La vita degli uomini infami

Libretto piccolo piccolo, visto per caso nella libreria di un utente Goodreads, che l’editore ha tentato in tutti i modi di “allargare” (corpo enorme, spazi bianchi, ecc.), e che a prezzo pieno costava 9 euro (!).

Si tratta della prefazione di un’opera che poi Foucault non scrisse mai, La vita degli uomini infami, appunto, che voleva essere un’antologia, senza pretese di completezza, sistematicità e obiettività, di “frammenti” di biografie, lampi brevissimi, di poche righe, sulle esistenze degli oscuri personaggi che, per tanti motivi, nelle loro sfortunate esistenze erano finiti sotto l’occhio severo della Giustizia e del Potere del sovrano, individui giudicati criminali ed esecrabili come tantissimi altri ma che, a differenza di questi, avevano lasciato una labilissima traccia del loro passaggio, in cui lo studioso si era imbattuto casualmente nel corso dei suoi studi e che lo aveva colpito al punto da volerla diffondere. La selezione di queste rapporti di polizia, denunce, annotazioni in registri di ospedali o manicomi è quindi, avvisa Foucault, totalmente arbitraria, basata sul suo gusto e sull’intensità dell’emozione che queste parole, a volte secche, a volte comicamente altisonanti e sproporzionate all’entità del “crimine”, a volte tragicamente rabbiose, gli avevano suscitato. Racconta che la prima idea di questo progetto gli venne quando, un giorno, consultava un registro di internamento dell’inizio del XVIII secolo, e si imbatté in queste due annotazioni:

Mathurin Milan, messo nell’ospedale di Charenton il 31 agosto 1707: «La sua pazzia è sempre stata quella di nascondersi alla famiglia, di condurre in campagna una vita oscura, di subire dei processi, di concedere dei prestiti a usura e a fondo perduto, di portare a spasso il suo povero spirito per strade sconosciute, e di credersi capace delle imprese più grandi».
Jean Antoine Touzard, rinchiuso nel castello di Bicêtre il 21 aprile 1701: «Francescano apostata, sedizioso, capace dei peggiori crimini, sodomita, ateo, se lo si può essere; è un vero mostro d’abominio che sarebbe più conveniente soffocare che lasciar libero» (pp. 9-10).

Continua l’autore: “Sarei in imbarazzo a dire quel che ho provato esattamente a leggere questi frammenti e molti altri analoghi. […] Confesso che questi «racconti» che riemergevano all’improvviso, dopo aver attraversato due secoli e mezzo di silenzio, hanno scosso in me più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura, senza che io possa ancor oggi dire se mi ha commosso maggiormente la bellezza dello stile classico, […] o invece gli eccessi, la mescolanza di oscura ostinazione e di scelleratezza di queste vite, di cui si percepisce, sotto parole lisce come pietra, la disfatta e l’accanimento. Molto tempo fa ho utilizzato documenti simili per un libro. […] Il sogno sarebbe stato quello di restituirne l’intensità attraverso l’analisi. In mancanza del talento letterario, ho a lungo rimuginato soltanto sull’analisi: ho preso i testi nella loro asciuttezza; ho ricercato la loro ragion d’essere […]; ho cercato di capire perché fosse stato così importante in una società come la nostra che fossero «soffocati» (come si soffoca un grido, un incendio o un animale) un monaco scandaloso o un usuraio strambo e sconclusionato: ho cercato la ragione per cui si era voluto impedire con tanto zelo a quei poveri esseri di vagare per strade sconosciute. Ma le emozioni intense di quei primi momenti che mi avevano motivato rimanevano al di fuori. E dato che […] il mio discorso era incapace di restituirle come sarebbe stato necessario, non era forse meglio lasciare i testi nella stessa forma che me le aveva suscitate?” (pp. 10-12).

Come detto, però, quest’antologia non vide mai la luce, e Foucault utilizzò parte di questo materiale per altri suoi studi. C’è di che dolersene, perché le riflessioni che seguono, su queste vite che assumono i contorni della “leggenda” per il loro essere per sempre bloccate in un attimo “esemplare”, o sul fatto che sia stato solo l’intervento del potere a gettare un fascio di luce su quella particolare vicenda che altrimenti si sarebbe persa, come milioni di altre simili, nelle nebbie del tempo, sono molto interessanti, come d’altronde emerge, e si vede anche dal brano citato prima, il grande valore “sentimentale” che ha avuto per l’autore questa paziente ricerca e cernita. Forse solo chi ha vissuto l’esperienza della ricerca d’archivio riesce a capire appieno le emozioni che stanno dietro certe frasi, certe scoperte casuali, certi sprazzi di inaspettato in mezzo alle parole dei formulari o della burocrazia, quando ti accosti a scritture vecchie di secoli e ti senti di colpo vicino, proprio fisicamente, ai nomi che incontri e vedi agire, ma anche a chi tanto tempo prima di te ha toccato quella carta, ha scritto quelle parole, ha sfogliato quelle pagine, vi ha apposto un segno qui, un’annotazione là… Il modo più efficace che mi viene in mente per descriverle in poche parole è il vecchio motto terenziano “Homo sum, humani a me nihil alienum puto“.

Mi ha suscitato qualche perplessità l’accostamento che l’autore fa tra denunce, suppliche, rapporti di polizia ecc. e la pratica della confessione (che cioè quelle siano la prosecuzione, spostata sul piano del potere politico, di questa): è vero che in entrambe vi è un’elencazione di “colpe” e misfatti dell’individuo, ma io vi vedo più differenze che somiglianze. Nella confessione è lo stesso “penitente” che, in prima persona, fa un’auto-analisi e si auto-denuncia, nelle lettres de cachet, nelle denunce, ecc. sono gli altri a darne un ritratto fosco, non si sa poi quanto veritiero, di degenerato, criminale, “infame”; la confessione si mantiene nell’intimità, a volte soffocante e costrittiva ma pur sempre “privata”, del rapporto penitente-confessore, mentre la denuncia mira ovviamente alla pubblicità, ad avere effetti visibili ed eclatanti quali l’incarcerazione o l’internamento; infine, la confessione assolve dalle colpe e le cancella, la denuncia (e la conseguente azione sovrana di risposta) le punisce.

L’unico difetto di quest’operetta è che… è, appunto, incompiuta, una prefazione a un testo che poi non è mai stato scritto: Foucault ci fa venire l’acquolina in bocca per queste mille voci che ha avuto il privilegio di scoprire, ascoltare e recuperare, non vedi l’ora di tuffarti anche tu in mezzo a questa folla di pericolosi o sfortunati soggetti, a questi squarci, dolorosi, rabbiosi, patetici, di vite ingloriose, che però non arrivano mai (viene riportato solo il testo di 4-5 di questi frammenti), come se questi spettri del passato fossero stati per un attimo così vicini e poi si perdessero di nuovo per sempre…

Michel Foucault, La vita degli uomini infami (trad. Graziella Zattoni Nesi), voto = 4/5
Per acquistarlo on line

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