Troublemaker

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate

Avvertenza: questo è il terzo romanzo della serie dell’investigatore Dave Brandstetter. Il post che segue contiene dei riferimenti alle precedenti puntate, Scomparso e Death Claims, e qualche spoiler, per lo più nascosto.

Questa volta Dave si trova di fronte a una morte apparentemente molto semplice, quella di Rick Wendell, proprietario di un locale gay: il colpevole sembrerebbe proprio essere il giovane che la madre del morto ha scoperto accanto al cadavere, con la pistola in pugno. Naturalmente però il protagonista trova fin da subito qualcosa che non torna, e bla bla bla… insomma, l’esordio è sempre lo stesso. Col suo abituale modo di fare, gentile ma deciso, Dave indaga fra le conoscenze della vittima, dell’accusato, scoprendo una serie di nuovi interessanti fatti.

Questa terza puntata, al contrario delle precedenti, più malinconiche e dolenti, si è dimostrata assai più vivace e divertente, più “movimentata”, meno statica (un netto progresso rispetto alla prima puntata, Scomparso, in cui in pratica Dave non faceva che recarsi a casa dei vari sospettati e interrogarli uno per uno). Anche i problemi di coppia di Dave e Doug non riguardano più i tristi ricordi del passato, ma si risolvono in scenette piuttosto buffe e gustosamente piccanti, trattate in modo più leggero (sebbene verso la fine del romanzo accada qualcosa che potrebbe avere conseguenze spiacevoli: Dave, impegnato nella sua indagine, ignora la richiesta di aiuto di Doug alle prese con l’anziana madre che, in un attacco di demenza senile, ha liberato tutte le bestiole del loro negozio di animali…).

Nonostante alla fine, ovviamente, sia sempre il nostro Dave a risolvere il mistero e a scoprire il vero colpevole (tra parentesi, nelle scene finali di vera e propria “azione” Hansen si dimostra un po’ impacciato, col solito cattivo logorroico che prima di sparare ti racconta tutte le sue gesta, e frettoloso), ho apprezzato il fatto che, realisticamente, non sia mai lui a condurre le indagini vere e proprie, in quanto figura non “ufficiale”, ma rimanga in secondo piano rispetto alle forze dell’ordine (che però finora sono sempre descritte come, nella migliore delle ipotesi, volenterose, ma comunque ansiose di chiudere il caso con il primo colpevole disponibile).

Non credo che la mia speranza, espressa nella recensione a Death Claims, di vedere significativi cambiamenti nella tematica di fondo dei romanzi, che finora è sempre stata l’omosessualità, verrà esaudita, almeno non a giudicare dal riassunto della trama della quarta puntata, The Man Everybody Was Afraid Of. Ma se è questo ciò di cui a Hansen premeva scrivere, va accettato, anche perché ne affronta varie angolature, mai banalmente, in particolare qui, come detto, con toni più leggeri (la figura del fastidioso e invadente “terzo incomodo” Kovacks, il brano sul concorso di Mr. Marvelous), ma senza far mancare alcune amare sottolineature (le disavventure di Vern Taylor, le osservazioni di Mark Dimond, o l’avvertimento brutalmente sincero del padre di Dave e suo capo, e cioè che una volta morto lui il figlio dovrà trovarsi un altro posto, “because you know the board will fire you. And why.”).

Joseph Hansen, Troublemaker, voto = 3/5
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