The Dark Tide

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Ormai dovevo pure arrivare alla fine, ma diciamo subito che non ero ottimista, dopo il mezzo passo falso del libro 4: se l’ultima puntata doveva essere un’interminabile tirata per le lunghe, tanti sospiri e patemi per giungere a una conclusione che appariva scontata fin dal libro 2, c’era poco da stare allegri. Non so, forse la “colpa” è anche mia, forse, se devo stare tutto il tempo ad augurarmi una conclusione spiazzante o infelice e tragica, farei meglio a smettere di leggere questo tipo di libri, che evidentemente puntano a tutt’altro (diciamo che non fanno del fattore sorpresa il loro punto di forza) e non fanno per me… sennò poi è inutile lamentarsi. Ma comunque.

Sono passate poche settimane dagli eventi narrati in Death of a Pirate King. La vita di Jake è giunta a una svolta: ha finalmente dichiarato ai suoi cari e al mondo di essere omosessuale, ha lasciato la polizia, ha iniziato le pratiche di divorzio (noto solo, en passant, che Lanyon si è voluto semplificare un po’ il lavoro, lasciando che il suo matrimonio rimanesse senza figli: sarebbe stato probabilmente un’altra bella dose di drammone e un bel po’ di pagine in più per lui da scrivere, per certi versi mi spiace che non si sia voluto affrontare anche quest’argomento) e si è “riciclato” come investigatore privato con una propria agenzia. Sembra un altro personaggio rispetto al Jake duro, aggressivo, freddo e sprezzante del romanzo precedente: più calmo, più gentile, persino, lui sempre così sfuggente, più aperto. Potrebbe sembrare una forzatura, invece forse è semplicemente una conseguenza dell’essersi infine tolto un enorme peso dalle spalle. Adrien, reduce dallo scampato pericolo e dall’operazione d’urgenza al cuore, è debolissimo e sta lentamente recuperando: i medici sono ottimisti, ma egli si sente più fragile che mai. Vuole stare da solo: con Guy è finita, e anche con Jake la situazione è ancora sospesa, paradossalmente ora non ci sarebbe più nulla a dividerli, l’antica amicizia può rinascere, ma Adrien al momento sente di non avere la forza di iniziare qualcosa di più, di rischiare di rimanere deluso un’altra volta, e chiede del tempo per riflettere. Ancora una volta la sua fragilità, la sua spossatezza, la sua inquietudine sui tempi di recupero sono fra le parti più affascinanti e indovinate del romanzo: credibile, e condivisibile, l’insofferenza a stento trattenuta verso chi – lo capisce – è mosso sì da buone intenzioni ma rischia di soffocarlo di premure, e tuttavia il suo bisogno di essere coccolato, la sua “strana” e contraddittoria tendenza di chiudersi nel proprio guscio e nell’isolamento del suo familiare appartamento, e allo stesso tempo, quando si trova da solo, di sentirsi come prigioniero di quelle quattro mura, di desiderare disperatamente e confusamente una presenza vicina.

Se è per quello, comunque, non ha che l’imbarazzo della scelta, visto che, uscito dall’ospedale e sfuggito alle grinfie della madre, che si sentirebbe più tranquilla solo se potesse tenerlo sempre davanti agli occhi e sotto una campana di vetro, davanti alla sua porta inizia la processione degli ex: a parte Jake, naturalmente, ci sono ancora Guy e addirittura l’ex fidanzato Mel, la sua prima storia importante, che ricompare dopo anni di silenzio. Ovviamente entrambi questi candidati, secondo i suoi familiari e anche secondo lui stesso, se analizza le cose razionalmente, sarebbero mille volte più adatti di Jake come compagni, ma l’istinto e il desiderio continuano a guidarlo inevitabilmente verso l’ex poliziotto.

E su questo concetto si batte e ribatte più o meno per tutta la prima metà del libro.

Bisogna ammettere che al lettore sembra sì realistico ma anche esasperante essere trascinato nella “incertezza” per un intero romanzo quando da mille indizi appare chiaro come il sole che Adrien è innamorato di Jake… così come sembra anche un po’… “crudele” da parte sua tenere tutti questi uomini sulle spine in attesa di una sua decisione (vero è che non li va a cercare lui, gli cadono tutti ai piedi, e “crudele” con tutte le attenuanti del caso, dovute ai pericoli passati, allo stress, alla salute ancora malferma, al desiderio di essere lasciato in pace), quando, beh, francamente non si accettano più scommesse su chi la spunterà alla fine. Pian piano la realizzazione comincia a farsi strada anche nella mente del protagonista.

Tuttavia per certi versi è anche “emozionante” accompagnare passo passo questi due personaggi lungo gli ultimi, tormentati gradini del loro percorso e poi lasciarli andare definitivamente, far vedere che la loro felicità non è qualcosa di scontato ma è sudata e conquistata e frutto di tante riflessioni, piuttosto che trovarsi di fronte al lapidario e sbrigativo “e vissero felici e contenti”, perciò non mi lamenterò più di tanto. Solo che… ora può bastare: buon per Lanyon che questo è l’ultimo romanzo della serie e che quindi si è reso conto al momento giusto quando era arrivata l’ora di dire stop, perché in effetti sembra che la coppia Adrien & Jake non abbia più molto da dire, anzi, dopo cinque romanzi di tira-e-molla e struggimenti, rischiava anche di diventare antipatica… D’altra parte mi stavano sulle scatole anche i Ty e Zane felici e contenti di Stars & Stripes… Ecco, diciamo che se Stars & Stripes, come veniva giustamente puntualizzato in una recensione (forse solo gli utenti di Goodreads possono vederla), era, più che un romanzo, solo un lungo e interminabile “lieto fine”, qui al contrario pare che siano i personaggi che hanno bisogno di tempo per “elaborare” un lieto fine che noi lettori abbiamo intuito già da un pezzo.

Questa sindrome da “allungamento del brodo” è mitigata comunque dalla simpatia della voce narrante del protagonista, che riesce a farsi voler bene, e soprattutto, in questo caso, da quello che in genere sono sempre più pronta a criticare, il lato mystery. Infatti, fa bene l’autore a variare un po’ il menù: invece del “solito” e improbabile omicidio sempre nella cerchia delle frequentazioni di Adrien, stavolta immagina che questi e Jake indaghino su un “cold case”, la misteriosa morte, avvenuta negli anni Cinquanta, di un musicista jazz, i cui resti vengono ritrovati per caso proprio nei locali da tempo vuoti adiacenti alla libreria del protagonista. Questa soluzione ha varie ricadute positive: riporta al centro della scena il mondo della libreria, del suo tran tran quotidiano, dei clienti, eccetera, svolge la sua funzione anche nell’ambito delle dinamiche del rapporto fra i protagonisti (Adrien “ingaggia” Jake, in qualità di investigatore privato, per indagare: è un pretesto per rivederlo, ovviamente, perché non c’è la minima urgenza di scoprire il “colpevole”, né lui si trova in chissà quale pericolo: Jake lo capisce benissimo e lo asseconda, tutti lo capiscono, l’unico che si ostina a non volersene rendere conto è Adrien, e questo dà luogo a svariati vivaci scambi di battute con mille sottintesi), e inoltre dà un tocco un po’ “diverso” alle indagini (anche se, scusate la battuta, ci mancavano solo i nazisti, i Cattivi Per Eccellenza e per tutte le occasioni: quando l’ho letto mi è venuto un po’ da ridere).

Spendo anche qualche parola, visto che non ne avrò più l’occasione, sui personaggi secondari: per la maggior parte servono da comic relief, ma sono comunque tratteggiati con affetto e simpatia: la madre iper-protettiva e impicciona, così come le sorellastre, che da principio il protagonista giudica un po’ oche ma cui poi finisce per affezionarsi, sono le figure più importanti, senz’altro un po’ macchiettistiche ma efficaci. Gli amici aspiranti scrittori hanno avuto un certo spazio nel primo libro, poi evidentemente l’autore ha ritenuto che avessero ben presto esaurito il loro potenziale: era attraverso loro, comunque, che venivano fatti i meta-riferimenti più acuti sui “luoghi comuni” della letteratura gialla e sul mestiere della scrittura. I poliziotti (con l’ovvia eccezione di Jake) sono in genere ottusi, quando non apertamente ostili e beceri (e in quel caso spesso vengono bollati tout court come omofobi): sono le figure meno credibili e peggio riuscite.

Ancora un’ultima cosa sulle copertine di queste edizioni che ho preso, un po’ “sensazionalistiche” (quelle originali sono spesso più sottili e meno esplicite): sono totalmente inappropriate ai romanzi, anche perché il sesso non è affatto una presenza “pesante” nella storia (non solo in questo ultimo libro, ma nell’intera serie).

Insomma, tutto sommato una serie carina, di cui ho apprezzato di più i primi romanzi, più “leggeri” e spiritosi e in cui la storia d’amore era sì complicata ma meno appesantita dal pathos.

Josh Lanyon, The Dark Tide, voto = 3/5

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