Il medico di corte

Libro presente fin dai tempi più remoti nella mia lunghissima “lista desideri”, e cioè all’incirca dal 2001, da quando ne vidi la recensione di D’Orrico su un numero di “Sette”, ma che poi avevo accantonato, visto che, da qualche parte su Internet, qualcuno l’aveva giudicato troppo netto nei giudizi storici (o bianco o nero, i buoni di qua, i cattivi di là). Non vi avevo pensato più molto fino a che non me lo ha fatto tornare alla mente, pochi mesi fa, questo articolo su “Archivio Caltari”: visto che nel frattempo era disponibile usato (in un’edizione diversa, più economica, rispetto alla pur bella prima edizione italiana dell’Iperborea) su Libraccio.it, l’ho ripreso in considerazione e acquistato. Questo libro è stato letto e commentato insieme ad altri utenti nel Gruppo di Lettura di luglio 2012 di Goodreads Italia.

In Danimarca, nel 1766, sale al trono il giovanissimo Cristiano VII: costui è un ragazzo fragile, sensibilissimo, inesperto di qualsiasi cosa e terrorizzato da tutto, “vittima” probabilmente della rigidissima educazione ricevuta, tutta rivolta a renderlo succube e dipendente dai suoi consiglieri per qualsiasi decisione, di modo che il vero potere sia in effetti esercitato da costoro. Con la differenza che il sovrano bavarese sembrò dimostrare maggiore energia e forza di carattere, per certi versi questa figura mi ha ricordato quella di Ludwig II: entrambi adolescenti quando ereditarono il trono, entrambi dotati di fantasia e sensibilità tanto particolari da essere creduti folli, ma che folli probabilmente non erano, quanto piuttosto alle loro cerchie conveniva che passassero per tali, entrambi alla fine rovinati e distrutti da un ambiente soffocante e spietato.
Cristiano, schiacciato dal suo senso di inadeguatezza, assilla il suo buon precettore Reverdil con il dubbio se anche lui sia veramente un “essere umano”, vive con la segreta speranza di essere in realtà il figlio di un semplice contadino che è stato scambiato nella culla e si comporta in pubblico come se recitasse battute di un copione imparato a memoria, terrorizzato dall’eventualità che qualcuno possa punirlo se non interpreta bene la sua “parte”; tuttavia, come detto, è intelligente e, grazie al già citato precettore, ha conosciuto e apprezzato le opere degli illuministi francesi, come Voltaire.

Ben presto al ragazzo viene data in moglie la principessa quindicenne Caroline Matilde, sorella minore del re Giorgio III di Gran Bretagna. L’unione fra questi due ragazzini, spaventati e insicuri, è fin da subito penosa e imbarazzante: raggiunto faticosamente il risultato di produrre un erede, il re si disinteressa totalmente della giovane moglie, e la regina si ritrova completamente abbandonata e sola, in un paese straniero, prigioniera di una corte austera e malevola, con la prospettiva di lunghi anni sempre uguali davanti a sé e una giovinezza sprecata.

La prima parte del romanzo, in cui viene dipinto questo ritratto tanto desolato dei due giovani tremebondi, è fra le cose migliori del libro (ma anche più difficili da leggere, in particolare l’agghiacciante descrizione dell’educazione di Cristiano, e la sua disperata ricerca di un senso alla sua infelicità).

Entra in gioco, a questo punto, il terzo protagonista della storia, il “medico di corte” del titolo: è un tedesco, Johann Friedrich Struensee, appassionato difensore dei nuovi ideali illuministici della libertà di pensiero, della forza della ragione, dell’ingiustizia dell’assolutismo. Costui è introdotto a corte grazie a un amico influente, il conte Rantzau, e sembra avere un effetto benefico e tranquillizzante sul tormentatissimo Cristiano. Ben presto però il suo intervento travalica quello di semplice medico personale, tanto da divenire confidente intimo del sovrano, braccio destro cui, alla fine, il re è ben contento di delegare l’intero peso del governo per potersi progressivamente isolare lontano da tutto e da tutti. È così che l’oscuro e taciturno Struensee diviene di fatto “dittatore” della Danimarca, forte della delega sovrana, e si ritrova nell’insperata posizione di poter realizzare e mettere in pratica tutte le radicali riforme che i filosofi e i pensatori dell’epoca stavano elaborando, tra lo sconcerto della corte, ma anche a dire il vero l’incomprensione del popolo. I quattro anni del “tempo di Struensee” saranno infatti caratterizzati da un numero spropositato di decreti e riforme, provvedimenti ammirevoli e coraggiosi come l’introduzione della libertà di stampa o leggi più umane nel campo della morale pubblica come la tutela per i figli illegittimi. Il parere degli storici su Struensee è però che sia stato ben poco prudente: se avesse calibrato le sue riforme su tempi più lunghi e in modo più graduale, probabilmente non sarebbe andato incontro alla rovina, come invece fu.
Infatti, dopo appena quattro anni dal suo arrivo, Struensee finì giustiziato e le sue riforme prontamente abolite. Per colpirlo, i suoi nemici non faticarono troppo a individuare il suo punto debole e più attaccabile, e cioè la passione che nel frattempo era scoppiata fra lui e la giovane regina. La relazione fra Caroline Matilde e Struensee, nata clandestinamente, si fece via via sempre più scoperta (la regina ebbe anche una bambina che tutti fin da subito ritennero figlia del medico), con la “benedizione” del sovrano stesso, progressivamente sempre più lontano dal mondo reale e trincerato nelle sue fantasie. Accusato di lesa maestà, Struensee venne giustiziato nell’aprile del 1772, mentre la regina fu allontanata dalla corte e passò gli ultimi anni praticamente da reclusa (morì nel 1775 a soli ventitré anni). Cristiano VII continuò a regnare fino al 1808, ma di fatto il potere venne esercitato dall’anziana regina vedova e dal ministro Guldberg, anima del complotto reazionario contro Struensee.

Mi sono forse dilungata troppo sugli eventi descritti: “insomma, il libro com’è?”. Mah, pesante, direi. Non sembra proprio un romanzo, ma non è neanche un saggio. Ci sono alcuni dialoghi, e forse alcune situazioni, che sembrano palesemente frutto di invenzione letteraria, mentre altri potrebbero essere stati tratti da fonti storiche… ma non si sa da quali. Quasi continuamente al racconto sono inframmezzate riflessioni dell’autore. All’inizio, questa continua “incertezza” tra verità/invenzione mi ha lasciato un po’ perplessa: occorrono alcune pagine per abituarsi al tono e allo stile, piuttosto sentenzioso.

Il difetto di questo libro è, probabilmente, l’eccessiva didascalicità: tutto ci viene preannunciato, dichiarato, sottolineato, ripetuto, commentato, più e più volte, casomai ci distraessimo anche solo per un attimo. Le grandi verità storiche ci vengono calate dall’alto, e i personaggi le commentano con una chiarezza e lucidità che dubito potesse essere quella dei contemporanei. E poi, quante ripetizioni! Nel capitolo in cui è introdotto Struensee, troviamo un po’ ovunque “io sono un illuminista”, “tu sei un illuminista”, “egli era un illuminista”… Ok, abbiamo capito il concetto! Ogni tanto sembra di leggere non un romanzo ma una cantilena, una ballata, un poema epico. Le frasi brevi e le continue ripetizioni (nella discussione su Goodreads Italia è stato usato un termine azzeccato per descrivere questo stile, che è come se si “immergesse”, per molteplici cerchi concentrici che fanno lo stesso tragitto ma sempre più in profondità, nel punto di vista del singolo personaggio) rischiano di rendere l’esperienza di lettura piuttosto snervante.

Al centro del libro c’è il “sogno”, ingenuo o pretenzioso che dir si voglia, tipicamente illuminista dell’uomo di scienza che si fa anche governatore e riformatore, dell’Uomo della Provvidenza, chiamiamolo così, che da solo si incarica del fardello di far risplendere la luce della Ragione sulle tenebre di secoli e da solo riesce a guidare i destini dell’intera Nazione verso le magnifiche sorti e progressive. Un’utopia, ovviamente, che prescinde totalmente dalla partecipazione della base a questo processo e inevitabilmente si conclude con un fallimento, ma che tuttavia lascia tracce magari impercettibili nelle coscienze e i cui risultati, deludenti nell’immediato, non sminuiscono il valore della lungimiranza e del sacrificio del singolo. Mentre leggevo comunque mi è sorto questo dubbio: ma era poi così malvisto, era poi tutto questo spauracchio, nelle corti europee, questo “Illuminismo”? O non erano i philosophès personaggi altamente ricercati e vezzeggiati, e più o meno seriamente ascoltati dalle teste coronate dell’epoca (penso agli esempi di Federico II, Maria Teresa, Caterina II)? Forse l’autore ha voluto sottolineare il prezzo che paga chi si impegna per far passare questi concetti dalla teoria alla pratica, o la differenza fra grandi pensatori protetti dal loro nome e un personaggio invece relativamente oscuro e senza difese come Struensee.

Per tornare al valore letterario del libro e al mio gradimento nella lettura, piuttosto, comunque, dei momenti in cui Struensee è rappresentato quasi come un santo medievale (un personaggio ironicamente lo paragona a san Francesco), immune dalle tentazioni del potere e solo dedito al bene dell’umanità, molto più interessanti e vivi quelli in cui invece l’uomo appare bloccato e quasi terrorizzato dall’immensità del compito che si è assunto, dalla paura di morire, dal rimpianto per la vita oscura e tranquilla che conduceva prima di essere risucchiato in quel “manicomio” della corte danese.

Infine, verrei meno alla mia coerenza se non dicessi che la storia d’amore fra Struensee e la regina è la parte meno interessante del romanzo. Come al solito, come tanti altri libri, quella che è trattata sempre in modo carente è la fase dell’innamoramento, la più difficile: ora la regina vede Struensee come un “nemico” da cui si sente minacciata, poche pagine più in là si amano alla follia. È possibile che sia stato sufficiente, per questa ragazzina abituata fino ad allora ad essere considerata niente più che un oggetto da tenere custodito, dare in moglie e infine ingravidare, trovare qualcuno che per la prima volta l’abbia trattata come un “essere umano” (uso di proposito la stessa espressione del marito Cristiano, anche lui incerto se definirsi tale). Siccome però in questo romanzo quasi ogni battuta deve contenere una Frase Memorabile o Densa Di Significato, particolarmente indigesti in questo senso risultano proprio alcuni dialoghi fra i due amanti… quando non sono un po’ comici, tipo: “Lo so – disse lei – sei orgoglioso di te stesso. Sai di essere un amante fantastico, ecco cosa pensi” “Certo lo sono – disse lui in tono distaccato – lo sono sempre stato” (pp. 226-227).

Per Olov Enquist, Il medico di corte (trad. Carmen Giorgetti Cima), voto = 3,5/5
Per acquistarlo on line

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