Mattatoio n. 5

La lettura di questo libro (e soprattutto di Le sirene di Titano, dello stesso autore, giudicato ancora più bello) mi fu caldamente consigliata da mio zio, che più di me apprezza il genere fantascienza. Di Mattatoio n. 5 avevo sì sentito parlare, perché è un titolo famoso, ma non sapevo bene di cosa parlasse.

Leggendo si comprende molto presto il perché di quello “strano” sottotitolo (Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini è infatti il titolo completo dell’opera), che molto mi incuriosiva. Vonnegut si riferisce a un episodio (che presenta come realmente avvenuto, o di cui comunque non si sofferma a mettere in dubbio la veridicità, ma che in effetti è probabilmente leggendario) che si fa risalire al 1212, e cioè un tentativo di spedizione in Terrasanta di un contingente composto da bambini e ragazzi, andati incontro al massacro e alla dispersione. Che la “crociata dei fanciulli” medievale sia un fatto storico o meno, comunque, questa espressione è efficacissima per indicare come nell’immaginario collettivo si rappresenti la guerra come una cosa “da uomini”, mentre in realtà, a ben guardare, i soldati che la vivono in prima persona siano spesso poco più che bambini e siano loro le principali vittime di fanatismo e logiche avulse dalla realtà. Un esempio di questi “fanciulli” gettati inconsapevoli nell’inferno è lo stesso autore, Vonnegut, sulle cui esperienze si modellano in gran parte quelle del protagonista, Billy Pilgrim, una sorta di “puro folle” per lo più deriso e incompreso da tutti, che invece possiede una conoscenza preclusa ai suoi simili: la sua abilità “innata” di effettuare (senza però poterli controllare) continui salti nel tempo lungo tutto l’arco della sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia, nonché l’incontro con la razza aliena dei tralfamadoriani, dai quali verrà misteriosamente rapito e “istruito”.

Come Vonnegut, Billy nel 1944-45 combatté in Europa, fu fatto prigioniero dai tedeschi e si trovava a Dresda nel giorno del devastante bombardamento della città, che la ridusse, secondo le parole dell’autore, a un deserto lunare senza vita. A quei giorni viene continuamente e all’improvviso “riportato” il Billy Pilgrim degli anni cinquanta-sessanta, che, tornato in patria e superato un esaurimento nervoso, è ora un ottico di successo. La metafora dei continui viaggi nel tempo può forse significare che il Billy Pilgrim benestante e affermato del dopoguerra è rimasto in realtà bloccato a quel momento terribile della sua esistenza, la prigionia in Germania, verso cui continua inesorabilmente a tornare (i demoni del passato che continuano a tormentare la “brillante” America uscita vittoriosa e sempre più ricca, che infatti di lì a poco si getta subito in altri sanguinari conflitti)? Questa interpretazione l’ho ricavata anche dall’accenno, fuggevole e quasi “nascosto”, al fatto che il Billy Pilgrim adulto, con sorpresa dei suoi familiari e amici, talvolta scoppia improvvisamente a piangere, apparentemente “senza motivo”.

Altri lettori (il libro è oggetto del gruppo di lettura di gennaio di Goodreads Italia) sottolineano invece che i viaggi nel tempo siano lo specchio della logica spietata dei tralfamadoriani, che, grazie alla loro vista “a quattro dimensioni”, vedono contemporaneamente, proprio come Billy che li rivive in prima persona, qualsiasi istante del tempo passato, presente e futuro, che quindi è stato, è e sarà sempre in un unico modo, in una concezione che esclude il libero arbitrio (una bizzarra teoria che secondo loro è propria solo della razza umana in tutto l’universo) e le possibilità di intervento (e dunque le responsabilità individuali, in una sorta di autoassoluzione per cui tutto ciò che avviene, e quindi anche gli orrori della guerra, non poteva non avvenire e avverrà sempre). Non c’entra poi molto con Mattatoio n. 5, ma questa immagine del tempo inteso non come sfuggente e volatile ma “squadernato” davanti agli occhi e “presente” in ogni momento mi ha ricordato una trovata di Stephen King in un racconto letto tantissimi anni fa, I langolieri, in cui un gruppo di scampati a un bizzarro incidente aereo si ritrova in un “passato” inteso come luogo fisico, come se ogni istante avesse la propria concretezza che, esaurito quel momento, viene distrutta (piuttosto che leggere la mia confusa spiegazione, leggete il racconto, non era brutto).

Faccio fatica a dire cose molto originali su questo libro ben noto e già ampiamente celebrato per il suo importante messaggio pacifista e antimilitarista e che, si vede, non è il mio “pane” abituale. La mia passione per la storia, però, ha fatto sì che rimanessi un po’ delusa dalle pagine che narrano della prigionia di Kurt/Billy e soprattutto del bombardamento di Dresda: non era giusto aspettarsi un romanzo storico “tradizionale” o un resoconto “fedele” della tragedia da questo libro, ma dalla parte iniziale (in cui è lo stesso Vonnegut a parlare della genesi dell’opera) poteva sembrare così, visto che l’autore ne fu un testimone diretto. Poi, appunto, il romanzo prende altre strade, che forse sono meno tagliata a seguire.

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini (trad. Luigi Brioschi), voto = 3/5
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