Ognuno muore solo

Otto ed Elise Hampel furono due coniugi di mezza età vissuti nella Berlino nazista, coppia tranquilla, appartata, anonima, due bravi cittadini non particolarmente interessati alla politica, anzi ben disposti verso il regime che aveva risollevato la Germania dalla spaventosa crisi economica, finché, nel 1940, proprio nel momento di maggior trionfo di Hitler, qualcosa cambiò: mossi dalla rabbia verso la corruzione e l’ingiustizia generali, da un lutto privato (il fratello di Elise era morto in guerra), decisero insieme di attuare una loro piccola resistenza. Nei due anni successivi scrissero centinaia di cartoline postali anonime con messaggi che invitavano ad aprire gli occhi sulla violenza del regime, sull’inutilità del sacrificio di tante vite, sulla necessità di boicottare lo sforzo bellico diminuendo il proprio ritmo di lavoro, che Otto distribuiva di nascosto lasciandole per le scale e negli atri dei palazzi più frequentati di Berlino. Andarono avanti per mesi facendo impazzire la Gestapo sulle tracce dell’imprendibile e sfuggente scrittore di cartoline sovversive, finché, nel 1942, a seguito di una sfortunata coincidenza, furono scoperti, arrestati, processati e condannati alla ghigliottina nell’aprile del 1943.

A questi fatti realmente accaduti, che poté apprendere direttamente dai documenti d’archivio dell’indagine e del processo, si ispirò Hans Fallada per il suo ultimo romanzo, Ognuno muore solo (1947). Si prende alcune libertà, ovviamente: la ricostruzione della vicenda reale si può leggere in un suo articolo in Appendice a questa edizione; oltre a cambiare i nomi dei protagonisti in Otto e Anna Quangel e ad arricchire la storia di comprimari ed episodi di sua invenzione, l’autore soprattutto presenta una sua versione delle motivazioni ideali dei coniugi (la morte in guerra del loro unico figlio) e si discosta dalla realtà nel narrare poi il loro atteggiamento dopo la cattura (Fallada riferisce che gli Hampel, per tentare di sottrarsi alla pena capitale, si dichiararono pentiti del loro “tradimento”, mentre i Quangel del romanzo vanno incontro alla morte con fermezza). Questi discostamenti dalla realtà storica servono quindi all’autore per elevare la vicenda a celebrazione della resistenza dei tedeschi al nazismo, resistenza di gente “normale”, non politicizzata, ma decisa a difendere fino in fondo la propria onestà e integrità morale, la propria coscienza di esseri umani in mezzo alla barbarie (a non diventare mai come “loro”, tutti gli altri). Resistenza che fallì miseramente all’atto pratico, come Fallada (egli stesso non immune dai sensi di colpa per un atteggiamento, se non di adesione, però neppure di aperta opposizione nei confronti del regime) riconosce e sottolinea più volte: non vi fu in Germania nessuna manifesta ribellione della popolazione al nazismo, che crollò per l’azione vittoriosa degli eserciti stranieri, e le stesse cartoline scritte e disseminate dagli Hampel/Quangel, che la coppia sognava sarebbero passate clandestinamente di mano in mano e avrebbero finalmente risvegliato le coscienze, furono quasi tutte consegnate immediatamente alla polizia dagli spaventatissimi rinvenitori casuali (e ora sono allegate al fascicolo e alcune di esse sono riprodotte nell’Appendice al volume). Ciò nonostante Fallada ritiene che non sia stata vana, che chi per il suo gesto di ribellione, magari minimo e dalle conseguenze pratiche nulle, immediatamente represso, ha perso la vita non l’abbia fatto inutilmente, e abbia comunque contribuito a restituire la dignità al popolo tedesco.

Non tutto funziona sempre, in questo romanzo: è scritto nel risvolto di copertina che Fallada lo scrisse alla fine della sua vita, malato e alcolizzato, in 24 giorni, e purtroppo un po’ si vede: soprattutto nella prima parte, alcuni punti sono abbastanza confusi e scollegati, il punto di vista cambia vorticosamente e senza preavviso (sarà colpa anche della traduzione? Infatti, come si vedrà più avanti, quest’edizione non mi è sembrata esente da difetti), molti personaggi e molte storie vengono messi sul tavolo, ma non tutti i filoni della storia vengono seguiti con la stessa lucidità (e alcuni quasi del tutto abbandonati: vedi Fromm, vedi i Persicke). Tuttavia, soprattutto a partire dall’ultimo capitolo della prima parte, la storia in sé ha una tale forza che si perdonano questi difetti, e nella seconda parte, quando tutto si fa inevitabilmente più cupo e claustrofobico, è anche il momento in cui si sale di livello, l’attenzione dell’autore si concentra sulla vicenda principale, la penna si fa più “spietata” nel raccontare l’orrore nudo e crudo degli interrogatorî, della prigionia, del processo-farsa, dell’esecuzione.

I Quangel non sono mai rappresentati con la magniloquenza riservata agli eroi: sono due poveri vecchi, lui d’aspetto neanche troppo gradevole, burbero, taciturno, avaro, di scarsa cultura, lei una donna modesta, abituata ad ubbidirgli. Ma di loro risalta sempre la fortissima solidarietà che li lega, che si esprime in modi sempre molto pudichi, riservati, quasi impacciati, mai esaltati ma profondamente autentici e commoventi, e soprattutto il fatto che sono fra i pochi personaggi che, dal momento in cui prendono la loro decisione di agire, poco a poco, fino agli ultimi momenti, riescono a liberarsi dalla paura, pur vivendo nel costante pericolo. È la paura infatti la grande e vera protagonista del romanzo, che tutti hanno interiorizzato come l’aria che respirano, dal miserabile  e disprezzabile Enno Kluge al viscido Borkhausen, dalla disgraziata e perseguitata ebrea Rosenthal alla coppia dei giovani Trudel e Karl, buoni ma troppo terrorizzati dall’idea del mettere in pericolo la loro tranquillità domestica per fare realmente qualcosa di concreto. E i tanti tedeschi senza nome che trovano le cartoline, ne leggono le prime righe e subito le gettano via come se scottassero, o le portano immediatamente alla Gestapo, rivolgendo la loro rabbia non al regime che li tiene schiavi, ma, in un ribaltamento di prospettiva amaramente paradossale, verso lo sconosciuto che scrive questa roba e così facendo mette nei guai il prossimo! Ed è una paura che non risparmia nessuno, nemmeno chi è dalla parte degli oppressori, perché, come dimostrano le parabole del commissario Escherich e del vecchio nazista Persicke, in questo sistema disumano che si regge sulla sopraffazione e sull’arbitrio, basta veramente un nulla per perdere le proprie sicurezze, essere abbandonati da chi credevamo più vicino, venire spogliato di tutto e brutalmente schiacciato, per la mancanza di un momento o anche senza neppure un vero motivo.

Che brutto dover chiudere la recensione con una lamentela, ma è una cosa che mi ha fatto davvero arrabbiare. Quest’edizione Sellerio ha la sua classica, bella copertina blu, interessantissime l’Appendice di cui sopra e la biografia di Fallada a firma di Geoff Wilkes, ok ok… Però! A p. 672, è il momento in cui Otto Quangel viene fatto uscire dalla sua cella per essere condotto al luogo dell’esecuzione; passando accanto alle celle degli altri detenuti, sente qualcuno dirgli “addio”, ed egli riflette tra sé quanto sia ironico un tale saluto a uno che sta andando a morire; una opportuna nota ci spiega cosa intenda: in tedesco “addio”, Lebewohl, significa letteralmente “vivi bene”… Peccato che nella nota non ci sia scritto “bene”, ci sia scritto… “bue“! Significa letteralmente “vivi bue”!!! È inevitabile, ti scappa da ridere, e non vorresti farlo, ti sembra persino irrispettoso in questo momento così tragico: da qui la rabbia verso questa trascuratezza che ti ha irrimediabilmente rovinato la lettura di questo brano. Dice: un errore di stampa può capitare. Va bene, ma non nel punto più alto e drammatico di tutto il romanzo! E se io me ne sono accorta è solo perché ho studiato un poco il tedesco, e che wohl volesse dire “bue” non mi tornava proprio… chissà quanti hanno letto il libro e si sono chiesti “ma che c’entra adesso il bue?”, perdendosi tutto il senso della frase…

Per saperne di più, ecco la pagina di Wikipedia in inglese su Otto ed Elise Hampel e le loro schede biografiche nel sito della Gedenkstätte Deutscher Widerstand (Memoriale della resistenza tedesca): Otto ed Elise.

Hans Fallada, Ognuno muore solo (trad. Clara Coïsson), voto = 4/5
Per acquistarlo on line (prova se è disponibile usato)

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