parte centrale in cui sboccia la storia d’amore e soprattutto alla conclusione alla Rambo (la tentata rapina alla banca proprio la notte in cui Manhattan viene bloccata da un’intensissima nevicata), davvero trooooooppo lunga e sfiancante e con alcuni particolari fuori luogo (tipo: la ragazza che riesce ad arrivare alla banca da sola in mezzo alla furia della tormenta di neve. È evidente che l’autrice ce l’ha mandata solo perché sia presa subito come ostaggio e complichi ulteriormente le cose, perché altrimenti la sua irritante presenza non ha senso, non si capisce che motivo avesse per essere lì. E poi: alla fine, mettersi a inseguire alla disperata il rapinatore che fugge col bottino —senza ostaggio!— fin quasi a giungere al sacrificio della vita sembra un poco esagerato: ho capito che il personaggio è davvero attaccato alla “sua” banca, ma via, lascialo fuggire, no?). In tutta sincerità, il finale da action movie troppo insistito stona con la soffusa, discreta eleganza dei precedenti capitoli.

Col rischio di dare l’impressione di non essere mai contenta, ammetto di aver provato una punta di delusione quando si è scoperto che il doppio gioco di Reid (in realtà è un rapinatore che ha subdolamente guadagnato la fiducia di tutti e il cuore di Jonah per meglio ingannarli!), inaspettato colpo di scena, era in effetti un triplo gioco (no, invece è un buono, un detective dell’agenzia Pinkerton che si è infiltrato nella banda dei cattivi!). Chi vogliamo prendere in giro, era abbastanza  scontato che la storia non potesse che finire bene; tuttavia non mi sarebbe dispiaciuta una conclusione così “noir”. Una lettura comunque gradevole, seppur non ai livelli che all’inizio prometteva, che aiuta a entrare in “clima New York”.

Tamara Allen, The Only Gold, voto = 3/5

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