Sud e magia

Mi sono ritrovata questo libro a casa (mio fratello l’ha avuto in prestito da qualcuno) e allora ho deciso di leggerlo.

Lo spunto di partenza è un’indagine sul campo per appurare quali forme di magia “bassa” e popolare siano ancora in uso nella Basilicata della fine degli anni cinquanta: tramite interviste e colloqui con informatori, De Martino riporta una lunga serie di scongiuri rituali, formule e comportamenti adottati dalle comunità più arretrate del luogo per affrontare momenti tipici di crisi o passaggi delicati nella vita individuale (malattie, dolori, gravidanza, parto, allattamento ecc.) o collettiva (raccolto).

La magia lucana, come tutte le forme di cultura “bassa”, nel tempo ovviamente è andata incontro a contaminazioni con il cattolicesimo dominante, ma tuttavia De Martino è in grado di inviduarne il concetto fondamentale e fondante, che è l’ideologia della fascinazione, della fattura, dell’“essere-agiti-da”, non essere più padroni del proprio essere, della propria volontà, ma sentirsi pilotati da una presenza “altra”, spesso avversa e mossa dall’invidia (il “malocchio”). La magia, il rimedio magico, non interviene allora sul negativo “reale”, che deve essere sempre combattuto con mezzi realistici (e quindi ciò fa sì che la magia sia immune da critiche basate sull’efficacia “reale” dei suoi rimedi), ma sulla sensazione di perdita di sé, allontana la volontà estranea che sta cercando di controllarci e ci fa tornare di nuovo padroni del nostro essere e delle nostre forze.
L’uso nelle formule di tanti exempla, racconti e riferimenti mitici (spesso brutalmente “abbassati” da contesti infinitamente più elevati per servire a scopi angusti e ristretti, ad es. l’alzarsi della croce di Cristo viene preso a “modello” per l’alzarsi, cioè il dileguarsi, del mal di testa) sfrutta la tecnica del “così-come” (come in un tempo mitico l’intervento della tal forza positiva ha portato a una conclusione positiva del problema, così avverà anche nel nostro caso) per traporre la nostra situazione particolare di crisi e dramma in un piano metastorico, “eterno”, in cui la crisi in questione si è già risolta felicemente, e si risolverà sempre in tal modo.

Più interessante comunque mi è sembrata la seconda parte del saggio, in cui l’autore si ricollega all’ideologia tipicamente meridionale, e napoletana in particolare, della “jettatura”, che è sempre una forma di fascinazione, di “essere-agito-da”, perché fa volgere gli eventi al negativo senza che la nostra volontà si possa opporre, operata da agenti talvolta persino inconsapevoli del loro terribile potere (a differenza della fattura intenzionale): la figura mitica dello “jettatore”. L’autore sottolinea come questa credenza abbia la caratteristica peculiare di collocarsi al confine fra il serio e il faceto e di essere condivisa, nel Sud dell’età moderna ma in generale anche ai suoi tempi, più o meno da tutti, di non conoscere barriere fra esponenti della cultura “alta” e illuminata e volgo “ignorante”. L’atteggiamento degli intellettuali napoletani che l’hanno espressa in modo compiuto (De Martino ricorda soprattutto la Cicalata del Valletta come opera fondamentale sulla jettatura) è quello dello scherzo “ambiguo”, come lo definisce l’autore, del “non è vero ma ci credo”, e questo proprio in un periodo (la seconda metà del XVIII secolo) in cui nel resto d’Europa veniva portato alle estreme conclusioni il dibattito fra magia e razionalità che, iniziato nel Rinascimento portando la magia dal campo demonologico a quello “naturale”, aveva pur visto in prima linea proprio pensatori meridionali (Bruno e Campanella, ad esempio: e quindi De Martino rigetta interpretazioni fondate sulla presunta predisposizione “antropologica” alla superstizione delle genti meridionali). Perché l’intellighenzia meridionale, la cultura “alta”, fa questa parziale marcia indietro, o adotta questa sorta di “compromesso”, tenendosi cara questa forma di “magia”? De Martino, che in un capitolo precedente ha sostenuto (in una polemica che oggi ci appare piuttosto datata) che lo studio delle pratiche magiche di una determinata società non può essere disgiunto, per comprenderle a pieno, dall’esame delle particolari condizioni storiche di quella società, perché le pratiche magiche non sono altro che regole accettate da quella comunità e che possono valere solo entro quei confini, trova appunto la spiegazione nella particolare situazione del Regno di Napoli. Gravato dalle croniche e “strutturali” incertezza e farraginosità politica e agitazione sociale, non interessato dai cambiamenti economici dovuti allo sviluppo della borghesia in atto invece nei paesi del nord, il Regno non sa offrire ai propri cittadini una prospettiva “razionale” di reazione al negativo dell’esistenza (fame, povertà, ingiustizia, ecc.) e quindi neppure le sue menti più illuminate trovano il “coraggio” (se ho inteso bene la tesi di De Martino) di sbarazzarsi totalmente di questi appigli, di queste forme di controllo e contrasto alle avversità che la magia può fornire.

Avendo già letto dello stesso autore La terra del rimorso (pubblicato nel 1961, Sud e magia invece è del 1959), mi aspettavo una lettura più piacevole. Il libro è piuttosto complesso, il linguaggio a volte eccessivamente tecnico per i non addetti ai lavori (ma di sicuro è pretestuoso farne una colpa all’autore); la prima parte di elencazione degli scongiuri rischia di essere troppo lunga e monotona (De Martino stesso si rende conto di questo pericolo e spiega perché ha ritenuto necessario non accorciarla). Come ho già scritto sopra, il lungo capitolo sulla necessità di contestualizzare le pratiche studiate ed evitare comparazioni “impossibili” tra civiltà fra loro diversissime suona al lettore di oggi superfluo e datato (non credo che attualmente vi siano più studiosi seri che si mettano a fare comparazioni superficiali fra le popolazioni dell’Italia meridionale e, che so, le popolazioni della Micronesia). Parte del materiale raccolto nell’indagine sul campo e alcuni temi saranno ripresi nel successivo La terra del rimorso, che mi era sembrato anche più organico, scorrevole, comprensibile e in ultima analisi più interessante. Ma qui, più che di un giudizio sulla scientificità e sul rigore dell’opera, si deve parlare di gusto personale (da cui il voto un po’ bassino).

Ernesto De Martino, Sud e magia, voto = 2,5/5
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