As Meat Loves Salt

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate

Questo romanzo è stata una scoperta fatta grazie a Goodreads, a una discussione in cui una utente cercava suggerimenti per libri con una (copro perché la caratteristica che i libri dovevano avere svela qualcosina della trama) voce narrante inaffidabile: fra gli esempi di libri simili a come desiderava quelli che le sarebbero stati proposti, citava questo As Meat Loves Salt, di Maria McCann.

Inghilterra, 1645. Mentre nel paese continua lo scontro fra le truppe del re Carlo I e la New Model Army di Cromwell, Jacob Cullen e i suoi due fratelli Izzy e Zeb, pur simpatizzando per la rivoluzione, vivono un’esistenza piuttosto tranquilla al servizio della nobile famiglia dei Roche; in particolare, Jacob è in procinto di sposarsi con la dolce Caro. Naturalmente, questo idillio va ben presto in frantumi: costretto a fuggire perché accusato di un crimine, Jacob si ritrova arruolato nelle fila della New Model Army, dove fa l’incontro che cambierà la sua vita: il soldato Christopher Ferris, per il quale sempre più il protagonista scopre di provare una fortissima attrazione erotica e che seguirà fedelmente nell’attuazione di un ardito e utopistico progetto: fondare una comunità di uomini e donne uguali e liberi e autosufficienti grazie al lavoro nei campi in un appezzamento aperto (common field). Il rapporto fra Jacob e Ferris, che esplode mentre i due si trovano nella casa londinese di quest’ultimo e che la coppia è costretta a vivere in modo clandestino, è però messo costantemente in pericolo dal temperamento instabile e violento di Jacob, che a tratti sembra guidato da uno spirito maligno, una misteriosa Voce che asseconda i suoi istinti più bassi e alimenta i suoi terrori più irrazionali, come quello di stare correndo verso la dannazione eterna a causa di quell’amore “impuro”.

Che dire, di sicuro è stato un romanzo che più di una volta ha ribaltato le mie aspettative, dimostrandosi così se non altro non prevedibile e scontato. Non mi aspettavo “l’idillio campestre” iniziale, non mi aspettavo che ci si allontanasse tanto presto dai campi di battaglia, non mi aspettavo la lunga sosta a Londra né che si sviluppasse in un certo modo la relazione fra Jacob e Ferris (prima di iniziare il romanzo avevo immaginato che il protagonista si sarebbe consumato in una passione sempre più bruciante ma non ricambiata, fino alla follia).

Non ci sono molte scene di sesso nella prima parte (altra cosa che non mi aspettavo); ce ne sono tante (troppe? Si rischia la ripetitività: d’altra parte, il desiderio fisico di Jacob per Ferris è una componente essenziale del personaggio e della storia), invece, nella seconda: belle, sensuali (anche se mai piene di dettagli: più nominare ed elencare, l’autrice preferisce alludere con una scelta molto ricca di verbi e aggettivi), con una tensione resa ancora più forte dal fatto che i due amanti devono cercare di non farsi scoprire; ma forse più coinvolgenti di queste sono le tantissime volte in cui Jacob (è sua la voce narrante del romanzo) rievoca, immagina, sogna, attende spasmodicamente i loro incontri.

Ottima la resa dell’atmosfera di fervore (per non dire fanatismo) religioso, di “fine dei tempi” che pervade i personaggi, e traspare non solo nelle paure e nelle ossessioni di Jacob e nell’insinuante e misteriosa Voce che lo tormenta, ma anche nel clima da “guerra santa” contro i papisti in cui sono immersi i soldati di Cromwell e, in forme meno inquietanti, nelle letture dei numerosi opuscoli e pamphlet che inneggiano alla libertà e che abbondano di riferimenti mistici e nelle discussioni che tali letture suscitano, sia all’inizio nel gruppo degli uomini di servizio di casa Roche, sia più avanti nel gruppo degli accoliti di Ferris (interessanti questi brani: non so se nello specifico gli opuscoli citati siano autentici o siano frutto della fantasia dell’autrice, ma ad ogni modo dà l’idea sia della loro diffusione, del livello di alfabetizzazione e del grado di coinvolgimento che sapevano suscitare). Infine, ovviamente, l’aspetto del fervore religioso e di ritorno alla purezza delle origini è presente nel progetto di Ferris della costruzione della comune della Nuova Gerusalemme (sebbene si scopra presto che in effetti l’ideatore stesso del progetto è fondamentalmente un ateo convinto).

Il fatto però è che sta diventando frustrante leggere romanzi la cui conclusione è sempre ambigua, misteriosa, mai chiara e definita. Era veramente la moglie Caro la donna che si unisce al gruppo verso la fine? Oppure è un’allucinazione del sempre più paranoico e geloso Jacob? A dire la verità, spero nell’allucinazione, perché altrimenti la svolta finale è davvero troppo soapish. E poi, troppi personaggi interessanti abbandonati all’improvviso senza troppi complimenti: Izzy (anche se in effetti non era facile farlo rientrare nella storia), Zeb, Becs: che fine hanno fatto? L’impressione è quella di una strana e inopportuna “accelerata” finale in un romanzo che, fino a quel momento, aveva fatto del lento dipanarsi della storia il suo punto di forza. La conclusione in sé (se si prende per buona la mia interpretazione) non è neppure male, ma avrei letto volentieri un altro centinaio di pagine, per far sì che ci si arrivasse in modo più graduale… e anche perché i personaggi, i due protagonisti, sono così vivi che viene la tentazione di trattenerli per evitare che spariscano una volta girata l’ultima pagina.

Maria McCann, As Meat Loves Salt, voto = 3,5/5
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