Arabia Felix

Domenica scorsa, quando ho iniziato questo libro, ero entrata ormai nel “panico” perché volevo leggere, ho la casa piena di libri, eppure prima di Arabia Felix di Thorkild Hansen avevo preso in mano già tre (tre!) volumi, abbandonati poi dopo poche pagine. La sensazione di attanagliante e paralizzante “imbarazzo della scelta del lettore” è stata fortunatamente spazzata via, poiché questo bel saggio mi ha conquistata fin da subito.

Di T. Hansen ho già parlato a proposito della sua trilogia La costa degli schiaviLe navi degli schiaviLe isole degli schiavi, con cui, concentrandosi via via su alcuni personaggi, più o meno oscuri ma a modo loro emblematici, e facendo parlare documenti come lettere, diari, giornali di bordo, ricostruiva la storia del commercio degli schiavi nelle colonie danesi in Africa e in America fra XVII e XIX secolo. Anche qui Hansen sceglie la storia quale spunto per la sua opera, l’ambiziosa ma ormai dimenticata spedizione nell’“Arabia Felice” (l’odierno Yemen) voluta e finanziata dalla corona danese nel 1761, che vide impegnati cinque studiosi inviati a indagarne la lingua, le tracce di antiche civiltà, i costumi, la flora, la geografia… Non è fra gli obiettivi espliciti del viaggio, ma Hansen non può fare a meno di immaginare che nelle menti di tutti ci sia anche questo pensiero: perché l’Arabia Felice si chiama così? qual è il segreto di questa “felicità”?

Per rispondere a queste domande viene reclutata una squadra di cinque studiosi che più male assemblata non si può, tutti giovani sulla trentina, due danesi, due tedeschi e uno svedese: un filologo, Friedrich Christian von Haven, un botanico, Peter Forsskål, un matematico e agrimensore, Carsten Niebuhr, un pittore e incisore, Georg Wilhelm Baurenfeind, e un medico, Christian Karl Kramer. Fra ritardi più o meno voluti, preparativi travagliati, rivalità e invidie, viaggi avventurosi e innumerevoli incidenti dalle conseguenze più o meno tragiche, Hansen, affidandosi soprattutto alle fonti costituite dai diari di Niebuhr e Forsskål, accompagna i cinque attraverso i lunghi anni di durata della spedizione, che da Copenhagen giunge in nave a Marsiglia e a Costantinopoli, procede fino al Cairo e da lì, lungo il Mar Rosso, finalmente nello Yemen. Mentre loro scoprono terre e popoli nuovi, noi conosciamo sempre meglio le loro contrapposte personalità: il vanitoso ma pigro, inconcludente e rancoroso von Haven, il brillante, caparbio ed energico Forsskål, il buon Baurenfeind e l’inetto e anonimo Kramer, ma soprattutto l’umile, curioso e infaticabile Niebuhr, l’unico che, dopo quasi sette lunghi anni e un bellissimo, avventuroso e “impossibile” viaggio di ritorno in solitaria, tornerà vivo da quella che lentamente si era tramutata in una spaventosa ordalia.

Sì, perché è in fondo il resoconto di un totale fallimento quello che ci propone Hansen: quattro su cinque dei membri della spedizione morti tragicamente a migliaia di chilometri da casa, tanti propositi di ricerca non portati a termine oppure, quando anche, come nel caso di Forsskål e Niebuhr, ci si era dedicati con passione ed energia, risultati andati perduti durante il viaggio o sfruttati poco e male o con ritardo, persino l’inespressa ma ben presente illusione di trovare il segreto della felicità, ci spiega Hansen con amara ironia, non è altro che un equivoco generato dalla cattiva traduzione dell’antico nome dello Yemen…
Eppure, di fronte alla commovente testimonianza della curiosità verso ogni aspetto del mondo che li circondava, della sete di conoscenza e della tensione fiduciosa che li animava, si può anche credere che uomini come Niebuhr, come Forsskål abbiano raggiunto la loro personale “Arabia felice” nell’esperienza stessa della ricerca, della scoperta e del viaggio, della spinta verso l’ignoto che si può contribuire, nel nostro piccolo, a spiegare, misurare, capire sempre di più, anche se l’uno non ne ricaverà nessun vantaggio (senza, del resto, averli mai neppure inseguiti) e l’altro finirà per sacrificarvi addirittura la vita.

Un’ultima, curiosa annotazione. Il viaggio della spedizione danese avviene negli anni immediatamente precedenti agli avvenimenti narrati in Il medico di corte di Enquist, e l’ultimo capitolo, quando finalmente Niebuhr fa ritorno a Copenhagen, vede ricomparire alcune facce note: il re Cristiano VII, Struensee, Guldberg. Interessante come, qui, questi personaggi siano presentati in modo molto diverso rispetto al romanzo (il sovrano è un pazzo, Struensee è definito un “ciarlatano”), a sottolineare una volta di più quanto sia arduo giungere a un’interpretazione univoca dei fatti storici. Certo non è possibile attribuire questi giudizi a una sorta di orgoglio nazionalista, di “risentimento” per una parentesi poco gradita e poco “gloriosa” della storia patria, cui il danese Hansen, a differenza dello svedese Enquist, non sarebbe immune; infatti, così come nella “Trilogia degli schiavi”, Hansen non è affatto tenero con la sua Danimarca: sottolinea alcune scelte maldestre nell’organizzazione del viaggio, l’apporto quasi nullo fornito dai due componenti danesi della spedizione (von Haven e Kramer), la negligenza criminale con cui le scoperte e i reperti inviati da Forsskål e Niebuhr a Copenhagen furono trattati.

Anzi no, non era questa l’ultima annotazione, eccone un’ultimissima: dall’Iperborea questi E’ al posto di È non me li aspettavo.

Thorkild Hansen, Arabia Felix (trad. Doriana Unfer), voto = 4/5
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