Cotillion

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Quasi sicuramente ho scoperto questo libro da questa pagina (chissà come sono finita lì, però): è una lista di romanzi in cui, traduco, “il libertino è un personaggio secondario o l’antagonista, e il protagonista gentile (sweet) conquista il cuore dell’eroina”. La premessa “inusuale” di questa lista mi aveva incuriosito e, fra tutti i titoli citati, Cotillion di Georgette Heyer sembrava il più interessante, divertente e qualitativamente valido. Non sono una lettrice abituale di romance, ma sappiamo tutti che in genere questo tipo di romanzi vede al centro della vicenda un’eroina “bellissima”, “forte”, “determinata” ecc. e un eroe “affascinante”, “seducente”, “coraggioso”, “tenebroso”, “appassionato” ecc. È talmente uno stereotipo che anche le copertine sono fatte in serie (e chi non ne ha vista almeno una?).

Georgette Heyer (1902-1974) fu una specie di “erede” di Jane Austen e forse colei che inventò il Regency Romance (una cosa che sto imparando è che in questo tipo di libri sono importantissime le distinzioni fra generi, sottogeneri, sottosottogeneri, ecc.), e cioè (cito da Wikipedia) “a subgenre of romance novels set during the period of the British Regency (1811-1820) or early 19th century … with their own plot and stylistic conventions that derive from the works of Jane Austen … and from the fiction genre known as the novel of manners. In particular, the more traditional Regencies feature a great deal of intelligent, fast-paced dialog between the protagonists and very little explicit sex or discussion of sex”. In Cotillion (1953), però, sembra quasi che l’autrice, raggiunta ormai la padronanza assoluta della materia, si sia voluta divertire a parodiare se stessa, perché qui si produce in diverse “variazioni sul tema” rispetto ad alcune “regole sacre” del genere (o almeno a quelle che a me, da profana, sembravano tali). Il canovaccio della “coppia che si finge fidanzata ma poi si innamora sul serio” in realtà l’abbiamo sentito tante volte in libri e film (anche se forse nel 1953 poteva ancora sapere di novità), ma qui è la caratterizzazione dei personaggi a essere nuova e fresca e non convenzionale, e ne risulta la coppia meno romantica (e più simpatica) che si possa immaginare.

Kitty Chaming è un’orfana di circa vent’anni che fin dall’infanzia vive sotto la tutela del vecchio sir Matthew, misantropo e avaro ma anche piuttosto ricco: costui decide che le lascerà in eredità la sua fortuna se ella acconsentirà a sposare uno dei suoi numerosi pronipoti, quello a lei più gradito. La ragazza avrebbe in effetti una preferenza, ma da quel versante non le arrivano offerte, perciò, un po’ per ripicca, un po’ per far ingelosire l’uomo dei suoi sogni, un po’ per scappare dall’austera casa di sir Matthew e vedere finalmente l’eccitante vita di Londra, convince un altro dei pronipoti del vecchio, Frederick “Freddy” Standen, a farle una finta proposta di matrimonio e a condurla in città quale sua fidanzata.

Quando entra in scena, Kitty viene descritta come una ragazza dall’aspetto abbastanza ordinario (d’accordo, anche perché l’avarizia del tutore la costringe a vestire in modo molto sciatto e modesto), impulsiva e poco saggia, confusa su ciò che desidera e sui mezzi per ottenerlo. In effetti, anche del protagonista maschile viene fatta, all’inizio, una presentazione non proprio lusinghiera: Freddy non è esattamente l’uomo che fa girare la testa mentre passa, viene sì apprezzato per l’eleganza, il buon gusto, l’amabilità ecc., ma non è un Adone, non eccelle particolarmente nello sport, non ha grande successo con le signore né la cosa lo interessa poi molto, persino i suoi familiari gli vogliono bene e lo considerano “un bravo ragazzo” ma non lo ritengono un campione di intelligenza. Un “tipo”, insomma, che in fin dei conti non spicca per nessuna dote in particolare e su cui solitamente il nostro sguardo non si soffermerebbe: adatto più a fare da “spalla” che da protagonista. Il “prototipo” dell’eroe da romanzo rosa è incarnato invece dal cugino Jack Westruther, il più classico dei libertini, noi lo definiremmo un uomo “che non deve chiedere mai”, di una bellezza sconvolgente e sospirato da tutte le bellezze di Londra, e che infatti è proprio colui del quale Kitty è pazzamente innamorata da una vita, e che spera ardentemente di far ingelosire grazie al finto fidanzamento con Freddy. Inutile dire che la frenetica vita sociale londinese darà il via a una spassosa serie di complicazioni, in cui la ragazza si getterà a capofitto, finendo col coinvolgere l’inizialmente molto riluttante ma via via sempre più partecipe promesso sposo.

Uno dei temi di sottofondo del romanzo è che Freddy, da sempre abituato a essere sottovalutato un po’ da tutti, in realtà si rivela ben più dell’effeminato e svagato damerino che tutti trattavano con una certa sufficienza: emerge la sua natura calma, tranquilla, ma pratica e rapida a cogliere in fretta il nocciolo delle questioni, generoso e pronto a farsi in quattro per aiutare senza per questo risultare “eroico”, e a trovare la soluzione più logica senza fare tanti proclami e senza perdere tempo inutile. Kitty, dal canto suo, da ragazzina piena di fantasie “romantiche” e scioccherelle, impara a essere più decisa e concreta, adulta e risoluta (anche se alla fine è pur sempre Freddy che la tira fuori dai guai). Molto interessanti sono i momenti in cui i due discutono e ragionano insieme: quello che ne deduciamo è che fra loro, pur nelle inevitabili complicazioni di questa commedia degli equivoci, si sta instaurando un rapporto franco e “paritario”, in cui l’uno si fida dell’altro, sente di poter metterlo a parte dei problemi che sta affrontando, ascolta il suo parere sulla questione, e questo è un tocco che mi è molto piaciuto. Insomma, capiamo che la “finta” coppia in realtà funziona davvero non perché ci viene rivelato dall’alto o imposto dalla necessità del lieto fine dopo un tot di pagine, ma perché la vediamo concretamente “in azione”.

Probabilmente questa immagine volutamente “di basso profilo” e ben poco glamour dei protagonisti (inutile cercare, in tutto il romanzo, scene “d’amore”) è speculare a quella di un’altra coppia di innamorati, Camille e Olivia, su cui si esercita la divertita ironia dell’autrice: questi ultimi infatti sono invece prevedibilmente sdolcinatissimi e preda dei più tradizionali “slanci” romantici e passionali, e anche il loro linguaggio è pieno di manierismi e toni stucchevoli e declamatori, ma sono anche tratteggiati, soprattutto la figura della ragazza, come due tipi con la testa un po’ fra le nuvole e sprovveduti.

In effetti la “morale” è probabilmente sia quella di saper guardare oltre le apparenze, sia di non vivere la propria vita come un romanzo rosa (paradossale come questo insegnamento giunga proprio da… un romanzo rosa): e quindi Kitty impara che l’uomo che ha idolatrato fin dall’infanzia è in realtà egoista e odioso, e che invece l’amabile ma inizialmente poco “eccitante” Freddy è colui che vorrebbe al suo fianco. In fin dei conti, come riconosce a un certo punto Kitty, nella vita di una donna è raro che serva il cavaliere dall’armatura lucente capace di uccidere il drago, meglio piuttosto una persona che non ti abbandona nella difficoltà, che sa rimanere calma quando si presentano problemi e infondere fiducia, su cui poter contare e con la quale si possa serenamente ragionare per trovare una soluzione.

Si incastrano in questa storia principale tante altre vicende secondarie con una folla di personaggi adorabili, dalla sorella maggiore di Freddy, civettuola e dall’orribile (secondo lui) gusto nel vestire, al resto dei (numerosissimi!) cugini, compreso Forster, mentalmente ritardato perché settimino (tra l’altro, mi ha sorpreso che sia stato affrontato, pur con molto tatto e leggerezza, questo tema che non credevo usuale in una lettura “disimpegnata”), dai genitori di Freddy (me lo vedo il padre, con l’aria imperturbabile del perfetto Lord inglese, che non manca mai di dirgli che non avrebbe mai scommesso un centesimo sulle sue capacità! e il figlio che incassa sempre con invidiabile classe e autoironia) all’umile ma combattiva e intraprendente Hannah. Fra tutti i fili della trama, paradossalmente, alla fine quello che in proporzione rischia di avere minore spazio è proprio il triangolo Kitty/Freddy/Jack (raramente li vediamo in scena insieme), ed è un peccato. Un grande pregio di questo libro, infine, è che la Heyer è riuscita a confezionarmi un colpo di scena finale che davvero non avevo previsto, ed è sempre un piacere quando ciò avviene!

Non conoscevo questa autrice, a quanto pare amatissima, e quindi non so se questo gradevolissimo tocco ironico sia un unicum di questo romanzo e se il resto della sua produzione sia molto più aderente ai canoni “tradizionali” del genere (e, per me, di minore interesse); non so neanche se leggerò altre sue opere. Intanto, questo è stato un bel modo per concludere l’anno con una lettura ricca di calore e “buone vibrazioni”, un piccolo gioiellino (e, se lo stile è questo, ha magari contribuito a rendermi meno diffidente verso la sua “maestra”, Jane Austen, cui forse guardo con eccessivi, e non giustificabili razionalmente, pregiudizi).

Nel ricreare gli ambienti londinesi nel pieno della “Season”, l’autrice mette in mostra i risultati di un’accurata ricerca storica e un’attenzione ai minimi dettagli, come dimostra anche l’esteso uso dello slang dell’epoca (che a volte rendevano un po’ difficile la lettura, anche se il senso generale riusciva più o meno chiaro): non avendo mai letto Jane Austen, il paragone che mi è venuto in mente è stato con Lo scandalo della stagione di Sophie Gee, che in realtà è ambientato un secolo prima, ma che al pari di Cotillion si concetra molto sugli imperativi sociali, i valori e le regole dell’apparire fondamentali in questa cultura. Particolarmente degno di nota è che, pur essendo senz’altro personaggi positivi, non sempre i ragionamenti di Kitty e Freddy ci convincono, perché l’autrice li mantiene correttamente coerenti col loro sistema di valori (vedi i passaggi in cui i due trattano con una certa alterigia, che a noi risulta sgradevole ma è probabilmente realistica, i parenti di Olivia).

Georgette Heyer, Cotillion, voto = 3,5/5
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