Le quattro casalinghe di Tokyo

Questo libro l’ho visto per la prima volta nella “torre” della Biblioteca Augusta: la “torre” è il deposito dove sono conservate le collezioni, e andandovi un giorno per ricollocare a posto un volume, ho notato questa copertina; dopo questo primo incontro poco significativo, è ricomparso davanti ai miei occhi un paio di volte nella libreria dell’usato, ma senza che mai mi decidessi a comprarlo, e infine ho ceduto solo pochi mesi fa. Letto e commentato assieme ad altri utenti del gruppo Goodreads Italia nel Gruppo di Lettura di giugno, riporto alcune impressioni, che forse appariranno più sconclusionate delle abituali recensioni: il problema è che, pur avendolo finito ormai da giorni, non riesco a farmi un’idea definitiva di questo romanzo. Come si vedrà nei post più recenti, anche le successive letture del mese mi hanno dato questo senso di vaga insoddisfazione e incertezza, per cui non so se è proprio colpa dei libri o se in questo periodo sto leggendo in modo più distratto o svogliato, o se è ancora l’onda lunga dello choc per la separazione “traumatica” da un’opera che avrei voluto non finisse più (Madison Smartt Bell) e che non ha ancora trovato chi la rimpiazzi degnamente.

Il titolo scelto per l’edizione italiana di Out di Natsuo Kirino mi ha sempre dato sui nervi, mi sembrava tanto un calco di Desperate Housewives: anzi, pensavo proprio che il riferimento al telefilm fosse “furbetto” e voluto, e invece ho visto che la prima edizione italiana è del 2003, quando ancora il telefilm non esisteva.
Le quattro protagoniste della storia, Masako, Yayoi, Yoshie e Kuniko, sono operaie part-time in uno stabilimento di Tokyo che produce pasti preconfezionati. Lavorano nel turno di notte, che le costringe a ritmi massacranti e sfalsati, ma in compenso è più remunerativo. Tre di loro hanno anche l’incombenza di una famiglia, marito e figli piccoli o adolescenti, anziane suocere malate, da cui ricevono ben poco sostegno e apprezzamento, anzi. La più giovane, Kuniko, ha una trentina d’anni, la più anziana, Yoshie, una cinquantina. Indugio molto su questi dettagli “pratici” perché le componenti del denaro e del lavoro sono importanti nelle motivazioni e nelle scelte dei protagonisti: nel romanzo c’è ben poco spazio per svolazzi sentimentali, le “basse” preoccupazioni quotidiane non consentono a queste donne di andare oltre il qui e ora dei loro bisogni e necessità (che per alcune sono dolorosamente reali, per altre sono in effetti nulla più che frivolezze di cui però finiscono per essere dipendenti: è il caso di Kuniko, che si indebita fino al collo a causa della sua insensata e ridicola mania per gli abiti e gli accessori più costosi) o di soffermarsi sui loro sogni e sulle loro aspirazioni (e questo si riflette anche nello stile di scrittura, secco, brusco, che sembra voler appositamente smentire una certa idea di “delicatezza” che magari associamo alla nostra concezione stereotipata del Giappone).

L’evento scatenante della vicenda è il raptus omicida che si impossessa della dolce e bella Yayoi, che una notte, esasperata, strangola il marito, che la umilia con i continui tradimenti e, per di più, dilapida i loro soldi col gioco d’azzardo. La donna ricorre all’aiuto di quella che è la figura con maggiore autorità fra le colleghe con cui ha più confidenza, la fredda, impenetrabile e razionale Masako, la quale coinvolge le altre due nell’impresa di sbarazzarsi del cadavere.

Da queste righe sembrerebbe che ora cominci una storia di solidarietà e complicità “femminili”, in cui quattro “amiche” formano, nonostante la distorsione grottesca e paradossale data dall’enormità dell’evento, una sorta di “rete”, di “società”, cementata dall’amicizia, dall’affetto, dal reciproco aiuto e dalla comunanza delle esperienze vissute, delle sofferenze ingoiate e dalla comprensione, di improbabili “criminali” in contrapposizione polemica con un mondo che le vuole invece solo “vittime” sottomesse, condita con un’abbondante dose di umorismo nero. Niente di più lontano dall’effettivo svolgimento del romanzo. Le protagoniste non formano mai un “gruppo” se non per il fatto di essere a parte del medesimo, sconvolgente segreto, ma per il resto si muovono in autonomia e in generale hanno ben poca simpatia l’una per l’altra. E la scelta del titolo italiano, tecnicamente forse non del tutto errata (le quattro, pur lavorando in fabbrica, in effetti continuano a essere considerate dagli altri più che altro casalinghe che occasionalmente lavorano), è però più che altro banale e poco significativa (non fa che “indicare” i personaggi presenti più tempo sulla scena) e soprattutto fuorviante, perché dà appunto l’idea di una vicinanza, una coesione che in realtà non esiste. Sebbene inevitabilmente i loro destini finiscano per saldarsi (ovviamente, ci saranno complicazioni, indagini e sviluppi inaspettati), ciascuna delle protagoniste agisce seguendo esclusivamente un proprio egoistico interesse, spesso spinta dalla molla del denaro oppure, come nel caso di Masako, dal desiderio di spingersi oltre la vita grigia in cui era stata costretta.

Da ogni pagina del romanzo trasudano infatti in modo quasi insopportabile la stanchezza, la rabbia, la fatica, l’esasperazione di queste donne: questo contribuisce a caratterizzare fortemente la storia e a darle un apprezzabile sapore crudo, vivo, adeguatamente cattivo, anti-retorico e non sdolcinato (un po’ un rischio sempre in agguato quando si tratta di romanzi “di donne”), ma, alla lunga, rende il tutto un po’… “monocorde”, nel senso che i personaggi sono “fissati” in un atteggiamento/psicologia definita e non si discostano quasi mai da quella tipizzazione. Ciascuno di essi rimugina sempre e solo sugli stessi pensieri, ossessioni, preoccupazioni e, se questo riesce bene a dare l’idea delle loro frustrazioni e insoddisfazioni, e anzi, come detto, forse è proprio intenzionale, mi è sembrato anche ripetitivo e pesante.

Torniamo quindi alla questione del titolo originale, “Out”, e del suo perché, che forse, finalmente, è più chiaro: le protagoniste sono “fuori” rispetto alla quotidianità e ai ritmi “normali” (si svegliano alla sera e vanno a dormire al mattino), sono “fuori”, distanti, anche nei rapporti con le loro famiglie, sono infine “fuori” per la loro scelta di oltrepassare un confine (espressione che nel romanzo ricorre spesso) tra bene e male, di rompere totalmente con i soliti, soffocanti schemi tradizionali, quando decidono l’una di uccidere e le altre di diventare complici nel delitto.

Come notava anche qualcun altro, non è forse un caso che il coinvolgimento di queste donne nel delitto rimanga del tutto sconosciuto agli esponenti più “integrati” della società (le rispettive famiglie, innanzi tutto, ma anche la polizia), e sia invece scoperto da elementi più “marginali” o decisamente anti-establishment, come se la presenza “insignificante” e “invisibile” della donna potesse essere notata solo da chi si trova in una posizione altrettanto lontana dal centro. (Segue spoiler “nascosto”, da evidenziare) In questo senso va inteso anche il fatto che, alla fine, l’unione, anche fisica, fra Masako e Satake li consacri quale “anime gemelle”, brutta scelta di termini, ma che mi sembra renda l’idea di individui uniti e simili, non nel senso quotidiano e “romantico” del termine, piuttosto in quello di personalità fuori dal comune, ormai indifferenti ai codici morali usuali e per questo simili. (Fine spoiler)

Questo per tentare di dare un’idea dei “temi” che, forse, l’autrice ha voluto affrontare, del disagio che ha voluto sottolineare. Ma questi cambi di direzione e queste deviazioni dalle aspettative del lettore rendono il romanzo piuttosto difficile da “assorbire”: non è un problema di trovarlo ostico o non sufficientemente interessante, poiché la trama si mantiene appassionante, la curiosità di scoprirne gli sviluppi rimane sempre viva e le pagine scorrono velocemente, ma di riuscire a capire dove voglia andare a parare il tutto… e, quando ormai pensi di averlo compreso, inizia tutta un’altra storia! Mi riferisco ovviamente all’ultima parte del romanzo, in cui emerge all’improvviso una trama thriller, che suona quasi, a quel punto, incongrua con quanto precede, “facile”, e che poi viene nuovamente ribaltata in qualcos’altro di più complesso e misterioso, in una girandola un po’ destabilizzante per il lettore.

Insomma, non so bene neppure io perché non mi senta di dare un giudizio estremamente positivo su quest’opera come tanti altri hanno fatto, e mi fermi invece a un più moderato “3/5”… Un cambio di direzione troppo brusco verso la fine? Un improvviso tono troppo “immaginifico” nella scena finale, che stride con la secchezza del resto?

Vorrei segnalare però anche aspetti decisamente positivi: mi è piaciuta moltissimo (spoiler) l’uscita di scena, silenziosa e senza rumore come è stato sempre questo personaggio, di Yoshie (forse quella con cui era più facile empatizzare), che accoglie gelida e senza commenti la notizia che la sua casa è in fiamme e se ne va in bicicletta (dando a intendere, naturalmente, che tutto ciò non la colga affatto di sorpresa), un’immagine che, breve e senza eccessivo clamore né violenza esplicita, tanto più risulta terrificante. (Fine spoiler)

Perfettamente convincente e dolorosamente riuscita è poi, secondo me, la descrizione del rapporto, o meglio non-rapporto, tra il giovane Nobuki e i suoi genitori, Masako e Yoshiki. Spesso ci viene detto che è da circa un anno che la madre non lo sente più dire una parola, e non sa nulla della sua vita (anzi, i momenti di nostalgia verso il periodo in cui il figlio era ancora bambino sono anche gli unici in cui la dura e fredda Masako si intenerisce un po’); mi ha ricordato quel che ho letto su un atteggiamento che, a quanto sembra, dimostrerebbe una certa percentuale di adolescenti giapponesi, che si isolano totalmente dal mondo, spesso riducendosi a vivere chiusi nelle proprie stanze. Non è proprio il caso del personaggio Nobuki, che invece esce e ha un lavoro, e poi mi sembra che il romanzo sia stato scritto prima che venisse studiata questa forma di disagio giovanile (o almeno prima che se ne sapesse qualcosa da noi), però comunque vi ho visto delle somiglianze. Tali giovani vengono definiti “Hikikomori”, c’è una voce su Wikipedia al riguardo.

Natsuo Kirino, Le quattro casalinghe di Tokyo, voto = 3/5
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