Venivamo tutte per mare

Il titolo originale del libro è The Buddha in the Attic (“Il Buddha in soffitta”): di solito critico sempre la scelta di cambiare radicalmente il titolo voluto dall’autore, eppure stavolta mi pare che questo Venivamo tutte per mare renda meglio il tono della lunga confessione/racconto orale, sia più immediato e meno impersonale (meno piatto) e soprattutto introduce subito il pronome “noi”, perché è una pluralità di voci senza volto e per lo più senza nome che si incarica di narrare le vite delle migliaia di ragazze giapponesi giunte negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, con in mano la fotografia di un uomo sconosciuto che avevano sposato per procura.

Con il ritmo un po’ “ipnotico” delle elencazioni, i capitoli, composti da tante frasi, per lo più brevi e secche, che spesso ripropongono lo stesso verbo e la stessa struttura, scandiscono i momenti salienti, di passaggio, delle vite di queste donne: il viaggio in nave carico di attese, speranze, paure e nostalgia, la prima notte di nozze, l’impatto con il nuovo paese e i “bianchi”, il lavoro massacrante e le condizioni economiche precarie, la nascita dei figli: un percorso più o meno “obbligato” nelle sue tappe (per quasi tutte un destino di fatica, di ricordo struggente delle proprie radici sempre più lontane e incomprensibili per le nuove generazioni) che però dà origine a tante esperienze diverse, simili oppure diametralmente contrapposte, che a una lettura distratta (in effetti il libro rischia, per la sua formula inusuale, di risultare, alla lunga, un po’ “stancante”) potrebbero sembrare interscambiabili e invece, per coloro che le hanno vissute, sono state assolutamente uniche (in quest’ultima frase mi sembra di aver scritto la scoperta dell’acqua calda, ma quello che intendevo è che l’autrice riesce, nonostante l’uso del noi, a non farci mai dimenticare che, dietro, c’è tutta la sofferenza o la gioia di tanti io; non so spiegare bene, ma la voce narrante non diventa mai una massa indistinta, ma hai l’impressione che, una alla volta, ciascuna donna si faccia avanti per riferire, in un’unica frase, la sua storia, e poi lasci lo spazio a un’altra). La Otsuka avrebbe potuto fare un romanzo più “tradizionale”, creare tot personaggi e inventare per loro delle vicende “esemplari” dei tanti destini di queste sue antenate (l’autrice è californiana ma, dal nome, sono evidenti le sue origini); in questo modo ha invece provato, con brevi flash, a raccontarle tutte, e il risultato, originale, appare più “onesto” e coinvolgente.

Meno riusciti mi sono sembrati gli ultimi due capitoli, dedicati agli anni della guerra, in cui gli americani di origini giapponesi, dopo l’improvviso e devastante attacco di Pearl Harbor, erano guardati con sospetto, accusati di tradimento e arrestati in massa: non perché questi capitoli siano meno toccanti dei precedenti, ma perché c’è un piccolo scarto stilistico, si fa più frequente l’uso della terza persona, compaiono più spesso nomi propri, e infine nell’ultimo capitolo il “noi” passa ad indicare non più i giapponesi, ma gli americani; insomma mi sembra che si perda leggermente quell’aura di “poema epico” espressione di un’intera comunità che aveva caratterizzato il resto del libro.

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare (trad. Silvia Pareschi), voto = 4/5
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