Il Napoleone nero

Alcuni dettagli sono stati “coperti” e per leggerli vanno evidenziati con il mouse, ma nel corso della recensione si farà riferimento inevitabilmente alla trama: siete avvisati.

Terminando la recensione del secondo libro della Trilogia, Il Signore dei crocevia, avevo scritto: “Spero in un finale in crescendo“. Questo augurio si è avverato solo in parte, purtroppo.

Il titolo originale scelto dall’autore per questo libro è The Stone That the Builder Refused, “la pietra scartata dai costruttori”, e, ovviamente, è molto più pertinente di quello, molto piatto, attribuito, chissà per quale motivo (i titoli dei precedenti due volumi erano stati tradotti più fedelmente), all’edizione italiana (Il Napoleone nero: e tra l’altro perché accostare Toussaint e Napoleone, che fu proprio colui che reintrodusse la schiavitù nelle colonie francesi e tentò di farlo anche a Saint Domingue, tradendo la fiducia del generale nero). “La pietra scartata dai costruttori”, recita il testo biblico (Sal 118, 22), “è divenuta testata d’angolo”: e infatti Toussaint Louverture, pur alla fine arrestato a tradimento e morto nel chiuso della sua cella in Francia, apparentemente sconfitto, ha dato il via, con la sua azione, a un processo che sarà proseguito da tanti altri e non si potrà più fermare, fino ad arrivare all’indipendenza di Haiti (questo anche il motivo per cui scelse per sé il soprannome di “Louverture”, l’Apertura).

Quando leggo questi romanzoni tanto lunghi e complessi e tanto affollati di personaggi, mi piace sempre immaginare la scrivania dello scrittore, la sua “officina”, ingombra di schede, cronologie, appunti, scalette (“in questo momento A si trova qui, mentre B si sta spostando verso la città Tale, e nel frattempo da tot giorni C si trova nel posto Tal’altro e crede che A stia facendo questo e quest’altro”…), mi affascina tutto questo “materiale preparatorio” utile per reggere le fila di questo estesissimo orizzonte. Allo stesso tempo provo anche sempre una grande ammirazione per gli scrittori che hanno il “coraggio” di tentare “imprese” così vaste e non si riducono, come tanti, ai romanzi “quattro camere e cucina”. Ci vuole abilità per “dominare” questi microcosmi, e qui l’autore, dopo esserci riuscito magistralmente nel primo romanzo, Quando le anime si sollevano, e più o meno bene nel secondo, qui parte alla grande ma poi, ahimè, perde qualche colpo: una tragedia che sia dovuto succedere proprio alla fine dell’intero ciclo, quando non c’è più possibilità di “rimediare”… Non ho voluto però essere troppo severa sul “voto”, perché ciò nonostante la mia gratitudine a Bell rimane immensa. Ma andiamo con ordine.

1802: sono passati più di dieci anni dall’inizio della rivolta degli schiavi della Saint Domingue francese. Toussaint ha trionfato sui suoi avversari, governa l’isola per conto della Francia, la schiavitù è abolita, gli abitanti di Saint Domingue, fra cui il gruppo di personaggi che ormai conosciamo, stanno vivendo un insolito periodo di pace. Ma la situazione politica in Francia è molto diversa da quella degli anni novanta del XVIII secolo, quando tutto ebbe inizio. Napoleone è sempre più padrone della situazione, le spinte conservatrici stanno avendo la meglio e la reintroduzione della schiavitù e il ristabilimento dell’ordine nella colonia sono i veri obiettivi che si celano dietro i tanti proclami di “libertà, fraternità e uguaglianza” che permeano ipocritamente le comunicazioni inviate dalla madrepatria. E infatti tutti attendono con trepidazione l’arrivo della flotta francese al comando del generale Leclerc, accompagnato dalla moglie, la sorella del Primo Console, la famosa Paolina.

La prima parte del romanzo è ottima, con la tensione crescente dovuta all’avvicinarsi della flotta francese, all’incertezza sulle intenzioni dei nuovi arrivati (vengono in pace, come sostengono? O portano la guerra? E per quale motivo, se Toussaint ha sempre combattuto fedelmente per la Repubblica?) e sul modo con cui accoglierli, e infine l’inevitabile scoppio delle ostilità, i dubbi e i tentennamenti dei bianchi fino ad allora amici di Toussaint, i cambi di schieramento, i tanti scenari di battaglia, gli assedi, le rappresaglie, l’andamento della guerra, che lascia i francesi stremati e logorati per l’epidemia di febbre gialla, uno dei migliori alleati di Toussaint, e i numerosi scontri e scaramucce che portano sì a vittorie, ma provvisorie, effimere e mai risolutive, con nemici numericamente inferiori ma determinatissimi, poiché lottano per la propria libertà, che sembrano ritirarsi per poi riapparire all’improvviso in mille altri punti di quest’isola che, ancora una volta, viene incessantemente percorsa in lungo e in largo dal lettore al seguito di queste mille trame intrecciate. Astutamente l’autore introduce dei nuovi interessanti personaggi, quattro giovani ufficiali francesi (in effetti due di loro comparivano già come figure minori nella puntata precedente), per avere di nuovo il punto di vista dell’outsider (in pratica il ruolo che ricopriva il dottore nel primo libro, quando era da poco arrivato sull’isola ed era completamente estraneo all’ambiente: vedi l’intervista a Bell a p. 657 del primo volume) e per fornirci inoltre la prospettiva dell’“altra parte”, dell’esercito francese, oltre a quella dell’esercito di Toussaint.

Ma sono rimasta delusa (e un po’ esasperata), ed è una pena ammetterlo dopo aver attraversato col fiato sospeso complessivamente quasi 2500 pagine, dalla seconda e ultima parte, la conclusione dell’intera saga. Non che il racconto della caduta di Toussaint, del tradimento che portò al suo arresto, della sua dura detenzione in Francia e la morte non sia appassionante, commovente, tragico. Il problema sorge quando alla grande storia si intrecciano le vicende dei personaggi di fantasia inventati dall’autore. Probabilmente M.S. Bell non aveva l’intenzione o la forza, arrivato alla fine della sua mastodontica impresa, di… farla ancora tanto lunga per concedere eguale spazio ai tanti personaggi da lui creati, per dare a ciascuno la possibilità di concludere il suo arco narrativo e congedarsi in grande stile con un’ultima scena madre… Comprensibile, ma ciò nonostante il lettore ci rimane male, perché finiscono per essere dimenticati proprio personaggi per i quali non tutte le domande hanno trovato risposta: mi ha profondamente irritato il fatto che la storia sembrasse “perdersi” in mille rivoli, in episodi della vita privata di figure che forse, francamente, il loro spazio l’avevano già avuto in abbondanza (spoiler nascosto, se non volete saperne nulla non evidenziate: c’era davvero bisogno di soffermarsi tanto su Daspin e Isabelle? O del mancato duello fra il dottore e Paltre? a che serviva l’ennesima gravidanza, stavolta di Élise?), episodi in qualche caso un po’ ripetitivi di altre situazioni già viste in precedenza, comunque godibili, ma che non hanno aggiunto troppo alla storia. E nel frattempo le pagine che mancavano alla fine diventavano sempre meno… Forse (anzi, sicuramente) me la sono presa così tanto perché a essere sacrificato più di tutti è stato il mio “preferito”: Michel Arnaud, il crudele proprietario terriero schiavista che, incalzato dai traumatici eventi della guerra e dalle sue inquietanti ripercussioni sulla sua vita familiare, sembra sempre in bilico fra una faticosa presa di coscienza e il rifiuto del cambiamento.

Se ho trovato questo personaggio tanto interessante (e colpevolmente sottoutilizzato), non è solo perché è il classico antieroe cupo, ombroso e tormentato (e, nella mia immaginazione, invariabilmente sexy) sempre pericolosamente vicino al confine fra bene e male (anzi, in questo caso, almeno all’inizio, la sua figura è decisamente negativa), ma perché il suo arco narrativo è il più ricco di accidenti, evoluzioni, prese di coscienza, contraddizioni (e qui comprendo, ovviamente, tutto l’affascinante e aggrovigliato rapporto con la moglie Claudine, altra figura sfuggente e misteriosa). Gli altri personaggi degli uomini bianchi (per le donne, e penso soprattutto a Nanon, e i neri il discorso è diverso) sono sì molto belli, ma più immediatamente comprensibili e classificabili: Hébert è “il Buon Dottore” (alla Mark Greene in E.R., per capirci), non voglio dire che sia un personaggio scontato, anzi tutt’altro (soprattutto nel primo romanzo, inarrivabile, conserva una certa imprevedibilità), ma è chiaro che è stato scelto dall’autore per essere l’eroe positivo della saga, il “bianco dalla pelle nera”; Tocquet risponde in pieno allo stereotipo del “cowboy solitario ma con un cuore d’oro”, Maillart è l’uomo d’azione, il soldato, impetuoso, franco e schietto ma poco avvezzo alle sottigliezze tattiche o politiche. Fra i bianchi, insomma, l’unico i cui laceranti conflitti e tormenti interiori sembrano raggiungere la stessa intensità e profondità delle figure dei neri di primo piano (Riau, e ovviamente Toussaint) è Arnaud, il cui fascino forse aumenta anche perché compare tanto poco sulla scena, rispetto agli altri, e perché il mistero di lui e Claudine non viene mai completamente svelato, fino alla sbrigativa conclusione.

Mi ha rovinato un po’ l’incantesimo (posso paragonare questa delusione allo shock della morte di Henry Rackham in Il petalo cremisi e il bianco), ma la perfezione, evidentemente, non è di questo mondo.

Madison Smartt Bell, Il Napoleone nero (trad. Emiliano Bussolo), voto = 4/5
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