La lingua di Canaan

Libro scovato per caso sul sito della casa editrice Gea Schirò, acquistato d’impulso.

Lo credevo adatto a proseguire il filone western, ma mi sbagliavo, non siamo nel selvaggio West, bensì nel profondo Sud, però il periodo è pressappoco lo stesso: gli anni della Guerra civile americana. I protagonisti, che si alternano a raccontarci la vicenda quasi come se si contendessero un palcoscenico, fanno parte di una banda di fuorilegge dedita a una lucrosa attività che essi definiscono “il Commercio”: incitano gli schiavi neri a fuggire dalle piantagioni, per poi farli prigionieri e rivenderli, o riportarli ai vecchi padroni per intascare la taglia. A tirare le fila di tutto c’è uno strano tipo, Thaddeus Morelle, dall’aspetto apparentemente insignificante ma dalla personalità magnetica e carismatica, un vero e proprio “santone” (il nome con cui è noto presso i suoi seguaci è “il Redentore”) che soggioga con la sua volontà e i suoi discorsi esoterici la triste combriccola composta da un inquietante reverendo, suo braccio destro, un violento immigrato irlandese, un ex mormone, un giovanissimo nero, un proprietario di piantagione completamente folle, una prostituta, e un giovane di nome Virgil Ball, che è anche la figura principale della storia e colui che tenterà di spezzare i fili che lo tengono avvinto a quella lugubre compagnia: difatti, in un clima di crescente agitazione e incertezza che prelude alla probabile guerra fra l’Unione degli Stati del nord e la Confederazione degli Stati del sud, che potrebbe sfociare nell’abolizione della schiavitù e, quindi, mettere in seria difficoltà l’impianto su cui si regge il Commercio, è proprio Virgil a tentare una ribellione uccidendo il misterioso Morelle (è da qui che parte la storia, con una serie di flashback su come il cammino di ciascun personaggio si sia imbattuto in quello del “Redentore”): ma la sua morte scatena una serie di inquietanti decessi, violenti omicidi e deliranti sospetti nel sempre più sparuto gruppo di seguaci, pronti a saltarsi l’un l’altro alla gola e stretti in mezzo ai due eserciti combattenti.

Interessante, no?

La lingua del romanzo, “barocca” ed elaborata, dalle similitudini ardite e spesso faticosamente ricercate (nell’edizione italiana la traduzione è dello scrittore Tommaso Pincio), ben si adatta a descrivere il clima di esaltazione, fanatismo, delirio in cui viveva la banda capeggiata dal carismatico ed enigmatico “Redentore” (nonché il più generale clima di “risveglio religioso” che percorreva gli Stati Uniti dell’epoca). Il problema però è che una tale pesantezza dello stile finisce per “soffocare” l’empatia che potrebbe nascere con i personaggi. Si è verificato qui l’opposto di quanto avvenuto per The Sisters Brothers: se là avevo chiuso il libro con un senso di incompletezza, un desiderio di saperne di più su personaggi che avevo cominciato a prendermi a cuore, sulle loro storie passate e future, qui al contrario ero arrivata ai limiti della sopportazione e, peraltro, i destini di questi personaggi non mi avevano mai interessato più di tanto.

Ma, alla fine, poco male se i personaggi non ti suscitano alcuna simpatia, se si può comunque avere una storia solida, tesa, incalzante, ossessiva e sgradevole ma, tutto sommato, lineare e comprensibile. Il problema è che della vicenda, che io immaginavo di quel tono, si è impadronito invece un bizzarro e oscuro impianto misticheggiante, con elementi di soprannaturale, che sicuramente, ne sono convinta, alludeva a qualcosa… ma cosa? Insomma, in poche parole? Ho smesso di capire all’incirca alla metà del libro. E, se non capisco, non apprezzo: è un mio limite. Se pure la lingua ricercata e ricca di invenzioni, l’angoscia alla “chi sarà il prossimo” alla maniera di Dieci piccoli indiani e il senso di cupa attesa dell’apocalisse finale hanno continuato a esercitare su di me una fascinazione sufficiente da indurmi ad arrivare alla conclusione, l’esperienza si è rivelata un fallimento.

John Wray, La lingua di Canaan (trad. Tommaso Pincio), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

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